falce e mouse, ovvero…

17 maggio 2011

Il romanzo ‘Transits’ gratis online
(file .pdf, a cura delle Edizioni Scudo)

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Chiunque si è trovato a lavorare per una grande azienda, e per di più se multinazionale, prima o poi ha finito per chiedersi quali sono gli scopi reali del lavoro che questa gli chiede di fare, e soprattutto se uno scopo c’è per davvero. Ma il protagonista di questa vicenda finirà per scoprire che la realtà è ancor più complessa di quanto potesse immaginare e che la sua azienda persegue oscuri fini che datano quasi ancor prima della sua stessa creazione. Nonostante tutto lasci presupporre che ogni curiosità sarà pagata a caro prezzo, la ricerca della verità vale ogni possibile salvezza.

 

Transits ,   di   Peter Patti

Copertina di Luca Oleastri, 74 pagine A4, 5 illustrazioni a colori di Giorgio Sangiorgi

 - EBOOK GRATUITO
 

 

 

 falce e mouse  

 

 

A che serve la scuola

15 maggio 2011

 La Storia, ma anche le leggende storiche, e la stessa Bibbia, sono piene di horror. E’ cosa lodevole che voi, signori maestri, ci parlate del “Nostro buon Dio” (ora di Religione), della “saggezza dei Cesari” (ora di Storia) o della “Provvidenza” (che non ho mai capito cos’è, e comunque: Verga e dintorni, ora di Letteratura). Cosa lodevolissima. Ma sapete molto bene che state snocciolando fandonie.

La vita è tutta sangue, sudore e lacrime. E l’unico Aldilà possibile e immaginabile è quello della Gloria Imperitura, dello stardom. Anche se riusciste a inculcarmi un po’ di fisica e matematica, a che mi servirebbero? A pilotare un’astronave fantasma? A costruire un’altra centrale foriera di morte e distruzione?

Preferisco invece imparare uno strumento musicale e scrivere e cantare canzoni, cercando di diventare ricco e famoso. (Ma anche solo per lanciare un messaggio immediato e di facile comprensione.)
E a sera, prima di addormentarmi, state tranquilli ché leggo sempre i libri e le cose che voglio io; difatti, sono ben più erudito di voi…

(Space’s Deficients)

 ”Stramaledette galassie ospitano stramaledetti pianeti,
ma ci sono anche luoghi d’incantevole bellezza e godimento…
Tutto sta nell’avere un buon navigatore.”

 

L’intero testo gratis online. Un omaggio a Douglas Adams: gli alieni Yohv e Moccio accompagnano lo scorbutico clone superdotato “Vozzak” sul pianeta Patton 6700… Cavagliano sa non solo scrivere bene, ma è anche un eccellente fumettista.

 I vari episodi portano i titoli “Deficienti spaziali“, “L’eremo del masturbatore” e “Il Progetto Vagghianux“.

Visita il canale YouTube di Cavagliano

 

 

(Nino Anastasi: Autoritratto, 1974)

Se cercate in Internet notizie sull’importante artista marchigiano Nino Anastasi, rimarrete delusi: troverete, invece, valanghe di notizie e immagini di William Anastasi (newyorkese, ricercatissimo da tante gallerie d’arte) e il blog in francese di un Nino Anastasi modista.
Dunque, come fonti d’informazioni sul “nostro” Anastasi sembrano esistere solo un vecchio volume (è del 1974) di Federico Bondi e questo più recente Anastasi – Il tormento dell’essere,  bel saggio-monografia, che racchiude diverse critiche e testimonianze, a cura di Roberta Lazzarini*.

Anastasi – Il tormento dell’essere

Edizioni Lìbrati, 2002

(disponibile su su Amazon.it)

Il volume inizia inizia con uno scritto di Antonio Isidoro dal titolo “L’artista e il suo tempo”, dove si racconta di come, dopo la Seconda Guerra Mondiale, Anastasi fosse tornato dal lager di prigionia tedesco e di come tale prova di dolore fosse stata per lui un ponte tra l’individuale e l’universale. Il pittore e scultore ascolano iniziò a confrontarsi con le domande più radicali sull’essere; troppo tragica l’esperienza del campo di concentramento perché l’arte, e l’esistenza stessa, potessero ancora risultare semplici contingenze innocenti. Le sue creazioni ora sono non più meri esercizi formali, ma diventano espressione esistenziale… “schegge di vita riversate in arte.”

 

Stefano Papetti indaga a fondo su questa “Memoria della sofferenza” in Anastasi, e scrive tra l’altro:
“Risalgono ai mesi della sua prigionia alcuni schizzi eseguiti con la matita copiativa su sottili e fragilissimi fogli di carta che compongono un album di grande suggestione.
Febbrilmente tracciati con la mano sicura, riproducono  delle istantanee della vita quotidiana del campo di concentramento…”
(E, più avanti:)
“Risultano così di tragica attualità le immagini dipinte dall’artista ascolano negli anni ’80; una serie di tele che ripropongono con lucidità fotografica le immagini di un bambolotto disarticolato, dalle membra scomposte, di volta in volta associate ad altri elementi macabri.”

Vincenzo Luciani, in “Un pittore di fronte all’essere del reale”, spiega il silenzio apparentemente introverso dell’uomo Anastasi:
“Ogni parola è di troppo. Per Nino era così vero che con il passar del tempo neppure titolava più i suoi lavori e quando lo faceva era quasi sempre volutamente criptico.”

E l’ex preside di liceo Alighiero Massimi ricorda:
“L’arte era certamente per lui la resa di un momento fantastico, mai però arbitraria e distruttiva sul versante del linguaggio. Il linguaggio infatti, anche se ha il sacrosanto diritto di rinnovarsi diacronicamente, deve pur sempre conservare la sua capacità di comunicazione attraverso la linea tersa del disegno. La poesia della pittura di Nino sta proprio in un lucido equilibrio, pudico ma al tempo stesso marcatamente programmatico, che trova nel linguaggio il suo più legittimo parametro e nell’accordo tra tecnica ed emozione la sua suprema sintesi.
La guerra disperse un po’ tutti, diradando conoscenze e differendo potenziali amicizie. Ad ogni modo, Nino non fu tra le persone da me frequentate prima dell’ottobre del 1964, quando, proveniente dal Liceo scientifico di San Benedetto del Tronto, passò ad occupare la cattedra di disegno e storia dell’arte presso il Liceo scientifico di Ascoli Piceno, di cui ero preside.
(…)
Come nella pratica della pittura così in quella dell’insegnamento, Nino seguì con passione e convinzione percorsi sperimentali. L’eccellente impostazione della sua cultura e la sua straordinaria sensibilità gli consentivano, in entrambi i versanti, di perseguire la ricerca, utilizzando gli strumenti più adeguati sia sul piano tecnico sia su quello ideativo.”

 

Altri scritti contenuti nel volume:
Lo storico Tito Marini ci presenta uno dei lati più interessanti dell’opera di Anastasi in “Il macchiettista”. E il libro contiene, oltre alle riproduzioni di dipinti, disegni, acqueforti, ecc., anche ricche note biografiche, un’antologia critica e un elenco di mostre.

 

 

 

 

 

 

*) Roberta Lazzarini è l’autrice del romanzo Il colore delle lacrime, su una donna colpita dal cancro; del romanzo Habanera, ambientato a Cuba ; nonché di diversi studi e saggi.

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Apoteosi Inter

23 maggio 2010

2-0, doppietta di Diego Milito: l’apprendista stregone (Mourinho) supera il Gran Maestro (van Gaal).
“Colpo triplo” dei Nerazzurri (scudetto, Coppa Italia e Champions League in una sola stagione!) e Massimo Moratti che si ritrova a ricalcare le orme di papà Angelo a distanza di 45 anni.

[All pictures © REUTERS]

Bernabéu gremito. E’ lo stadio in cui, con molta probabilità, José Mourinho lavorerà a cominciare già dalle prossime settimane; perciò, per lui è come un preludio lussuoso, un esercizio di respirazione; respirerà aria di grandeza madrileña: lo attende il Real…
Tuttavia, l’allenatore portoghese non vuol lasciare l’Inter senza aver prima compiuto fino in fondo il suo dovere. E ci riesce brillantemente, forte di una truppa davvero eccezionale di professionisti della pedata ma, soprattutto, di ben amalgamati amici.

Il Bayern si schiera in campo attendendosi stupidamente un’Inter catanecciara… E’, questo, uno dei due grandi errori che commettono i tedeschi. L’altro sarà fare entrare nel secondo tempo Klose al posto dell’eccellente Altintop anziché per l’invisibile punta unica Olic.
Al contrario del suo ex insegnante, “Mou” azzeccherà i pochi, scontati cambi che saranno ncessari per portare a casa il successo.

Vincendo questa finale, l’Inter ha in qualche modo vendicato anche la Fiorentina, che, come ricorderete, dal doppio confronto con il Bayern München era uscita perdente (dovendo quindi dire prematuramente addio alla prestigiosa competizione continentale). Se la Viola non ce l’ha fatta, è stato più per colpa degli arbitri che per merito degli avversari. In una dimensione parallela in cui regnasse davvero la giustizia, chissà, la finale avrebbe potuto essere Inter-Fiorentina…


Moratti: “Emozione sensazionale”

Ma non c’è tempo né spazio per le speculazioni. Per i sogni, invece, sì. E’ un’atmosfera quasi irreale e – appunto – onirica quella che caratterizza l’Estadio Bernabéu di Madrid mentre vengono lette le formazioni. L’Inter giocherà con Chivu terzino sinistro (Facchetti!), Zanetti in un ruolo che potremmo definire “mediano di spinta” (Bedin! o Bertini!) e Pandev esterno sinistro (o ala sinistra: Mariolino Corso!). Il mito nerazzurro, con passato e presente accorpati sotto le stelle della Meseta, freme, fluisce e si libra sull’onda dei colori societari che riempiono più o meno metà dell’imponente arena.
L’altro 50% circa degli spalti si è tinto invece del rosso-e-bianco del Bayern.

Club solido, quello presieduto da Karl Rummenigge (ex Inter!) e che vede come presidente onorario il leggendario “Kaiser”, al secolo Franz Beckenbauer. Al contrario di Karl, che proviene dal Nord Reno-Westfalia e che per i bavaresi è perciò quello che per i nostri meridionali equivale a un “polentone”, Franz è bayerisch nel cuore e nell’anima. Ai microfoni di Sat1, l’emittente che ha i diritti per trasmettere la partita in Germania, Franz Beckenbauer rammenta, biascicando nel modo tipico dei bavaresi, che l’Inter, “come tutte le squadre italiane, ama fare il muro” e che il compito più arduo per la squadra di Monaco sarà appunto di sfondare tale barriera difensiva.
Siamo alle solite: i tedeschi si lasciano accecare dai luoghi comuni, credono solo a ciò che vogliono credere, tendono a inquadrare gli italiani nel compartimento erroneo del loro cervello a patata… Risultato: i “mangiaspaghetti” sgusciano tra le loro maglie e vincono! (E’ già capitato innumerevoli volte a livello di nazionali.)

Sì, il Bayern München ha peccato di arroganza nei giorni, anzi nelle settimane precedenti alla finale madrilena. Tante chiacchiere si sono consumate, tanti falsi preconcetti si sono creati, rendendo l’attesa snervante. Aizzati da tabloid semi-fuorilegge come la Bild Zeitung, l’allenatore, i giocatori e i dirigenti della società di Monaco di Baviera non hanno fatto altro che sottolineare la propensione al “catenaccio” dell’Inter e quella all’”attacco” dello stesso Bayern. Parecchio disturbanti sono risultate soprattutto certe dichiarazioni di Louis van Gaal, il tecnico olandese, il quale ha cercato di soggezionare a distanza l’arbitro con frasi del tipo: “Moltissimo dipende dalla conduzione di gara dell’Imparziale. Una singola decisione sbagliata può compromettere fatalmente il punteggio”. Con questa tattica psicologica da strapazzo, van Gaal cercava anticipatamente di tirare dalla propria parte il fischietto designato…
Per fortuna, l’inglese Webb si è dimostrato perfettamente all’altezza dei suoi compiti. Alla fine dei 90 minuti, i bavaresi non possono recriminare alcunché, con l’eccezione, forse, di un mani in piena area di Maicon. (D’altronde, sull’altro piatto della bilancia c’è qualche duro fallo di troppo a opera di Bommel, magnanimamente graziato dalla terna arbitrale.)

[All pictures © REUTERS]

Conseguenza di tanta “guerra dei nervi”, che alla fin fine ha finito per avere un effetto-boomerang: per 35 minuti, vale a dire dal fischio d’inizio al primo goal di Milito, i bavaresi sono rimasti pressoché imbambolati, sorpresi dalla padronanza tecnico-tattica dell’Inter. Insomma, sono saltati fuori tutti i difetti, tutte le Macken del Bayern; in primis, la mentalità da eterna provinciale, da zia di campagna eccessivamente sparagnina e che moralizza a vuoto (rimproverando alle vicine vezzi e vizi che lei medesima possiede). Quale altro club si periterebbe di schierare un paio di talenti privi di esperienza – Badstuber e Müller – in una finale di Champions League e contro un avversario del calibro dell’Inter?!?
I Nerazzurri fanno quasi quel che vogliono, si prendono il lusso di ridurre al minimo il possesso palla, premono e nel contempo corrono, affondano… lasciando ai tedeschi ben poche possibilità di mettersi in luce (dove sono Schweinsteiger, Olic, Lahm? soltanto il turco Altintop sa rendersi pericoloso in un’occasione o due).
Ed ecco che, alla prima opportunità che gli si presenta, il nostro “Principe” invita di testa Sneijder a fargli da sponda, si scrolla di dosso le guardie del corpo e appoggia in rete con tocco vincente.

Questo è vero calcio: un gioco lineare, concreto, dove si bada al sodo. Per tutta la partita, l’attaccante argentino avrà tirato in porta due volte, al massimo due e mezza. E ha realizzato una doppietta!

Il commentatore di Sat1 affoga nella bile, si scatena contro il club italiano, reo, a suo dire, di chiudersi in difesa…
In effetti qualcosina di vero c’è: dal 35′ al 45′ si assiste a un’Inter che pare accontentarsi dell’1-0, con il Bayern che spinge (sterilmente però) alla ricerca del pareggio. Eppure, anche in questa fase sono gli interisti a sfiorare più spesso il goal…

La tivù tedesca è indigesta. Bisogna cambiare canale. Molto meglio ORF, l’emittente statale austriaca. Lì abbiamo l’onore di avere in studio, come co-commentatore, Herbert Prohaska, stella interista per un breve ma intenso scampolo degli Anni Ottanta. Prima del match, Prohaska ha pronosticato un 1-0 per il club italiano e, mentre i giocatori si trovano negli spogliatoi aspettando la ripresa, lui si gongola, con le tipiche, profonde vocali ostrogote: “Probabile che il risultato rimanga così e che io ci azzecchi in pieno…”.
La sua simpatia è riservata palesemente all’Inter. Di contro, il commentatore austriaco “in campo” è – ovvio – dalla parte dei bavaresi e ogni tanto anche lui scivola, come i colleghi tedeschi, nel cliché del “calcio maccheronico”. Ma in complesso si riscontra molta più obiettività in Austria che non in Germania.


Il futuro… è già oggi

Durante la pausa ci si attendeva che van Gaal strigliasse e spronasse i suoi, e infatti qualcosina in più il Bayern ad inizio di secondo tempo la fa vedere. In generale però i tedeschi appaiono troppo compassati. Inoltre, si trovano di fronte un’Inter disciplinatissima e furba che sembra la replica di quella di Helenio Herrera: difesa perfetta, ripartenze da manuale e un centravanti superbo pronto a stoccare una seconda volta. 2-0, e a questo punto nessuno ha più dubbi sulla conquista del trofeo da parte dei Nerazzurri.

La nostra squadra ha giocato “la” partita perfetta ed è parere concorde che Milito si meriti il Pallone d’Oro.

Complimenti Inter, conquistadora della più importante coppa europea. E complimenti ai numerosi tifosi arrivati dall’Italia che hanno colorato il Bernabéu vincendo la sfida del tifo contro i tedeschi (pittoreschi ma in maniera meno gioiosa).

Al fischio finale corrisponde il tripudio dei fans nerazzurri e l’invidia, il livore, la frustrazione dei miseri “gufi”, ossia di quei nostri connazionali che, nel corso della magica serata, hanno tifato contro. (Ma consoliamoci: le cose vanno così anche fuori del nostro Paese. In Germania non sono pochi coloro che augurano sempre al pluridecorato e ricco F.C. Bayern di perdere. Beh, per una volta tanto sono stati accontentati.)

Il pianto irrefrenabile di Mourinho in appendice ai 90 minuti si può interpretare in tanti modi: felicità, sfogo liberatorio dopo le polemiche e le accuse – anche pesanti – nei suoi confronti, oppure un umanissimo tributo alla fortuna. Sì, perché per arrivare a conseguire tanti e tali successi occorre non solo bravura, ma anche un pizzico, a volte due, di buena sorte. Comunque sia, Madama Fortuna è fondamentalmente una signora, e le signore non si accompagnano agli indegni, agli immeritevoli.

Ciao José… e grazie per il tuo soggiorno a Milano.

Grazie soprattutto Grande Inter; e non soltanto per il successo arcimeritato. Hai riscattato, attraverso lo sport più popolare in assoluto, l’immagine dell’Italia nel mondo, restituendoci un momento di sano orgoglio nazionale.

Capitan Zanetti (700sima presenza!) corona una militanza speciale con la maglia a strisce nere e azzurre: “E’ un’emozione unica, inseguivo questa coppa da 15 anni e arriva proprio nel momento migliore della mia carriera”.
Gli fa eco Cambiasso: “E’ la vittoria del gruppo”.

E adesso… tutti in vacanza! Anche perchè i mondiali sudafricani saranno per noi brevi e – urca! – tutt’altro che indolori.

Bayern-Inter 0-2

Bayern: Butt; Lahm, Van Buyten, Demichelis, Badstuber; Robben, Van Bommel, Schweinsteiger, Altintop (18′ st Klose); Müller, Olic (29′ st Gomez).
A disp: Rensing, Gorlitz, Contento, Pranjjic; Tymoschuk.
All. Van Gaal.

Inter: Julio Cesar; Maicon, Lucio, Samuel, Chivu (21′ st Stankovic); Zanetti, Cambiasso; Pandev (33′ st Muntari), Sneijder, Eto’o; Milito (45′ st Materazzi).
A disp: Toldo, Cordoba, Mariga, Balotelli.
All. Mourinho.

Arbitro: Webb (Inghilterra).
Marcatore: 35′ pt Milito, 25′ st Milito.

Note: ammoniti Demichelis, Chivu, Pandev, Van Bommel.

[All pictures © REUTERS]

 

Articolo di Peter Patti, 22-23/5/2010

Le Edizioni Scudo sono protagoniste di un’operazione culturale assolutamente importante in un periodo in cui ogni cosa viene commercializzata e persino la parola venduta a peso d’oro: mettono a disposizione testi gratuiti (sotto forma di eBooks) e li abbelliscono con tanto di “copertina” e illustrazioni di grandi qualità.
Nel mese di settembre sono usciti ben tre romanzi, nella collana “Long Stories”:

Le serate del Blue Buzzard di Pierre Jean Brouillaud [free download]

Le Magnifiche di Giorgio Sangiorgi [free download]

Transits di Peter Patti [free download]

Oggi prendiamo di mira Le Magnifiche, il romanzo di Sangiorgi con illustrazioni dello stesso autore e copertina di Luca Oleastri.

sangiorgi-le-magnifiche Si nota subito, fin dalle prime righe, che Sangiorgi è un narratore eccezionale, in possesso di cultura assai vasta e oltretutto di quel senso dell’”equilibrio della parola” che oggi sembra vieppiù andare smarrirsi in un selvaggio e incontrollato gesto logorreico. Le Magnifiche non è ovviamente la sua prima prova scribatoria (anche se Sangiorgi è noto principalmente come illustratore e fumettista); non a caso, risalta immediatamente l’abilità dello scriba di mestiere: già solo l’incipit è intrigante (“Il giorno che cambiò la vita di Juliet Linton, non si era presentato nel migliore dei modi fin dal primo mattino“) e l’ambientazione londinese fin de siècle denota la profonda conoscenza della metropoli sul Tamigi oltre che della letteratura “classica” inglese. Entro tali coordinate, si svolge una vicenda fantastica, a metà tra le storie di Dickens e l’odierno cinema d’entertainment…

La trama, in breve:

Juliet Linton è una tenera fanciulla inglese della fine dell’Ottocento e non sa che dentro di lei albergano una forza e un potere insospettati. Di queste sue qualità se n’è accorto però qualcun altro: una donna misteriosa e gigantesca che si presenta un giorno alla porta di Juliet facendole un’assurda e inaccettabile offerta; un’offerta che la ragazza non può rifiutare e che condurrà lei e il lettore in un lungo viaggio e verso un’avventura estrema…

Un grande romanzo di Sangiorgi, una singolarissima space opera, un lavoro che miscela molti sottogeneri della fantascienza con la spregiudicatezza di cui spesso sono solo capaci i giapponesi. Ma anche un racconto dedicato allo spirito femminile.

Scarica l’eBook

Presto la silloge di racconti horror In Paradiso è scoppiato l’Inferno (by franc’O'brain) come ebook sul sito http://www.ebookgratis.net/ !

 

in-paradiso

 

Leggi qui una nuova intervista con l’autore

 

                Il nostro network letterario

L i t e r ae

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Altro: Binario 1, Il negozio di libri di Peter Patti / franc’O'brain su Lulu,
United colors of franc’O'brain

 

 

         

 

Due links amici

20 maggio 2009

aNobii: http://www.anobii.com/peterp/books

L i t e r ae: http://scrittura.ning.com

Siamo un granello di sabbia nell’universo. E’ una cosa che già si sa ma che è bene ricordare. Ancora nessuno scienziato ha saputo dare una risposta concreta alla domanda che da sempre ci assilla, ovvero: “Che cos’è la vita e come si sono create le galassie?” Cioè: la materia esisteva prima del Big Bang? E se sì, che cosa c’era prima della materia?

Riflettiamo un attimo sulla fisiologia del nostro pianeta: i continenti poggiano su un fiume scorrevole di fuoco, e anche per questo abbiamo lo spiacevole fenomeno dei movimenti tellurici. Piastre che scivolano e urtano tra di esse, fosse di San Andrea, pozzi neri in fondo agli oceani e quant’altro. Viviamo su una crosta sottile; siamo microbi risultati dal raffreddamento di gas e sviluppatisi nel corso di milioni, miliardi di anni grazie al paziente “lavoro” delle piante, delle foreste – amazzoniche e subtropicali in primis: proprio quelle che oggi stiamo distruggendo…

Inoltre, tantissimo del nostro destino dipende dalla direzione del campo magnetico (ci sono stati periodi in cui il campo magnetico è addirittura “caduto”, e ciò potrebbe capitare ancora: se il nucleo del pianeta smette di roteare, sono guai seri!). E non dimentichiamo che alcuni vulcani, per esempio il Vesuvio, sono a rischio di eruzione. Il Vesuvio potrebbe “esplodere” anche domani, ma speriamo di no: il cielo di almeno metà dell’emisfero Nord si oscurerebbe per tantissimi anni, forse addirittura per secoli, con conseguente abbassamento delle temperature…

L’evoluzione della nostra razza è un concetto assolutamente da relativizzare, soprattutto se leggiamo le notizie di cronaca e dal fronte della politica. Siamo in realtà delle bestie, e credo che solo una piccolissima parte di noi sia diventata Homo sapiens sapiens, mentre i più sono rimasti Homo sapiens e, evidentemente, ci sono ancora in circolazione tanti trogloditi, tanti neanderthaliani. La “bestialità” della nostra natura è testimoniata anche dalla Storia; consideriamo per esempio i viaggi di conquista e di colonizzazione di terre distanti: abbiamo praticamente scannato popolazioni intere, in America, in Africa, nelle isole del Pacifico, in Oceania…

Tutto questo discorso mi serve per introdurre Gli amanti di Pangea. E’ un miniracconto di Peter Patti che richiama le atmosfere di certi libri di Edgar Rice Burroughs, Donald Wandrei o, per rimanere agli scrittori contemporanei, Robert Charles Wilson (se non lo avete ancora fatto, leggete, di quest’ultimo, il romanzo Darwinia).

 

Il file è in formato .doc

               Scarica e/o leggi  Gli amanti di Pangea

 

Tre nuovi racconti online!

15 febbraio 2009

Dalla fantasia infernale di franc’O'brain sono scaturite tre nuove “sborror stories”, liberamente scaricabili. Il formato è .doc

Rossana

Steroid Killer

Il sesso dei morti

 

Avvertenza
I racconti ivi linkati non sono necessariamente tutti a sfondo erotico e/o horror, ma se ne consiglia ugualmente la lettura a un pubblico adulto.
Firmato: l’Autore

Werner Herzog

31 ottobre 2008

 Vidi Werner Herzog aggirarsi per Monaco di Baviera agli inizi degli Anni Novanta. Era a bordo di un pulmino Volkswagen e tagliava le strade di Schwabing (“il quartiere degli artisti”) come se fosse alla ricerca di qualcosa. Probabilmente era stordito per la morte di Klaus Kinski. Ancora più probabilmente cercava finanziatori per poter produrre Kinski, il mio nemico più caro, docuritratto sull’interprete di cinque suoi film (da Aguirre, furore di Dio del 1972 a Cobra Verde del 1988).

Herzog aveva conosciuto l’attore polacco-tedesco (vero nome: Nikolaus – “Klaus” – Günther Nakszynski) quando, tredicenne, aveva coabitato con lui a Monaco di Baviera, nell’appartamento dei propri genitori, i quali erano troppo poveri per permettersi di abitare da soli. Kinski, allora un giovanotto di ventisei anni, era già un personaggio folle e problematico, e si può capire che Werner Herzog, di per sé una personalità eccentrica, fosse rimasto affascinato dal leggendario e geniale attore, tanto da ricordarsi di lui quando si trattò di girare pellicole su eroi schizofrenici e psicopatici: in Perù e lungo il Rio delle Amazzoni (Aguirre, furore di Dio, e Fitzcarraldo), Africa (Cobra Verde), nonché Mitteleuropa (Nosferatu e Woyzeck). 

Alla “Herzog Connection” appartenne anche il musicista e compositore Florian Fricke, il quale alla fine degli Anni Sessanta partecipò come assistente tecnico e figurante pianista nel film Segni di Vita (Lebenszeichen), primo lavoro ufficiale di Herzog. Poco tempo dopo Fricke fondò i Popol Vuh, band votata a un progressive rock dai toni etnico-meditativi, e la particolarità di quella musica convinse il regista a sceglierla come colonna sonora di molte sue opere (tutte quelle con Kinski e in più Herz aus Glas, del 1976, oltre che per diversi documentari).

Il vero nome del regista è Werner H. Stipetic (le sue origini sono croate; i genitori, Elisabeth e Dietrich, erano biologi). In Germania studiò Storia, Storia del Teatro e Letteratura, ma senza mai terminare gli studi. Si iscrisse alla Duquesne University di Pittsburgh, ma smise di frequentarla dopo pochi giorni. Nel 1961 si mise a lavorare in una fabbrica metallurgica per finanziare i propri film. Già nel 1963 fondava la sua casa di produzione. Nel 1966 venne assunto dalla N.A.S.A., ma diede quasi subito le dimissioni.

Herzog, che da anni vive a Los Angeles, è stato sposato più volte (l’utima sua moglie, Lena, è nata in Russia) e alla sua “connection”, ovvero al suo gruppo di collaboratori fidati, appartengono anche i suoi familiari (in primo luogo il fratello Lucki Stipetic, produttore, e il figlio Rudolph, produttore e regista).

Diversi episodi della sua biografia sono diventati leggendari. Nel 1974 percorse a piedi i 500 km. che separano Monaco di Baviera da Parigi per visitare l’attrice Lotte Eisner, che stava morendo di una grave malattia (la Eisner riuscirà a sopravvivere per altri 8 anni; ma non si sa se il merito sia da ascrivere a Herzog). Un’altra volta apparve a Joaquin Phoenix, che aveva appena avuto un incidente d’auto nell’impervia regione dei canyon; Herzog bussò sul finestrino e disse alla nuova star del cinema americano di non muoversi, di stare rilassato, chiamò al telefono un’ambulanza e sparì misteriosamente, così come era spuntato; ancora oggi Joachin Phoenix ride quando racconta di quell’episodio. A uno studente di cinematografia, Errol Morris, Herzog disse che si sarebbe mangiato una scarpa se il giovane sarebbe riuscito a fare un film; Morris accettò la scommessa e subito dopo diresse un documentario su un cimitero di animali, Gates to Heaven (1978), che gli diede una certa nomea e gli permise di dirigere in seguito anche The Thin Blue Line (1988) e Fast, Cheap & Out of Control (1997); Herzog non volle mancare alla promessa e si mangiò in pubblico una scarpa (il tutto è documentato in Werner Herzog Eats His Shoe, diretto nel 1980 da Les Blank). L’ultimo strano episodio che lo riguarda è di più recente data (2005): durante un’intervista all’aperto con il giornalista della BBC Mark Kermode a proposito di Grizzly Man, che era appena uscito nelle sale, un anonimo cecchino (fenomeno purtroppo frequente negli U.S.A., e in specie a Los Angeles) sparò addosso al regista. Herzog volle a tutti i costi continuare l’intervista, sebbene sanguinasse dal basso ventre… 

Ripercorrendo la sua filmografia, abbiamo la conferma che la sua specialità sono i documentari, oltre ai film che mischiano realtà e finzione; e in quasi tutte le pellicole di Herzog (la cui ambientazione abbraccia tutt’e cinque i continenti) sono inserite lunghe, a volte lunghissime sequenze paesaggistiche. Herzog ha messo tra l’altro in scena diverse opere liriche (a Bayreuth, alla Scala di Milano, all’Arena di Verona, e inoltre a Tokyo, Houston, Bologna, Parigi, Bonn…). Innumerevoli i premi da lui ricevuti, in Europa come in America, anche se Hollywood lo ha spesso accusato di avere un modo di lavorare “semplicemente amatoriale”. La famosa rivista Entertainment Weekly lo ha votato come il 35simo miglior regista di tutti i tempi.

 

WERNER HERZOG – I lungometraggi

Segni di vita (Lebenszeichen) (1968)
Fata Morgana (1970)
Anche i nani hanno cominciato da piccoli (Auch Zwerge haben klein angefangen) (1970)
Paese del silenzio e dell’oscurità (Land des Schweigens und der Dunkelheit) (1971) documentario
Aguirre, furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes) (1972)
L’enigma di Kaspar Hauser (Jeder für sich und Gott gegen alle) (1974)
Cuore di vetro (Herz aus Glas) (1976)
La ballata di Stroszek (Stroszek) (1977)
Nosferatu, il principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht) (1978)
Woyzeck (1979)
Fitzcarraldo (1982)
Dove sognano le formiche verdi (Wo die grünen Ameisen träumen) (1984)
Cobra Verde (1987)
Echi da un regno oscuro (Echos aus einem düstern Reich) (1990) documentario
Grido di pietra (Cerro Torre: Schrei aus Stein) (1991) 
Apocalisse nel deserto (Lektionen in Finsternis) (1992) 
Rintocchi dal profondo (Glocken aus der Tiefe) (1993) documentario
Il piccolo Dieter vuole volare (Little Dieter Needs to Fly) (1997) documentario
Kinski, il mio nemico più caro (Mein liebster Feind – Klaus Kinski) (1999) documentario
Invincibile (Invincible) (2001)
Kalachakra, la ruota del tempo (Wheel of Time) (2003) documentario
Il diamante bianco (The White Diamond) (2004) documentario
Grizzly Man (2005) documentario
L’ignoto spazio profondo (The Wild Blue Yonder) (2005)
Rescue Dawn (2006)
Encounters at the End of the World (2007) documentario
Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans (2009), in produzione

Popol Vuh

5 ottobre 2008

“La musica è il mezzo che mi aiuta ad avvicinarmi in modo realistico all’utopia”.
(Florian Fricke, 1944-2001)

Fricke nacque il 23 febbraio 1944 in una cittadina sul Lago di Costanza, e più precisamente a Lindau, sul confine austro-svizzero. Iniziò a suonare il pianoforte a sette anni e, dopo gli studi al Conservatorio di Friburgo, lavorò come critico musicale e cinematografico per la Süddeutsche Zeitung, Der Spiegel e la Neue Züricher Zeitung. Mentre si ingegnava a girare alcuni corto- e mediometraggi, divenne amico dell’allora aspirante regista Werner Herzog. Fricke partecipò al primo film ufficiale di Herzog, Segni di Vita (Lebenszeichen): come assistente tecnico e come attore, nel ruolo di un soldato che suona Chopin.

Di lui esistono poche fotografie, tanto era schivo. Una delle poche che fece inserire nelle copertine dei primi album lo ritrae durante un concerto in posa contemplativa.
E “contemplativa” è proprio l’aggettivo più adatto per descrivere la musica del gruppo formatosi intorno a questo notevole rappresentante della moderna avanguardia.

Il luogo era Monaco di Baviera e l’anno il 1969 quando, ad opera di Florian Fricke (tastiere), Holger Trülzsch (drums) e Frank Fiedler (sintetizzatore), nacquero i Popol Vuh. Fricke, appassionato di culture e religioni antiche, scelse come nome quello del libro sacro degli indiani Quiché del Guatemala.

[N.B.: c'è anche un gruppo progressive norvegese che scelse di chiamarsi così, e questa circostanza provocherà una certa confusione almeno fino al 1975, quando Florian Fricke minacciò di ricorrere a vie legali contro i "colleghi" nordeuropei. Questi altri Popol Vuh (autori, almeno ad inizio carriera, di un interessante rock psichedelico con influenze genesiane), riconobbero di essere "arrivati secondi" e si ribattezzarono Popol Ace.]

Amante della musica elettronica, Fricke fu uno dei primi a voler sfruttare le potenzialità del moog, che allora pochissimi possedevano non solo perché costava una fortuna ma anche perché assai ingombrante.

L’LP del debutto, Affenstunde, che i Popol Vuh pubblicarono nel 1971 per la Liberty (al tempo la label tedesca più progressiva – basti pensare che aveva sotto contratto Amon Düül II e CAN), consisteva in “Kosmische Musik” mista a percussioni etniche. A produrre l’album furono l’americano Gerhard Augustin (titolare della Liberty) con la moglie di Florian, Bettina, responsabile anche della maggior parte delle scelte grafiche nelle copertine dei dischi.
In Germania c’erano già diversi folletti siderali, tutti figli putativi di Karlheinz Stockhausen (Ash Ra Temple, Klaus Schultze, Tangerine Dream, i suddetti Amon Düül, e inoltre Jane, Neu!…), tuttavia i Popol Vuh si differenziavano per la componente misticheggiante. Se il loro tipo di musica rientrava nel Krautrock, ciò accadeva solo per via della locazione geografica. In realtà nel loro caso non si può parlare nemmeno di rock. Le sperimentazioni sonore dei Vuh sembrano scaturire da una cattedrale sotterranea; come Haydn in un concerto onirico di formiche tibetane.

Anche il secondo disco – In den Gärten Pharaos; per l’etichetta OHR-Pilz – ricorda perlopiù i Tangerine Dream dell’èra Alpha Centauri / Zeit (cosa che non deve sorprendere, dato che fu proprio Fricke a “presentare” il Moog III ai Tangerine, suonandolo come guest player in Zeit) o, come nota Piero Scaruffi, i Pink Floyd di A Saucerful of Secrets (soprattutto nel secondo dei due lunghi brani, “Vuh”, registrato nella cattedrale di Baumburg).

Subito dopo i suoni diventano più eterei, gli accordi celestiali, in un’unità di antico e moderno, di sacro e profano. Fricke rinuncia all’elettronica. “Non voglio usare il sintetizzatore per riprodurre la musica religiosa cristiana” spiegherà in un’intervista del 1972. “Pur tuttavia, la nostra non può essere definita ‘musica da chiesa’, a meno che non consideriate il corpo come un tempio sacro e le orecchie come porte”. Con lui ora collaborano il chitarrista/percussionista Daniel Fichelscher (ex Amon Düül II; Fischelscher parteciperà a oltre una dozzina di incisioni dei Popol Vuh) e la soprano coreana Djong Yun. Testi e suoni si ispirano non solo a passi della Bibbia e di altri testi sacri delle religioni mondiali, ma anche a visioni dei popoli dell’Himalaya e ai canti dei Curdi della regione dell’Eufrate.

La svolta minimalistica è segnata da Hosianna Mantra, a base di pianoforte (Fricke), violino (Fritz Sonnleitner), oboe (Robert Eliscu), chitarra (Conny Veit) e tamboura (Klaus Wiese). Come suggerisce il titolo, è un album in cui si fondano miti orientali e leggende cristiane.

Il successivo Seligpreisung (Kosmische Musik, 1973) approfondisce lo studio intorno alle possibilità dei mantra pur avvalendosi di estratti dal Vangelo di Matteo, condendo la formula con maggiore dinamismo e un tocco di psichedelia grazie agli assoli di Fichelscher.

Quindi è il turno di un’altra opera miliare a titolo Einsjäger & Siebenjäger (1974, per l’italiana PDU e per la tedesca Kosmische Musik), con veri e propri inni alla gioia (“King Minos”) e ambiziose composizioni bagnate nel lago di un progressive mai fine a se stesso (i venti minuti della traccia di chiusura che dà il titolo all’album).

Con il successivo Das Hohelied Salomos (United Artist, 1975) si mettono in musica alcuni dei Salmi del Re Salomone. E’ l’album in cui si registra il ritorno della soprano Yun. La proto-world-music di Fricke si inabissa nelle atmosfere di epoche e paesaggi remoti con l’ormai sperimentato connubio tra grandiosità wagneriana e momenti di raccoglimento meditativo (un rigore giustificato dalla sua passione per il medioevo e per il misticismo di origine soprattutto asiatica). In questo periodo il Nostro si decide a vendere il gigantesco e ormai inutilizzato moog modulare all’amico Klaus Schulze, che, come sappiamo, ne farà buon uso.

Il primo concerto all’estero dei Popol Vuh avviene a Milano nel 1976. E’ anche l’anno dell’uscita di Letzte Tage – Letzte Nächte (United Artists), con il quasi-pop ritmato della titletrack cantato da Renate Knaup degli Amon Düül II, e Yoga, registrazione di due jam sessions con musicisti indiani, pubblicata dall’italiana PDU dapprima illegalmente e poi ufficializzata (è riscontrabile infatti nel catalogo della band).

Dal 1978 il gruppo torna sotto la supervisione di uno dei loro primi scopritori, il produttore Augustin. Ma Fricke, già allora amareggiato nei confronti del mondo discografico, guadagna uno scampolo di indipendenza mettendosi a comporre colonne musicali insieme a Fiedler e intraprendendo con lui e altri amici fidati viaggi intorno al mondo.

Brüder Des Schattens, Söhne Des Lichts (Brain, 1978) sarà il punto di partenza per la realizzazione della colonna sonora del Nosferatu di Herzog. L’omonima suite d’apertura è forse uno degli episodi più ispirati e riassuntivi di tutta la discografia frickiana: paesaggi metafisici e spaziali vengono solcati dal pathos primordiale proprio di tutti gli umani. Il passo successivo è l’oscuro e, sì, depressivo Die Nacht Der SeeleTantric Songs (Brain, 1979), nel quale alcuni intravedono le prime stanchezze compositive dell’ensemble e del suo leader. Grazie alla magniloquenza delle cento voci della Corale dell’Opera Bavarese, Sei Still, Wisse Ich Bin (‘81, per la Innovative Communication di Schulze) fa sperare a un secondo decennio ricco di opere memorabili. Purtroppo il successivo Agape-Agape (Uniton, 1983) porgerà il fianco alle accuse di manierismo spirituale. Si tratta di composizioni indianeggianti poco brillanti, buone giusto per esercizi di yoga casalingo: insomma, proprio quella New Age che Fricke sconfessò fin dall’inizio. Spirit Of Peace (Cicada, 1985) e For You And Me (Milan, 1991) seguono la stessa linea. Sono dischi in tutti i sensi lenti, sia pure immersi in una certa solarità bucolica.

A metà degli Anni Novanta c’è un’impennata, una sorta di come back non privo di fascino, con City Raga, album che utilizza l’angelica voce di Maya Rose, un’esperta delle tecniche di respirazione originaria dello Yucatan.

A questo punto inizia l’èra della “modernizzazione”: nella musica dei Popol Vuh subentrano i suoni dell’universo techno, per via anche dell’apporto del nuovo componente, il tastierista Guido Hieronymus. Nel 1999 l’ultimo album: Messa di Orfeo (Spalax, 1999), risultato di uno spettacolo multimediale al festival d’Arte Contemporanea di Molfetta (Bari), con il recitato dell’attrice Guillermina De Gennaro e una serie di improvvisazioni d’atmosfera che inseguono utopiche estasi.

Il resto della discografia consiste in raccolte e in alcuni “mix” ad opera di Gerhard Augustin. Un posto di merito, in questa lista, occupano le colonne sonore per i film herzogiani.

Si parte con Aguirre, furore di Dio (il disco porta il titolo Aguirre; 1976, Cosmic Music), nel quale l’eternamente spiritato Klaus Kinski, “pallino” del regista bavarese, si cala in maniera naturale nell’identità di un caposoldato folle. Dopo è la volta del documentario La grande estasi dell’intagliatore Steiner, la cui colonna sonora non è mai stata ufficialmente pubblicata su CD. Vediamo indi un Florian che già mostra i segni dell’invecchiamento fisico apparire personalmente nella pellicola L’enigma di Kaspar Hauser, vestendo i panni di un pianista cieco in una lacerante interpretazione dell’Agnus Dei.

La collaborazione tra il regista e il compositore prosegue con Cuore di vetro (Herz aus Glas; 1976), Nosferatu (1978), lo stupendo Fitzcarraldo (1979), Cobra Verde (1990) e Grido di Pietra (Cerro Torre: Schrei aus Stein; 1991).
Tra queste, Nosferatu è sicuramente l’opera più riuscita per quanto riguarda la simbiosi tra le immagini del film e lo stupore estatico di una musica mai, per fortuna, didascalica.

Con la precoce morte di Florian Fricke avvenuta il 29 dicembre 2001 a causa di complicazioni dopo un infarto, termina la storia dei Popol Vuh; ma il seme delle loro idee prosegue a germogliare. Non è New Age; non è vera e propria World Music. “Chiamatela, se preferite, musica per lo spirito.”

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POPOL VUH – Discografia essenziale

1970 Affenstunde (Liberty, Ger)
1971 In den Gärten Pharaos (Pilz, Ger)
1972 Hosianna Mantra (Pilz, Ger)
1973 Seilegpreisung (Kosmische Musik, Ger)
1974 Einsjäger & Siebenjäger (Kosmische Musik, Ger)
1975 Das Hohelied Salomos (United Artists, Ger)
1976 Letze Tage – Letze Nächte (United Artists, Ger)
Yoga (PDU, Ita)
1979 Die Nacht Der Seele – Tantric Songs (Brain, Ger)
1981 Sei Still, Wisse Ich Bin (Innovative Communication, Ger)
1982 Agape–Agape (Uniton, Nor)
1985 Spirit Of Peace (Cicada, Nor)
1991 For You & Me (Milan, Fra)
1995 City Raga (Milan, Fra)
1997 Shepherd’s Symphony (Mystic Records, UK)
1998 Messa di Orfeo (Spalax, Fra)

Soundtracks, soundtrack-compilations

1974 Aguirre (OHR, Ger)
1976 Herz Aus Glas – Coeur De Verre (Brain, Ger)
1978 On The Way To a Little Way – Nosferatu (Egg, Fra)
Brüder Des Schattens – Söhne des Lichts (Nosferatu) (Brain, Ger)
1982 Fitzcarraldo (Pilz, Ger)
1987 Cobra Verde (Milan, Fra)
1993 Best of Popol Vuh – From Films of W.H. (Milan, Fra)
1994 Movie Music (Weltbild Verlag, Ger)
1996 Soundtracks from Werner Herzog (3 cd box) (Spalax, Fra)
2005 Coeur de Verre (SPV, USA)

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Klaus Kinski

28 settembre 2008

Quando abitavo a Baldham, alla periferia orientale di Monaco di Baviera, ero solito passare davanti alla villa di Nastassja Klinski: Lei era giovane come me, ma già famosa. Tuttavia la sua celebrità era dovuta più al suo carettere ribelle che alla sua bravura di attrice. Dunque, almeno in questo era tutta suo padre. A me piaceva molto, sia perché sexy, sia perché aveva scelto di essere diva, sì, ma diva a modo suo.
La villa di Baldham era uno dei suoi tre-quattro rifugi sparsi nel mondo. Niente male per una ragazza di poco più di ventitré anni (ma sulla sua data di nascita le fonti sono contraddittorie…).

Un giorno udii alcune voci che provenivano da oltre il muro di recensione e mi arrischiai a gettare uno sguardo appoggiandomi al cancello. Nastassja prendeva il sole su una sedia a sdraio, in costume da bagno. Un’altra donna presente nel suo giardino vedendomi la avvertì: “Ein Gaffer!” (“Uno spione!) e aggiunse: “Sarà un paparazzo?”.
 Non erano pochi i reporter scandalistici che ronzavano intorno all’attrice. Nastassja era appena reduce da un ennesimo “fattaccio”: aveva dovuto scontare qualche giorno di detenzione nelle carceri tedesche per essersi ripetutamente servita di mezzi pubblici senza pagare il biglietto e per aver rifiutato di svolgere il servizio sociale presso un ospedale, pena riabilitativa a cui era stata condannata.
Nastassja Aglaja Kinski (così risultava all’anagrafe) sollevò la testa e, guardandomi da dietro gli occhiali da sole, disse: “Carino! Ma è ancora uno sbarbatello…”
Continuai per la mia strada sorridendo. In qualche modo era stato confermato un mio sospetto: e cioè che la ragazza non fosse del tutto groggy come sostenevano i media. Sapevo che prediligeva uomini anziani (aveva il complesso del padre) e a me era bastato un suo cenno e quelle parole per sentirmi felice. Di più del resto non osavo sperare, vista anche la mia posizione sociale (lavoravo in una pizzeria; scrivevo nottetempo, ma non avevo ancora pubblicato nulla: ero un piccolo emigrato italiano casualmente finito in una cittadina dove erano andati ad alloggiare numerosi protagonisti del jetset tedesco).

 

 

Cinematograficamente parlando, più che da Nastassja era affascinato dal genitore, Klaus (1926-1991). Mentre Nastassja era tra le attrici predilette da Wim Wenders (Falso movimento; Paris, Texas; Così lontano, così vicino), Kinski senior, l’”antidivo folle” per eccellenza, fu il pallino fisso di Werner Herzog

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 Klaus Nakschinski, in arte Kinski (era di origine polacca), ammirava talmente Dostoevskij, e in particolare L’Idiota, da aver battezzato la sua primogenita (della quale non si sarebbe mai occupato, come del resto avrebbe abbandonato al loro destino anche gli altri figli) con i nomi delle due donne amate dal principe Myškin: Nastassja e Aglaja.
Lui stesso avrebbe potuto benissimo essere un personaggio dostoevskiano. Depravato ma anche tenero, quasi infantile, mi sembra di rivederlo mentre, nel 1971, si atteggia a messia sul palco di un sovraffollato teatro berlinese, solo contro tutti, un Cristo sacrilego e profanatore, urlando blasfemità e aggredendo verbalmente chiunque gli capitasse a tiro.
Era il terrore e la delizia della stampa: non raramente le interviste terminavano con lui che insultava i giornalisti, bestemmiando e sputando. Nei talkshows si rifiutava di rispondere alle domande (tanto, erano sempre le stesse!) e rivolgeva pesanti apprezzamenti alle moderatrici.
  
 La sua giovinezza fu segnata dalla prigionia di guerra, da un soggiorno in manicomio e da una grave infezione alla gola in seguito a cui rischiò di morire. Si racconta che, per risparmiare i soldi dello specialista, Klaus si sarebbe estirpato l’infezione da solo, affondando nella gola la lama di un coltello. A 26 anni venne internato per tre giorni. Secondo gli psichiatri, quel giovanotto rappresentava “un pericolo pubblico”. Nella sua cartella clinica (saltata fuori solo recentemente) si legge: “Diagnosi temporanea: schizofrenia. Conclusione definitiva: psicopatia”. 
Durante quel periodo il giovane attore si innamorò perdutamente di una dottoressa che aveva il doppio dei suoi anni. Per poterla vedere, prese il vizio di entrare nella clinica senza permesso e di nascondersi dentro l’appartamento della donna, come un ladro o… un seviziatore. Gli psichiatri annotarono: “Secondo il suo racconto, i due si amano profondamente”. Lei, invece, avrebbe provato solo un affetto materno per l’attore.

 

 Kinski, allora disoccupato, colto dalla disperazione e dalla gelosia tentò il suicidio assumendo tre fiale di morfina. Sopravvisse, ma poco tempo dopo ingurgitò una dozzina di compresse di sonnifero. Più di una volta si scagliò ferocemente contro la dottoressa, e fu tale gesto a farlo classificare come “pericolo pubblico”. Tuttavia non si definì mai un pazzo, bensì un genio, e ciò ben prima di diventare una stella di prima grandezza della storia del cinema.
I medici della clinica berlinese Karl Bonhoeffer scrissero: “Dice di essere un attore ma non ha lavoro da più di un anno…”
 In effetti la sua carriera sarebbe decollata solo negli Anni Sessanta, acquisendo primi scampoli di popolarità interpretando figure di “tipi strani” nella serie tedesca di film basati sui mystery novels di Edgar Wallace. Recitò in oltre 130 pellicole (La guerra segreta, Per qualche dollaro in più, Dottor Zhivago, Se incontri Sartana prega per la tua morte, Sono Sartana, il vostro becchino… e non dimentichiamo che indossò i panni del “Doktor” Hugo Zuckerbrot in Buddy Buddy, spassosissima commedia con Walter Matthau e Jack Lemmon), rimanendo veramente indimenticabile però solo grazie ai ruoli assegnatili da Werner Herzog: da Aguirre, furore di Dio (1974) a Cobra Verde (1987), attraverso Nosferatu (1978), Fitzcarraldo (1982) e un paio di altre opere cult del regista tedesco.
 

Sentimentalmente Kinski fu legato a tante donne, sposandosi quattro volte. (Nastassja nacque dal secondo matrimonio, quello con Ruth Brigitte Toecki.) Altrettante le separazioni, l’ultima nel 1989 dopo due anni al fianco dell’attrice italiana Deborah Caprioglio.
Il Paganini di Kinski, da lui stesso concepito e diretto (Herzog si rifiutò di girarlo), può essere inquadrato nella categoria “soft porn”. E’ pieno di belle donne che impazziscono alla sola vista del protagonista e si masturbano mentre pensano a lui… Un film confuso, inguardabile; ma si può dare ragione all’attore: in effetti, sono riconoscibili i parallelismi esistenti tra le sue più nere ossessioni e quelle di Paganini, “il violinista del diavolo”.

Nella scandalosa autobiografia Ich bin so wild nach deinem Erdbeermund, colma di aberranti – e per certi versi esilaranti – scene pornografiche, Kinski scrisse: “Io sono il mio solo Dio, la mia sola giuria, il mio solo esecutore”.

Rimane impressa l’inquadratura finale del documentario di Herzog Kinski, il mio nemico più caro (Mein liebster Feind – Klaus Kinski; 1999): la farfalla tropicale che si posa sul volto di Klaus, rendendo meno tormentato il suo sorriso, quel che vorrebbe esprimere perfidia e arroganza ma tradisce la sua vera natura di bimbo sgomento e sofferente di solitudine.

Chi ha seguito la mia attività di scrittore, avrà notato che ho sospeso (momentaneamente?) la pubblicazione di testi horror. Il motivo è che nella vita di ciascuno di noi irrompono periodi contrassegnati dall’orrore: quello autentico, che quasi sempre ha la facoltà di lasciarci senza parole o, se si vuole, di essiccare l’inchiostro della nostra penna. La morte violenta e improvvisa di uno dei nostri cari, l’aver accettato un lavoro umile e duro che avrebbe dovuto essere uno stratagemma di sopravvivenza e invece assomiglia sempre più all’Highway to Hell, il dolore immenso e assoluto del nostro compagno (della nostra compagna), accompagnato dai segni della vecchiaia precoce sul suo volto e nel suo spirito, lo stato d’animo abbattuto e sfiduciato di nostri amici e conoscenti che hanno avuto il coraggio di aprire una qualche attività che avrebbe dovuto renderli liberi e che ha finito per tradirli, scavando profonde rughe sulle loro facce una volta sorridenti… Tutto questo, sì, porta orrore, è orrore, e viene da alzare i pugni al cielo e inveire contro gli dèi e urlare: “In culo anche la Letteratura!”. Ogni tanto si intravede un raggio di sole e intuiamo: “Non bisogna abbandonare le speranze, non devo dire di no alla vita“. Perché forse – forse –  le cose si aggiusteranno, le nubi si diraderanno – o, come cantavano i Dire Straits: “There should be sunshine after the rain”. Intanto però il danno è fatto, la ferita sanguina, gli occhi sono tirati in giù, la schiena è spezzata e chissà se riusciremo di nuovo a chinarci per raccogliere i fazzolettini di carta inzuppati di lacrime che segnano il cammino di chi ci precede. E’ questo l’orrore vero: non la vita ma la sua assenza; questa non-vita con la brutalità dei suoi artigli e delle sue zanne. Quando impareremo a scrivere di tutto ciò, quando saremo capaci di esprimere il velenoso miscuglio di pazzia socialmente organizzata e di atavici mostri che albergano nella nostra stessa ombra, quando riusciremo a fronteggiare l’imprevisto, a sopportare la sofferenza nostra e altrui, ad accettare il lato più oscuro e probabilmente ineluttabile dell’umana esistenza, saremo finalmente scrittori e uomini; più grandi e più autentici di qualsiasi autore di horror e generi limitrofi.

Qualcuno mi ha mischiato il virus del raffreddore, ma non è questo il peggiore dei mali al risveglio dalla lunga kermesse “birresca”: c’è anche un brutto mal di testa da registrare…
Ieri sera ci si è incontrati, me e gli amici di fab, dentro al capannone della ‘Frühlingsfest’ (“Festa primaverile” della birra) di Wasserburg, che è assolutamente paragonabile all’Oktoberfest di Monaco, solo – ovvio – di dimensioni più ridotte. Già nel “Zelt”, nel tendone, molti sono andati fuori di testa, alle note della band (o “Musikkappelle”) che furoreggiava dal palco addobbato con i colori bianco e azzurro della Baviera. Un distaccamento scelto di noi si è poi trasferito nella vicina discoteca, e lì ne sono accadute di cotte e di crude. In mezzo alla massa di ragazzini che erano anche loro fatti (più che di birra, di ‘alcopops’ e di chissà che altre sostanze), ci siamo messi a ballare/saltare con Markus e Benjamin che avventavano strofinamenti e io e l’irriconoscibile Ioannis a ridere a crepapelle. In un momento di improvvisa lucidità, mentre i bicchieri e i boccali che erano sul nostro tavolino volavano a terra (ma se ne è accorto qualcuno?), ho pensato che un tipo qualsiasi, solo con meno scrupoli di me, di noi, potrebbe facilmente farsi una scorpacciata di queste deliziose bambine… bambine, sì: altro non sono… le quali sera per sera affollano la discoteca e si sballano in maniera paurosa.
Ad un certo punto ci siamo persi di vista, poi (verso le due del mattino) finalmente ritrovati… quasi tutti: di Markus infatti non c’era più traccia. Lui, Stakanov culturista che dichiara di avere, come unico hobby, la propria donna e la propria figlia, era il più “partito” del gruppo, e ha cercato a più riprese di innescare una rissa, scegliendosi comunque come “avversari” alcuni soggetti ormai non più di questo mondo. Lo abbiamo cercato ovunque, su, giù, in fondo ai cortili e finanche all’ombra dei camion dei giostrai (per vedere se non si fosse addormentato per terra), ma niente da fare: era sparito. Probabilmente procedeva parallelamente a noi, o appena davanti, aprendosi varchi nella folla con la sua massa muscolare alla velocità di uno schizzo impazzito. Spero tanto per lui che non abbia combinato casini e/o che gli uomini della ‘Security’ lo abbiano lasciato in pace.
Dovevo accompagnare a casa con la mia auto Ioannis e Benjamin, ma quest’ultimo ha deciso in extremis di restare insieme a Sandra (ragazzina tosta, capace di sembrare lucida nonostante avesse consumato come e più di noi). Ho detto dunque a Sandra di prendersi cura di Benjy e di non farlo bere più (lui mi ha ringraziato con un bacio umido e nicotinico sulla guancia) e mi sono recato insieme a Ioannis verso la macchina: operazione difficile, dato che lui ondeggiava con faccia da zombi e cercava a ogni passo di deviare verso un locale all’aperto dove la Festa della Birra continuava a impazzare.
Lasciatici alle spalle i caroselli dalle luci colorate, abbiamo ritrovato la mia “Camilla” e, con Ioannis che voleva sapere da me quello che Benjy e Markus avevano combinato di sopra insieme a Timo (episodio di semi-rissa nelle latebre celesti del locale ‘Universum’, scena che mi son goduto divorando un panino al tonno), e mentre io gli raccontavo di come Daniel prendeva a schiaffi la sua ragazza per “spiegarle” le ragioni del suo assenteismo (“Che colpa ne ho io se Irina e tutte le altre mi corrono dietro?”), ho portato l’amico-collega su per la stretta serpertina del colle Burgau fino a casa sua, dove lo attendevano (o forse non più!) moglie e tre figli. Poi, stando bene attento a non incappare in un controllo della polizia (decine e decine le patenti ritirate in questi giorni…) sono ritornato a casa.
In altri tempi mi sarei invece ricatapultato ai luoghi del “divertimento”, ma persino io ho certe regole da rispettare.
Mi sono risvegliato alle tre del pomeriggio con il cranio spaccato in due: cosa prevedibile e prevista.

Apnea. La realtà che toglie il respiro.

Un thriller-horror basato sulla storia delle “Bestie di Satana”. Di jhonbuell.

Sonia Lombardi rimase seria e tranquilla con la sua dignità da piccola donna, sapeva che una volta giunta alla maturità quelle torture sarebbero terminate o almeno lo sperava. (…)

http://www.lettura-feroce.com <<<

http://www.lulu.com/content/203535 

Tre libri horror

1 luglio 2007

Copia a nero, Sangue, macerie & vanità e In Paradiso è scoppiato l’Inferno: questi tre titoli fanno parte della produzione di franc’O'brain, scrittore di (cyber)horror, pulp e noir a cui si devono le famigerate sborror stories (TM).I libri sono reperibili su www.lulu.com, dove è possibile leggerne anche l’anteprima. L’ultimo della trilogia è gratuitamente scaricabile come eBook (in formato .pdf).

  

              Ora in edizione cartacea… Versione rivista e ampliata.  

Peter Patti: Città dell’Alfabeto

(a.k.a. Alphabet City)

peter patti - città dell'alfabeto (romanzo di fantascienza)

Hardcover, 122 pagg, formato 15×23 cm. Prezzo: €16.00
Disponibile anche l’eBook (.pdf):  €2.50

 

Come sopravvivere in un mondo completamente impazzito? Alvo, il protagonista di Città dell’Alfabeto, si aggrappa all’amore, alla cultura, ai valori che vigevano durante la sua gioventù. Ma intanto ci sono i problemi di dove andare a rifugiarsi la notte, del dissetarsi, dello sfamarsi… e quelle strane gallette che chiamano “Rusky” e che vengono distribuite gratuitamente non acquistano certo un sapore migliore se si pensa con quale materiale vengono prodotte! Sulla bolgia dell’antica New York (ora una megalopoli che, similmente a una piovra, stende i suoi tentacoli sull’intera East Coast) regnano Mister Info e il Transputer Qasar, il megacomputer centrale. La rivolta sembra trovare posto solo su Ombre Contro, un e-journal presente sui canali clandestini di Hypernet…   

“… se questo romanzo di Peter Patti venisse reso cinematograficamente ad es. da una Troma Co., quella che ha prodotto l’Uomo Tossico per intenderci, sarebbe il più grande tecno-trash del mondo.” (Stefano Donno)

 

                                                http://www.lulu.com/content/898741

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza L’INCIPIT:

Mi svegliai con una fitta alla spalla sinistra. Era l’alba dopo un nuovo massacro e io giacevo sotto un marciapiede, immerso per metà nel rivolo della cloaca.

Qualcuno stava chino su di me. Aveva una voce come di raspa. “E’ solo questione di tempo, ormai” mi diceva.

“Cosa…?”

Sbattei le palpebre, contraendo i muscoli della spalla con una smorfia di dolore.

“La fine del mondo. La fine del mondo, fratello” perseverò il tizio. L’alito gli puzzava maledettamente. Dal petto gli penzolava una croce che, oscillando, mi solleticava il naso. “Non hai sentito quello che è successo a Tokio?”

Mi tirai su a sedere e lo fissai. Aveva due occhi scuri, spalancati su un abisso che solo lui vedeva. Il volto era coperto dal tatuaggio di una tela di ragno.

Tokio? Certo che avevo sentito. Pochi giorni prima un terremoto aveva distrutto la megalopoli giapponese. E allora?


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COSA DICE LA CRITICA:

Nel mondo odierno, superbia, invidia e avarizia sono le tre fiamme che tengono accesi i cuori. Ciò vale tanto più nel futuro prossimo venturo descritto in Città dell’Alfabeto, in cui gran parte della popolazione vive per strada, l’acqua è un miraggio e fioriscono traffici come quello degli organi umani. Alvo, l’io-narrante, vive nella megalopoli mondiale per eccellenza. Alphabet City è una piovra di cemento che si estende per buona parte dell’East Coast di quelli che una volta furono gli Stati Uniti d’America: una bolgia di desperados, ratti, avvoltoi e cani rabbiosi sui quali grava l’ombra cupa della multinazionale che detiene il potere politico.
Il protagonista riesce a sopravvivere solo perché sostenuto da un’idea fissa: ritrovare un suo amore di gioventù. Vuole inoltre scoprire cosa accadde veramente a suo fratello, scalzare dal suo trono il misterioso Mister Info e riuscire a compiere la più estrema delle imprese: scappare dalla megalopoli e incominciare una nuova vita, una vita vera, nell’hinterland, al di là delle Paludi del Non-Tempo e del Mare della Putrefazione. 

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza LA PAGINA 39:

Vidi una scrivania a vetro, due sedie girevoli, una libreria in legno. Gli scaffali della libreria si piegavano sotto il peso di volumi rilegati. Alla mia immaginazione apparve una Parigi moribonda assalita dalle termiti, i buchi nei libri della Sorbonne, boulevards con gli alberi infestati… In questa nicchia del Primo Mondo la letteratura aveva trovato salvezza.
Accarezzai con lo sguardo decine di titoli finché gli occhi non mi si appannarono. Amaramente pensai a quante e quali vie avevano percorso queste opere, prima di finire nelle mani errate. Mi volsi via con astio e livore.
Come il lettore avrà capito dal canone lessicale di questa cronaca, almeno ai libri non avrei dovuto rinunciare. Ho (ri)formato il linguaggio del mio spirito metabolizzando stile ed estetica di autori delle epoche più svariate. Non solo romanzi: articoli, saggi critici, opuscoli, pamphlets, racconti, manuali, trattati, monografie… Nei libri io finirò per bruciarmi e annegare…

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza LE ULTIME PAROLE:

Un tempo il mondo era un insieme di pochi, solidi insiemi. Poi la bussola si mise a roteare impazzita, le singole unità vennero scaraventate in giro e formarono uno sconnesso mosaico di brandelli e cocci incompatibili tra di loro, una matassa in cui invariabilmente ci si smarrisce. Nessun schema da poter seguire, la perdizione come status effettivo. E, al centro di tutto, l’Impastatrice, elevata oramai a ruolo di madre irreprensibile, caritativa nella sua azione distruttiva; l’enorme bocca un buco nero.

 Editoria indipendente

Prime letture online

6 maggio 2007

La Skuro Edictions presenta i primi racconti online. Sono a firma “franc’O'brain” (ovvero me!) e a sfondo horror; quindi possono benissimo inserirsi nel filone della letteratura fantastica.

Questi i link:

Copia a nero (file .doc)

et

Sangue, macerie & vanità  (.pdf).

Si tratta di due corpose sillogi. Per via dei contenuti, è sconsigliata la lettura ai minori di anni 18.

Se volete proporre la lettura gratuita di vostre proprie opere (cyberpunk, sf, cyberhorror et similia), inserite i link nei “commenti”.

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