Klaus Kinski

28 settembre 2008

Quando abitavo a Baldham, alla periferia orientale di Monaco di Baviera, ero solito passare davanti alla villa di Nastassja Klinski: Lei era giovane come me, ma già famosa. Tuttavia la sua celebrità era dovuta più al suo carettere ribelle che alla sua bravura di attrice. Dunque, almeno in questo era tutta suo padre. A me piaceva molto, sia perché sexy, sia perché aveva scelto di essere diva, sì, ma diva a modo suo.
La villa di Baldham era uno dei suoi tre-quattro rifugi sparsi nel mondo. Niente male per una ragazza di poco più di ventitré anni (ma sulla sua data di nascita le fonti sono contraddittorie…).

Un giorno udii alcune voci che provenivano da oltre il muro di recensione e mi arrischiai a gettare uno sguardo appoggiandomi al cancello. Nastassja prendeva il sole su una sedia a sdraio, in costume da bagno. Un’altra donna presente nel suo giardino vedendomi la avvertì: “Ein Gaffer!” (“Uno spione!) e aggiunse: “Sarà un paparazzo?”.
 Non erano pochi i reporter scandalistici che ronzavano intorno all’attrice. Nastassja era appena reduce da un ennesimo “fattaccio”: aveva dovuto scontare qualche giorno di detenzione nelle carceri tedesche per essersi ripetutamente servita di mezzi pubblici senza pagare il biglietto e per aver rifiutato di svolgere il servizio sociale presso un ospedale, pena riabilitativa a cui era stata condannata.
Nastassja Aglaja Kinski (così risultava all’anagrafe) sollevò la testa e, guardandomi da dietro gli occhiali da sole, disse: “Carino! Ma è ancora uno sbarbatello…”
Continuai per la mia strada sorridendo. In qualche modo era stato confermato un mio sospetto: e cioè che la ragazza non fosse del tutto groggy come sostenevano i media. Sapevo che prediligeva uomini anziani (aveva il complesso del padre) e a me era bastato un suo cenno e quelle parole per sentirmi felice. Di più del resto non osavo sperare, vista anche la mia posizione sociale (lavoravo in una pizzeria; scrivevo nottetempo, ma non avevo ancora pubblicato nulla: ero un piccolo emigrato italiano casualmente finito in una cittadina dove erano andati ad alloggiare numerosi protagonisti del jetset tedesco).

 

 

Cinematograficamente parlando, più che da Nastassja era affascinato dal genitore, Klaus (1926-1991). Mentre Nastassja era tra le attrici predilette da Wim Wenders (Falso movimento; Paris, Texas; Così lontano, così vicino), Kinski senior, l'”antidivo folle” per eccellenza, fu il pallino fisso di Werner Herzog

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 Klaus Nakschinski, in arte Kinski (era di origine polacca), ammirava talmente Dostoevskij, e in particolare L’Idiota, da aver battezzato la sua primogenita (della quale non si sarebbe mai occupato, come del resto avrebbe abbandonato al loro destino anche gli altri figli) con i nomi delle due donne amate dal principe Myškin: Nastassja e Aglaja.
Lui stesso avrebbe potuto benissimo essere un personaggio dostoevskiano. Depravato ma anche tenero, quasi infantile, mi sembra di rivederlo mentre, nel 1971, si atteggia a messia sul palco di un sovraffollato teatro berlinese, solo contro tutti, un Cristo sacrilego e profanatore, urlando blasfemità e aggredendo verbalmente chiunque gli capitasse a tiro.
Era il terrore e la delizia della stampa: non raramente le interviste terminavano con lui che insultava i giornalisti, bestemmiando e sputando. Nei talkshows si rifiutava di rispondere alle domande (tanto, erano sempre le stesse!) e rivolgeva pesanti apprezzamenti alle moderatrici.
  
 La sua giovinezza fu segnata dalla prigionia di guerra, da un soggiorno in manicomio e da una grave infezione alla gola in seguito a cui rischiò di morire. Si racconta che, per risparmiare i soldi dello specialista, Klaus si sarebbe estirpato l’infezione da solo, affondando nella gola la lama di un coltello. A 26 anni venne internato per tre giorni. Secondo gli psichiatri, quel giovanotto rappresentava “un pericolo pubblico”. Nella sua cartella clinica (saltata fuori solo recentemente) si legge: “Diagnosi temporanea: schizofrenia. Conclusione definitiva: psicopatia”. 
Durante quel periodo il giovane attore si innamorò perdutamente di una dottoressa che aveva il doppio dei suoi anni. Per poterla vedere, prese il vizio di entrare nella clinica senza permesso e di nascondersi dentro l’appartamento della donna, come un ladro o… un seviziatore. Gli psichiatri annotarono: “Secondo il suo racconto, i due si amano profondamente”. Lei, invece, avrebbe provato solo un affetto materno per l’attore.

 

 Kinski, allora disoccupato, colto dalla disperazione e dalla gelosia tentò il suicidio assumendo tre fiale di morfina. Sopravvisse, ma poco tempo dopo ingurgitò una dozzina di compresse di sonnifero. Più di una volta si scagliò ferocemente contro la dottoressa, e fu tale gesto a farlo classificare come “pericolo pubblico”. Tuttavia non si definì mai un pazzo, bensì un genio, e ciò ben prima di diventare una stella di prima grandezza della storia del cinema.
I medici della clinica berlinese Karl Bonhoeffer scrissero: “Dice di essere un attore ma non ha lavoro da più di un anno…”
 In effetti la sua carriera sarebbe decollata solo negli Anni Sessanta, acquisendo primi scampoli di popolarità interpretando figure di “tipi strani” nella serie tedesca di film basati sui mystery novels di Edgar Wallace. Recitò in oltre 130 pellicole (La guerra segreta, Per qualche dollaro in più, Dottor Zhivago, Se incontri Sartana prega per la tua morte, Sono Sartana, il vostro becchino… e non dimentichiamo che indossò i panni del “Doktor” Hugo Zuckerbrot in Buddy Buddy, spassosissima commedia con Walter Matthau e Jack Lemmon), rimanendo veramente indimenticabile però solo grazie ai ruoli assegnatili da Werner Herzog: da Aguirre, furore di Dio (1974) a Cobra Verde (1987), attraverso Nosferatu (1978), Fitzcarraldo (1982) e un paio di altre opere cult del regista tedesco.
 

Sentimentalmente Kinski fu legato a tante donne, sposandosi quattro volte. (Nastassja nacque dal secondo matrimonio, quello con Ruth Brigitte Toecki.) Altrettante le separazioni, l’ultima nel 1989 dopo due anni al fianco dell’attrice italiana Deborah Caprioglio.
Il Paganini di Kinski, da lui stesso concepito e diretto (Herzog si rifiutò di girarlo), può essere inquadrato nella categoria “soft porn”. E’ pieno di belle donne che impazziscono alla sola vista del protagonista e si masturbano mentre pensano a lui… Un film confuso, inguardabile; ma si può dare ragione all’attore: in effetti, sono riconoscibili i parallelismi esistenti tra le sue più nere ossessioni e quelle di Paganini, “il violinista del diavolo”.

Nella scandalosa autobiografia Ich bin so wild nach deinem Erdbeermund, colma di aberranti – e per certi versi esilaranti – scene pornografiche, Kinski scrisse: “Io sono il mio solo Dio, la mia sola giuria, il mio solo esecutore”.

Rimane impressa l’inquadratura finale del documentario di Herzog Kinski, il mio nemico più caro (Mein liebster Feind – Klaus Kinski; 1999): la farfalla tropicale che si posa sul volto di Klaus, rendendo meno tormentato il suo sorriso, quel che vorrebbe esprimere perfidia e arroganza ma tradisce la sua vera natura di bimbo sgomento e sofferente di solitudine.

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