Settembre. Settemb. Sett. S.

23 settembre 2017

I dolori di Cyberius

franc’O’brain

romanzo

 

( )

 

 

 

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#horror #fanstascienza #sf #musica

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*** Skuro Connection è un marchio registrato (franc’O’brain design projects, 2002-2022)

I dolori di Cyberius

17 dicembre 2016

C’era una volta un ragazzo appassionato di computer, in un’era in cui il PC non ce l’aveva nessuno. Lui e i suoi accoliti venivano considerati mezzo folli

 

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21 ottobre 2016

= = = Là dietro… nelle città dalle quali provenivo… imperava la crisi. ‘Krise’! ‘Crisis’!… Un vocabolo terribile, in qualsiasi lingua lo si pronunci. Uomini e donne lottavano per riuscire a tirare avanti, per campare, per non crepare di morte sociale… e non sapevano quale fortuna in fondo avevano! Io, emigrando, mi ero ammalato. Era questa la verità. Mentre i miei connazionali cercavano di non affondare nella melma della palude nostrana, Marco alias Marcus, nella sua nuova patria, aveva ottenuto un lavoro pulito e ben retribuito e si era dato agli svaghi. Ignorando che un germe letale era attecchito in lui.
Era così. La mia battaglia finale – ‘Via Diaboli’ – era ugualmente vera, concreta, ma di gran lunga più dura, più definitiva di quella loro; in quanto sfociava nella metafisica. = = =

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https://www.amazon.it/Via-Diaboli-francObrain-ebook/dp/B01JBFLHOW

 Eccolo !   La Skuro Connection procede abbastanza speditamente con la pubblicazione degli eBook (per Kindle) dei racconti di franc’O’brain

Il contenuto di

Antologia sborror vol. 2

(V.M. 18):

Fausta
I corvi bianchi
Hotel Biancaneve
La grande ora di Amok
Arachnolove
Le Gioconde di Gesù
Il colpo mancante
Fulvia
Ogni volta che la pubblicità
Steroid Killer
L’ultimo consulto
Spooky
Pholcus Phalangioides

                                                                                Pag. 666  (Note)

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In tutto sono in programma tre raccolte “sborror” ((C) franc’O’brain). Questa è la seconda, come sempre piena di elementi mortiferi che però non esaltano una presunta tanatofilia dell’autore, quanto il suo attaccamento alla vita. Suo e… dei suoi personaggi.

Come il primo, anche quello attuale è un tomo abbastanza corposo (135 pagg.), pieno di “storie” raccapriccianti, sanguinose… ma anche di casi umani – stravaganti, bizzarri, splatter, tutti all’ombra dell’Orrido, dello Spaventevole.

Di seguito, una recensione dal web:

… La verità è che in Italia, dagli Anni Settanta, non è cambiato proprio nulla. Se un tizio di allora tornasse a sfogliare i giornali e a seguire la televisione solo oggi, dopo trentacinque-quarant’anni, troverebbe nomi nuovi ma, essenzialmente, gli stessi problemi: disoccupazione inarrestabile, lentezza esasperante del mostro burocratico, ricchi ladri e tantissimi poveracci che si fanno la guerra tra di loro.

Meglio dunque prendersi una pausa dai quesiti attuali (verrà Berlusconi finalmente interdetto? il governo Letta si inchinerà al diktat dell’Europa o cercherà di risolvere i veri bisogni del Paese?…), che del resto servono soltanto ad avvelenarci maggiormente la vita; meglio spegnere la TV, chiudere  per un po’ le infide finestre d’informazione e leggere qualche buon libro. Anzi: qualche buon e-book.

La Skuro Connection ha realizzato per Kindle un’Antologia Sborror (per ora due volumi; ma in programma ce n’è un altro) che, in nuce, contiene tutti i vizi (delitti efferati ed eros; thanatos e follia quotidiana…) che sorprende per qualità di scrittura e per grado di entertainment. La parola “sborror” (TM) (marchio registrato!) è un’invenzione dell’autore di queste storie, franc’O’brain,  che con tale termine designa lo stile delle sue narrazioni.

Divertitevi! Divertiamoci! Rilassiamoci!

La Skuro Connection ha realizzato un tomo (in formato eBook per Kindle) pieno zeppo di racconti horror e grotteschi a firma franc’O’brain. Lo stesso autore preferisce definire il suo genere “sborror” (TM)…

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E’ il primo faldone, o volume, di racconti “sborror” legati a uno o due blog intestati al celebre autore italiano di horror e SF. Un libro alquanto corposo, pieno di casi raccapriccianti, sanguinosi… ma anche di casi umani, sia pure tutti all’ombra dell’Orrido, dello Spaventevole.

‘Antologia sborror Vol. 1’

Contenuto:La Macchina, Pantagruele 2005, Il sesso dei morti, Pac-Man, Friedhof, Scacchi online  passione d’incubo, Rossana, Dal diario di Jack S, L’angelo degli zombi, Adorabile orco, Eclissi, Piccobello, Diablo Records Inc, Storia di Lui, La Bestia, La morte felice, Sein Kampf, Sonija B., L’epitaffio, Pag. 666.


Sono in programma altre due raccolte “sborror”.

Dal primo volume e in esclusiva per i nostri lettori, ecco il testo integrale di

 

Rossana

I suoi genitori sembrarono contenti di mettermela tra le mani. Stolti! Incoscienti! Non vedevano dunque che era come consegnare la loro figliola a un boia? Lei, Rossana, 19 anni, era troppo innamorata di me per riuscire a ragionare. E la mentalità piccolo-borghese di sua madre e suo padre impediva loro di penetrare con la mente oltre le semplici apparenze.

Fu così che, in una soleggiata domenica di maggio, tornai alla torre avita non più da solo, bensì in compagnia di una ragazza che era più giovane del sottoscritto di almeno un quarto di secolo.

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I particolari della cerimonia nuziale sono svaniti dalla mia memoria; soltanto brandelli di immagini riaffiorano qua e là, confusi, nebulosi, come nel dormiveglia di un fumatore di oppio.

A Rossana la torre piacque. Malridotta di fuori (sembra quasi un rudere, effettivamente), questa ultracentenaria costruzione che sorge ai margini della cittadina e che fin da sempre è stata possedimento della casata Bodoni presenta, al suo interno, un’eleganza austera e raffinata. I mobili, i tappeti, gli arazzi, i tendaggi di finissimo broccato… ogni cosa è rimasta come l’ha lasciata la buonanima di mamma.

«È un sogno», commentò Rossana guardandosi intorno, immediatamente dopo aver lasciato cadere le valige. Poi corse verso le finestre, con l’intento di spalancarle.

«No!» dissi, fermandola in tempo. «No», ripetei più dolcemente, abbracciandola.

Lei si abbandonò contro di me.

Poco dopo fremeva, avvolta dalla seta delle lenzuola. Io, ugualmente nudo, la tenni stretta finché su di me non scese il sonno.

«Ma come mai non hai il telefono? E un televisore?… Non c’è nemmeno lo stereo! Possibile che tu non ascolti mai musica?»

Queste domande mi infastidivano. Dunque è così essere coniugati? Stringere un patto matrimoniale significa alienare la propria vita?

«Io dipingo», dissi, a mo’ di spiegazione.

«Oh.» Ciò sembrò quietarla. «Non me lo avevi detto. In realtà, di te non so quasi niente.» E poi: «Non mi dispiacerebbe dare un’occhiata ai tuoi quadri».

La guidai nello studio. Sembrò stupita di vedervi un’unica tela, fissata sul cavalletto.

«È questa la tua… opera?» chiese incredula. «Una sola? E… che rappresenta?»

«Colori», risposi. «Non lo vedi? A me piace mischiare i colori, sovrapporli l’uno all’altro. Alla fine, raschio via il tutto e ricomincio da capo.»

«Ma… a che scopo?»

Sorrisi indulgente. «L’arte non deve avere uno scopo, mogliettina. Io dipingo per il semplice gusto di farlo.»

Rimase a bocca aperta, ma perlomeno la sua curiosità era esaudita.

Avevamo organizzato le nostre giornate in maniera soddisfacente: io stavo nello studio a dipingere e lei usciva a passeggiare o a fare le compere o quel che voleva. Verso mezzogiorno e sul calar della sera mi spostavo in cucina, dove preparavo da mangiare per entrambi. Amo cucinare. Cucinare è un po’ come la pittura: una mera sovrapposizione di colori. Ho sempre cucinato per me stesso fin da bambino e ora non avevo nulla in contrario a fare doppie porzioni. Toccava a lei sparecchiare e lavare piatti e stoviglie.

Dopo cena andavamo quasi subito a letto. Esteticamente, Rossana era impeccabile. Ammiravo i suoi piccoli seni, le sue gambe tornite, la rotondità dei fianchi.

«Non hai amici? Non vogliamo uscire insieme? E perché non inviti mai i miei?»

«Zitta», troncavo tutte queste sue chiacchiere, attanagliandola. «Non rovinare la magia del momento.» E mi addormentavo incollato a lei.

Con il trascorrere del tempo, le passò la voglia di tempestarmi di domande. In fondo io meritavo rispetto, in quanto aristocratico. “Il barone”, mi appellava la gente comune. Barone Bodoni: è così che mi chiamo. Fu una mossa astuta da parte di mia madre (rimasta vedova giovanissima) quella di assegnarmi come prenome il corrispondente del titolo che porto. Ciò può anche servire ad evitare eventuali dubbi sul mio status di nobile blasonato. Una volta, uscendo da un bar dove avevo bevuto un caffè, sentii uno della plebaglia sussurrare a un altro: «Vedi quello? È un autentico patrizio. Un barone. Di nome e di fatto».

Sono tali episodi a raddolcire la vita di individui del mio rango.

Dopo circa una settimana dal nostro matrimonio, cominciai a capire com’era Rossana. Era stata educata in maniera sbagliata; cosa che non deve meravigliare, considerando il focolare da cui proveniva. Fondamentalmente era una ragazza romantica (altrimenti non si sarebbe innamorata di me, uno dei pochi “principi azzurri” ancora rimasti nel nostro emisfero!), però possedeva l’astuzia della marmaglia contadina. Un giorno, prima di uscire a fare la spesa, mi chiese dei soldi.

«Non posso pagare sempre io», si azzardò a lamentarsi, rivelando uno straordinario senso pratico. «Anche perché non sono proprio soldi miei, ma di mio padre.»

«Quanto ti servirebbe?»

Sparò una cifra, al che io le misi in mano la metà.

«E il resto?»

«I tuoi genitori non sono poveri, no? Inoltre si rallegrano a saperti sposata con me. Sei diventata una baronessa e… noblesse oblige! Ovvero: entrare a far parte della casta gentilizia val bene qualche sacrificio.»

Infilò la porta che dà sulle scale con espressione vacua, camminando lenta.

Soprattutto a letto, Rossana poteva essere audace e cautamente violenta. In un’occasione guidò una mia mano verso il suo spacco umido, ma io la ritrassi di scatto.

«Allora non ti attraggo!» esclamò, rizzandosi a sedere.

Ora, dovete sapere che io non sono del tutto fuori dal mondo. Quando studiavo, avevo sentito i miei commilitoni raccontare di questa o quella ragazza “eccitata come una troia”. Parlavano spesso di obbrobri consimili. Ma… possibile che mia moglie fosse come le altre?

«Certo che mi attiri!» la contraddissi. «Difatti, non faccio che amarti.»

«Amarmi? Tu? Ma come…? Dove…?» E il suo sguardo andò da me al proprio pube nereggiante.

Ridendo, la spinsi lievemente fino a farla tornare in posizione orizzontale. «Sei una sciocchina, sai? Non vedi quanto mi delizi?» E, per dimostrare la veridicità della mia asserzione, la avvinghiai, appoggiando l’orecchio sul suo cuore.

Fu in una di quelle sere che, mentre cenavamo, mi indirizzò questo quesito: «Barone, tu sei felice? Felice per davvero?»

Riposi coltello e forchetta e la fissai. Che cosa significava “per davvero”? Pensai e ripensai e, a forza di farlo, una ruga mi si disegnò sulla fronte. «Certo», le assicurai infine.

Lei prese coraggio e mi guardò dritto negli occhi. Di solito non riusciva a sostenere il mio sguardo… Insisté: «E quindi mi ami».

Di nuovo? Come osava dubitarne?

«Siamo sposati», le rammentai.

Annuì e tornò ad abbassare il capo, riprendendo a desinare. Cosa che feci anch’io. Poco dopo, la sua voce risuonò un’ennesima volta. Stava rischiando di annoiarmi.

«Perché non mi parli mai dei tuoi ricordi? O dei tuoi progetti per il futuro?»

Ricordi? Progetti?

Interrompendo la masticazione, le lanciai un’occhiata più severa del solito. Dopo qualche secondo, sospirai e le risposi, altamente magnanimo: «Ora ho te. Te e la mia arte. Di altro non saprei parlare. Non c’è nient’altro di cui potrei parlare, in effetti».

«Ah», esalò Rossana, con l’incertezza che le tremolava sulle palpebre.

Alzai il mio calice e le proposi un brindisi, e ciò la rimise, almeno parzialmente, a suo agio. Poi proseguimmo la cena senza altre inutili discussioni.

Comprendevo che voleva far di tutto per strappare la mia anima dalla melma della consuetudine meccanica. Mi aveva già proposto dozzine di volte di uscire insieme, di cambiare i mobili e la tappezzeria di alcune camere, di accogliere nella nostra torre talune sue vecchie amiche… Senza rendersi conto che io, Barone Bodoni, ero contento della mia situazione e non avrei mai permesso a nessuno, a nessuno, di mutarla.

Il mattino che seguì la nostra conversazione a tavola, lei si accinse a uscire e, senza che le avessi domandato alcunché, mi informò che sarebbe andata a trovare i suoi.

Mi limitai ad abbassare il mento in segno affermativo.

«Devo dir loro che mandi i tuoi saluti?»

«Naturale», dissi.

«Ah, va… va bene.»

Non so di che cosa parlasse Rossana con sua madre e suo padre; di appurato c’è solo che, dopo ciascuna di quelle visite, mi sembrava di malumore. Parlavano di me? A letto tremava, le labbra livide per i baci che le mancavano. E non solo i baci, ma anche altro. Probabilmente, desiderava proprio quelle cose orripilanti, irripetibili, di cui avevo sentito parlare a scuola. La mia stretta amorosa non le bastava. Ma che voleva? D’altronde non le avevo chiesto io di sposarmi. Avevano combinato tutto lei e i suoi vecchi…

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Mi aveva adocchiato al mercato. Mi pare di rivedere me stesso con i suoi occhi, con gli occhi di Rossana: un nobile signore, elegante anche nel portamento, non troppo attempato, palesemente facoltoso. Mi aveva rivolto la parola, scambiando di certo i miei silenzi per un segno di superiorità sociale.

Ho già accennato all’astuzia di cui è dotata la feccia, la gentaglia che affolla la Terra. Quello di Rossana nei miei confronti non fu (o non solo) un interessamento per amore. Alla ragazza sognatrice si era quasi subito sovrapposta una personalità furba e machiavellica, ahinoi resa volgare dai modi grezzi che ne tradivano le umili origini. In breve, la cara fanciulla aveva fatto due più due, calcolando che il mio patrimonio, sommato agli averi dei genitori (i quali gestivano una piccola ma proficua merceria), avrebbe garantito a lei e alla possibile prole un futuro tranquillo. Per fortuna io non sono uno sprovveduto. Bambina, vuoi il Principe Azzurro? Ebbene, eccoti servita! Ma non pretendere di più.

Credo che negli ultimi tempi Rossana odiasse profondamente la torre. Le persistenti correnti d’aria le procuravano mal di testa, la uccidevano. Quando mi pregò di “far chiudere le fessure”, la sfidai a cercarle.

«Non c’è nessuna fessura, nessun buco», ribattei alle sue rimostranze. «Queste correnti d’aria provengono dai muri, anche se, come puoi vedere, sono compattissimi. La torre è sempre stata così, piena di spifferi. I muri respirano e quest’arietta è l’inevitabile effetto. Ti ci abituerai.»

«E le finestre?» insisté lei, sull’orlo di una crisi. «Perché non possiamo aprirle?»

«Ma non ti sei appena lagnata delle correnti?»

«Sì, no, cioè… Preferirei avere un po’ più di luce, almeno di giorno.»

«La luce serve solo a rovinarci gli occhi», proclamai, citando una delle frasi predilette da mia madre. Sorrisi, gettando alla signorile dimora uno sguardo circolare. Era stata la genitrice a insegnarmi e a farmi apprezzare l’espediente delle imposte. Tenendole chiuse, o comunque socchiuse, si possono simulare l’inverno e ilcrepuscolo permanenti. Noi Bodoni siamo fatti così: amiamo l’atmosfera violacea delle cripte, dove si palesa la fosforescenza della putredine e l’effluvio dei temporali.

Voi direte che sono pazzo. Non so se lo sono, ma ho certamente ereditato alcune tare familiari. Ecco, guardate lì: quelli sono i ritratti dei miei avi. Signorotti viziosi, arricchitisi alle spalle del popolino. Una stirpe di omini e donnette con la sifilide congenita. Una schiatta che non meriterebbe di riprodursi; neppure tramite matrimonio morganatico.

Fatto sta che, quando Rossana prese a consumarsi sotto i miei occhi, sentii di volerle persino più bene.

Alle emicranie si era aggiunta una stanchezza pesante che la costringeva a restare nell’alcova per gran parte del tempo. Non si alzava più neanche per mangiare. Era il grembo in fiore, ma trascurato, ignorato, a ucciderla di avvilimento. Io, quando non dipingevo, mi ci sdraiavo accanto e la cingevo con le braccia. Dimagriva a vista d’occhio; realizzai che di lì a poco sarebbe arrivata la fine.

Quando fu il momento, un sentimento per cui non trovo un nome appropriato si impossessò del mio spirito, anzi, del mio fisico. Un senso assolutamente inedito, un’entità nuova che mi rinvigorì i nervi e che oserei definire di natura ultraumana anziché animalesca.

Le sollevai la sottana e la penetrai. Mi sentivo come un puledro che poteva infine scatenarsi in una cavalcata liberatoria, un’azione di cui si gioisce ma in maniera guardinga e sospettosa, mentre ci si chiede: “Ma questo sono proprio io? Tutto ciò… sta accadendo veramente?”

Sì, stava accadendo, ed era splendido; anche se Rossana, malata e dolorante com’era, non poteva apprezzarlo in pieno. In effetti, gemette solo un paio di volte, e per l’intera durata dell’atto rimase immobile e con gli occhi chiusi. Alcune lacrime le bagnarono le ciglia e le pallidissime gote.

Mentre raggiungevo l’orgasmo, mi parve che sorridesse. Una luce le irradiò le fattezze del volto e io, stremato ma soddisfatto, mi resi conto che voleva comunicarmi qualcosa, che stava trasmettendomi un messaggio dal luogo in cui adesso si trovava con metà del corpo e con quasi tutta l’anima: il regno delle ombre.

Mosse la lingua, ma era troppo fiacca per emettere suoni di senso compiuto, perciò il messaggio rimase avviluppato nei vapori dello Stige.

Quando ebbi recuperato fiato, rialzai la testa dal cuscino e le toccai la fronte: aveva l’algidità del ghiaccio. Ma non era spirata. Non ancora. Rimase in stato agonizzante per una ventina di giorni, e io ogni tanto mi appressavo al letto per inumidirle la pelle cerulea con una spugna imbevuta d’acqua e aceto. Le pupille erano smorte, velate e scialbe. Nel frattempo, il ventre andava gonfiandosi.

Quando andai a chiamare il medico, il cadavere di Rossana era rigido come una pietra. Accorsero anche i suoi genitori, che piansero lacrime amare e non vollero credere a quanto stava dicendo il luminare, e cioè che nelle spoglie inanimate della loro figliola pulsava una nuova vita.

«Un frutto maturo, direi», ci avvisò auscultando il grembo di Rossana. «Ed è ora. Devo far presto, presto…» E si adoperò, con gesti frettolosi ma esperti, affinché il frutto venisse estirpato dall’albero senza linfa.

Il padre mi si avvicinò tutto trepidante e mi sussurrò: «Povera mia figlia innocente! Non sapeva ancora niente delle cose dell’amore. Pensa che è venuta a raccontarci che tu a letto non… insomma, che la rifiutavi. Ma non vedeva…? Non si accorgeva, quando tu…?»

La piccina fu tratta al mondo. Un caso di nascita post mortem. Mentre emetteva il primo vagito, io gettai una rapida occhiata al cadavere. Ripeto che so di essere, con tutta probabilità, pazzo. La verità è che vidi qualcosa che nessun altro notò, ovvero come la morta sollevasse le palpebre. Vidi lo sguardo della mia defunta moglie accendersi fino all’inverosimile. Parve che dalle pupille sprigionassero raggi luminosi, di uno splendore non riflesso bensì di luce propria. Infine, lo spettro richiuse gli occhi. Definitivamente.

Mi accorsi che il padre di Rossana mi stava scuotendo. Voleva di nuovo dirmi qualcosa.

«Eravate sposati da dieci mesi ed ecco che ora… ora!…» aggiunse con un singhiozzo «… arriva questa creatura. E dunque avete proprio consumato, come si suol dire. Strano però che lei si lamentasse con noi che…» Scosse il testone ingrigito e il suo sguardo angosciato schizzò verso la puerpera senza vita, per poi tornare su di me. «Tu non preoccuparti», concluse pieno di strazio. «Ti aiuteremo noi a far crescere la pargoletta come si deve.» E si chinò sullo squillante fagottino che il dottore, dopo la recisione del cordone ombelicale, aveva posato sopra ai cuscini che stavano ammassati su un’antiquata cassapanca.

Rimangono assai confusi i miei ricordi del battesimo. Nessuno sembrava aver pensato a come chiamare questo prodigio di bimba e io, poco prima che il prete la immergesse nell’acqua santa, decisi stante pede: «Rossana».

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La piccola Rossana cresceva molto in fretta. Potei liberarmi dei suoi nonni solo quando lei aveva due anni. «Ora posso farcela da solo», tagliai corto mentre loro, sgomenti, protestavano.

A cinque anni Rossana ne dimostrava dieci, a dieci era già una donna. Godeva dei miei abbracci. E io godevo di lei. Era un fiore muschiato e vulcanico. Ogni volta che giacevamo stretti l’uno all’altra, mi pervadeva il medesimo senso di usurpazione che mi aveva fatto gioire nel possedere il corpo di sua madre morente.

Adesso sapevo che cos’è la felicità. Uscivo dalla torre solo per procacciare cibarie per me e per Rossana. Al mercato serpeggiavo tra le bancarelle con atteggiamento felice, ben sapendo quali gioie mi attendevano al rientro. Finalmente, la mia oscurità volgeva in magnificenza.

Sono venuti a prendermi ieri per rinchiudermi in questo posto. Dicono che non sono normale. Può darsi. Intuisco che sono furibondi perchého voluto tenere la mia bambina lontana dalle loro grinfie. Quando hanno buttato giù la porta, sulle prime sono rimasti interdetti nel non trovare nessuna fanciulletta, bensì una femmina fatta. Lei, vestita con una vestaglia trasparente, stava davanti alla tela sul treppiede e dipingeva. Un bel guazzabuglio di colori: il nostro capolavoro a quattro mani. Mi buttano addosso accuse assurde: “sequestro di persona”, “pedofilia”, “inadempienza dell’obbligo scolastico”, ecc. Intanto cercano di capacitarsi. Stanno sottoponendo Rossana a numerosi controlli, parlano di “portento anatomico” e stamani i giornali hanno scritto un mucchio di sgradevoli idiozie.

Ma del resto, cos’altro ci si può attendere dal volgo?

“Hello darkness,
my old friend…
I’ve come to talk
to you again.”

(Simon and Garfunkel: The Sound of Silence)

 

 Svegliarsi ogni giorno sullo stesso pianeta e tra la stessa gente: una noia incommensurabile. Al di là del muretto di pietra, rumori di cucina e fumo denso, e una signora che rimesta il brodo bollente; la radio propaga clamori di guerra civile, pronunciamenti militari, notizie di movimenti di truppe nelle caserme e alle frontiere… la solita solfa, insomma. Ma quel giorno era in qualche modo diverso. E lo era per colpa – o merito – di un sogno.

Il giovane Nicu Jota sognò di trovarsi in un cortile perfettamente identico a quello dei suoi genitori. Faceva un caldo insostenibile. Accanto alla casa cresceva un ippocastano, ma non gettava quasi ombra. Nicu avanzò, tritando la ghiaia, fino alla fontanella. Bevve (l’acqua era schifosamente tiepida e sapeva di ferro) e si forbì la bocca col dorso di una mano, mentre con l’altra si riparava gli occhi. Troppa luce. Doveva essere mezzogiorno o giù di lì: non precisamente la sua ora.

Due ragazze gli vennero incontro. Nicu trasalì: non solo il cortile era identico a quello che lui conosceva tanto bene (e che denominavano pomposamente “il Giardino”), ma le due ragazze gli rammentavano Sina e Vilma, ovvero le sue sorelline. Pupattole anoressiche che indossavano vestiti appena accennati. Sina era praticamente nuda: i peli della sua yoni venivano mossi da una leggera, insignificante brezza – pessima imitazione dello zeffiro.

 
 

 
Nicu Jota non dubitò neppure un istante che lo avessero riconosciuto. Inforcando gli occhiali da sole per proteggersi dal sole assassino, andò loro incontro. «Volete fare una passeggiata?» chiese.

Ma le sorelle gli risero in faccia. «Soltanto un cieco potrebbe scambiarti per Nicu. Lui è tanto più bello e tanto più gentile di te.»

«Nicu sono io!» protestò questi. Ed era sicuro di esserlo per davvero. C’era tuttavia qualcosa che gli sfuggiva, come se il nastro dei ricordi si fosse spezzato. Su lui e sulla sua famiglia aleggiava un presentimento di maledizione. Ogni famiglia è segnata da storie grottesche di destini incrociati. Qual era la sua storia? Quale il suo destino?

Accorgendosi che le pupattole lo guardavano con ingordigia, leggermente strabiche e con pupille opalescenti, avvertì una lama fredda penetrargli le scapole. «Chi è vostro fratello, dunque, se non io?» inquisì.

«Nicu», risposero all’unisono Sina e Vilma. «Così lo hanno battezzato mamma e papà e così lui si chiama. Oh, possa vivere a lungo e felice! Tu come ti permetti di spacciarti per lui?»

Nicu Jota si guardò intorno, cercando una via d’uscita dalla dimensione dell’incubo. In quella, inopinabilmente, le ragazze scattarono in avanti e, mentre l’una lo teneva stretto, l’altra lo morse sul collo.

«Cosa…?»

Si sentì ronzare le orecchie, la testa, l’anima. Quel morso fu come un bacio, un bacio straordinariamente possessivo che gli causò un vibrare ininterrotto delle membra, un pulsare dei muscoli facciali e ventrali. Ci fu un istante – un unico, breve istante – in cui intuì la terribile verità: era irrimediabilmente perduto in un dedalo immobile; un’anima vagolante nelle anse del tempo e degli spazi circolari. Poi il nastro tornò a spezzarsi e il pensiero svanì. Rimase l’incubo.

 

Si rese conto che le sue sorelle avevano una pelle di carta velina ed emanavano un forte profumo di anice. “Ma non avrei dovuto già saperlo?” si disse. Intanto i suoi occhi rotevano come quelli di un cavallo impazzito, mettendo a fuoco il greto di un fiume senz’acqua, geometrie di tratturi deserti e, in alto sopra ogni cosa, il castello del conte Vlad, ricostruito a beneficio di turisti tedeschi e americani.

 
Quando i denti di Vilma si staccarono dalla sua carne con un lugubre risucchio, Nicu dovette aggrapparsi al muretto, per non cadere svenuto. “Che sogno di merda!” pensò. Nessuno sembrava aver notato l’accaduto. Del resto, nel cortile non c’era nessun altro a parte un cagnaccio che crepava di malinconia su ciuffi di paglia chiara, dietro siepi spinose.

Nicu chiuse gli occhi, li riaprì. Le sorelle stavano a guardarlo con aperta ostilità. Ghignavano senza spiccicare una sola sillaba, tutte reginette di ghiaccio. Di solito avevano qualche ingiuria parata (uscivano sempre vincitrici da ogni litigio… oh, le interminabili farse domestiche!); le parole “bastard” e “stronzo” erano eternamente sulla punta della loro lingua. Ma adesso quel protratto silenzio, accompagnato da sguardi di ossidiana, faceva rabbrividire Nicu fino al midollo delle ossa. “Davvero mi credono un estraneo?” si domandò. “Devo vederci più chiaro” decise.

 

Mentre rifletteva in questo modo, si trovò in un identico cortile-giardino, che gli appariva alquanto bislacco, come se qualcuno avesse rimosso i singoli elementi che lo componevano per risistemarli poi alla bell’e meglio. Ma poteva anche trattarsi di un’illusione ottica dovuta a tutta quella luce. Nicu Jota era abituato ad andare a letto alle cinque del mattino e a risvegliarsi alle sei di sera. No, quella non era, decisamente, la sua ora. C’era inoltre una calura opprimente che gli faceva sembrare di aver cacciato la testa in un mare di zucchero filato.

Il collo gli bruciava; se lo toccò, poi guardò il dito macchiato di rosso. La mascella gli ricascò sul petto. Gemendo, mosse qualche passo su gambe altamente insicure. Il suo corpo assunse un’angolazione tale da fare ammutolire chiunque gli si fosse trovato davanti. Ma nel Giardino c’erano solo il vecchio cane e, poco più in là, le due sorelle che ballavano e lesbicavano.

Un sogno?

Poiché nell’ultimo periodo aveva dormito poco, stava vivendo uno sballo a livello cerebrale. Ma uno sballo forte: uno Sballo. E senza l’ausilio di oppiati. Faceva spesso dei sogni incredibili, anche a occhi aperti. Da tempo non raggiungeva più la fase REM. Si accontentava di due-tre ore di pennichella a notte (o, meglio, a giorno), e ciò bastava per riempirlo di visioni. Si trovava in una condizione di semi-allucinazione permanente; i suoi pensieri correvano per lande indescrivibili mai esplorate prima. “E sarà meglio che questo giorno lo trascorro a letto, sennò chissà che cosa succede al mio cuore, al mio cervello, a tutto! (Può un uomo scoppiare? Voglio dire: esplodere, letteralmente? Esplodere come una nova, irrogando il mondo circostante del suo sangue e dei corvi neri della Notte di Walpurga della sua anima?)”

Certo, lo “sballo” era un’esperienza come tante altre, ma meglio non ripeterla troppo spesso. Si rammentò di quella volta in cui, quindicenne, sdraiato sul lettino della sua stanza sotto-il-tetto, volle fare l’esperimento di distaccare la mente dal corpo. Ad un tratto aveva avuto l’impressione di sollevarsi a mezz’aria… Dopo quei pochi secondi di “levitazione”, il suo cuore aveva cominciato a battere all’impazzata. Era stata un’esperienza-limite, una delle prime della sua vita: il tentativo di mettere alla prova il proprio essere.

Ora, con gli occhi e il cervello pieni di colla, prese di mira l’ingresso della casa, la cui ombra lo attirava, invitante. Nascondersi in quell’anfratto: ecco il suo più grande desiderio. Cercò di indirizzarvisi, ma le gambe crollarono sotto il corpo. Girò su se stesso, cadde in ginocchio. Pregare minacciare respingere, un implorare con la bocca muta… Lievi nuvole di vapore gli fuoruscirono dalle labbra. Finalmente recuperò le energie residue e puntò sull’ingresso.

«Nicu! Ni-CU!»

Vilma aveva uno strano modo di chiamarlo, pronunciando la seconda sillaba del suo nome di qualche ottava più alta. Ma, essendo lei la sua adorata sorellina, poteva permettersi quel tono.

Nicu si arrestò e, abbracciando l’ippocastano, chiese, pieno di speranza: «Ah, ora mi riconoscete?» Si girò, ma non vide le due da nessuna parte. Allora, al colmo della disperazione, urlò: «In nome di nostra madre che vi ha dato la vita, in nome del cielo! Per la salvezza della vostra anima, vi supplico di dire la verità!»

Non gli giunse risposta. Al di là del muretto, richiami vaghi e urla stancanti passavano veloci nell’aria. La radio dei vicini sbatacchiava:

All I need is a rhythm devine,
viva la musica say you’ll be mine…

Nicu Jota emise un sibilo gelido, mentre al di sopra del cortile sfrecciavano rondini controvento. Se stringeva gli occhi, poteva distinguere le propaggini di cemento della periferia di Bucarest – gli sconfinati slums di Dead City -, con la cappa nebbiosa sopra i grattacieli. (Dannati di questa Terra, unitevi!)E, a meno di mezzo chilometro di distanza, un Caterpillar abbandonato. Paese di sassi e miseria… Odiava quel posto, ma non era capace di distaccarsene, neppure durante le fasi oniriche.

I contenuti di un sogno sono il prodotto della civiltà: rispecchano le influenze culturali del tempo e del luogo. Per noi, figli del nostro tempo, questo significa: BSE, afta, AIDS, buco d’ozono e guerre varie. E, per quanto concerne segnatamente la Romania: povertà e corruzione. Il padre di Nicu era stato un “soldato di partito“: ecco come mai la famiglia Jota era in possesso di quella dacia.

Nicu osservò la facciata, che presentava tutte le palpebre chiuse; quindi vi si lanciò contro. L’interno era al buio: lux est luxus. Soltanto una tenue luminiscenza proveniva dal piano superiore. Divorò gli scalini a tre alla volta. Gli occhiali scuri gli si appannarono e dovette fermarsi per toglierseli. Giunto in cima, si ritrovò dentro una stanza oblunga: un ambiente poco pretenzioso, una sorta di canile con un’unica lampadina che penzolava dal soffitto. Le serrande erano chiuse, la candela Osram accesa.

La stanza sotto-il-tetto odorava di candeggina e detersivi. Niente di strano, dato che fungeva anche da lavanderia. A un’estremità era piazzata la lavatrice: più che un elettrodomestico, era un Moloch che borbottava monotamente. Due ragazze erano affaccendate con la biancheria e ridevano. All’altra estremità c’era un letto e, sul letto, un giovane sui vent’anni.

Inoperoso come sempre. Un vero pelandrone, l’onta della famiglia. Nicu Jota cercò per lui delle giustificazioni. I suoi genitori tenevano in casa solo due libri: la Bibbia e l’autobiografia di Ceausescu. Ecco perché quel ventenne era diventato così. Ecco perché aveva scelto il letto come sua residenza perenne. Ma in fondo era un bravo ragazzo.

Si trattava del suo avatar? Del suo clone? Un clone è un gemello con un identico codice genetico, ma i due non sono necessariamente la stessa persona.

Sebbene la stanza fosse iperriscaldata, Nicu si sentì tremare per il freddo. Vide Sina issarsi una cesta sulla testa, in equilibrio, mentre Vilma, china su una bagnarola, canticchiava allegramente. Il giovane sotto le coperte osservava le sorelle fra mille sbadigli. Evidentemente si era appena destato. Quando si piegò su un fianco per prendere un bicchiere che conteneva dell’acqua straclorata, Nicu si accorse che aveva sul collo due buchi vistosi.

In quel momento Vilma si rivolse al giovane:

«Sei così triste, Nicu! Che cosa hai sognato?»

«Ho sognato di trovarmi in un giardino e che voi due non mi riconoscevate più. Anzi: vi comportavate proprio da streghette!» Il poltrone si toccò i buchi, poi guardò il dito macchiato di rosso, se lo portò alla bocca e – «Mmm…» – assaporò il sangue. «Dicevate che non ero vostro fratello! Dopo sono entrato in casa e ho scoperto un altro Nicu che dormiva sul mio letto.»

Nicu, che aveva seguito quella discussione, non poté trattenersi dall’intromettersi.

«Sto cercando Nicu Jota», dichiarò. «Sei tu?»

Il giovane deviò lo sguardo su di lui. Gettò a terra le coperte e si sollevò con ossa che crocchiavano. Appariva stanco, schiantato. I suoi capelli – simili alla cresta di un upupa – sfioravano il soffitto basso e affumicato dagli anni. Avanzò nella polvere che danzava follemente e venne a fermarsi a pochi centimentri da lui.

A questo punto, sotto i miasmi della candeggina e dei detersivi, Nicu percepì un altro odore, un odore diverso: lo stesso che doveva regnare nella mitica palestra di Amor. “Che succede in questa casa?” si disse; e, alla copia di se stesso: «Non sei tu… non sei me. Sei soltanto la mia copia».

«Tu non ci credi, credo, e non lo vedi, vedo», replicò il giovane. Quindi mutò repentinamente tono ed espressione. «Faccia da oboe, culo di merda, piscialetto, appendipanni, MacDonaldiano, falso saccente!» prese a insultarlo, sotto gli sguardi tifosi e lascivi delle sorelle.

«Dorminpiedi, Mister I’m-looking-so-good, segaiolo, imperialista, muso di cane!» gli vennero in soccorso queste.

Per la durata di un battito di ciglia, a Nicu mancò il respiro. Ma non poteva lasciarsi sopraffare, non poteva farsi asservire in quel modo. Doveva rimpossessarsi, con calma, con affabilità, del suo piccolo reame. Indicando Sina e Vilma, chiese: «Loro… che cosa ci fanno qui?»

«Non lo vedi? Lavano i panni e mi tengono alto il morale.»

«E tu perché stai rinchiuso?»

«La luce mi fa male agli occhi», rispose il giovane. «Eppoi questa terra ha artigli micidiali. È difficile sopravvivere, là fuori.»

La lampadina si spense e si riaccese: uno scompenso elettrico, fenomeno normalissimo da quelle parti. Nicu restò a fronteggiare la copia di se stesso. Il pelandrone aveva occhi innaturalmente rossi, o almeno così gli sembrò. Lui stesso sapeva di presentare un aspetto spaventoso: barba di tre giorni, capelli lunghi e selvaggi, bocca dalle labbra screpolate che si rifiutava di aprirsi se non per emettere sentenze irreali, ecc. Ma doveva tornare a tutti i costi ad occupare quello che considerava il suo posto legittimo.

Volse la testa verso le pupe. Emaciate e silenti, assistevano alla scena grattandosi distrattamente i riccioli del pube.

«Giù gli occhi dalle mie sorelline!» scattò allora Nicu Due, con voce affilata. Probabilmente credeva di avere un diritto di prelazione sulle ragazze.

«Quelle sono le mie sorelline», proclamò Nicu. Poi, lottando contro gli stimoli della ragione, che lo inducevano a risvegliarsi, ebbe un sorriso d’intesa per il suo gemello e, ammiccando, gli puntò un dito sulle costole.

Il gesto sembrò far rinsavire di colpo Nicu Due. Lasciandosi andare a un abbraccio (Nicu si sentì accapponare la pelle), Nicu Due disse: «Dunque non era un sogno! Eccoti tornato, Nicu Jota!»

 


Nicu Jota si destò. Un filo di bava bagnava il guanciale. Si sentiva decisamente grullo, e riuscì ad abbandonare la brughiera dell’oblio solo dopo aver risalito un lungo, lungo declivio. Le sorelle investigarono: «Che cosa hai sognato, Nicu? Sei così triste!»

«Ho sognato di trovarmi nel giardino e…» Si interruppe per toccarsi i buchi che scoprì di avere sul collo. Poi studiò perplesso il dito sporco di rosso. «Mi sono risvegliato in uno strano posto», aggiunse.

«Che cosa vuoi dire?»

Alzò lo sguardo, ma le ragazze non c’erano più. Forse, magre com’erano, erano passate attraverso le intercapedini… Inforcò gli occhiali da sole, si sollevò dal suo letto di morte e andò a guardare dagli spiragli delle persiane. Le vide correre in mezzo alle ortiche, entrambe nude: come ninfe, come naiadi. Tornò a girarsi e… scorse qualcuno sul suo letto.

«Speravo ardentemente che tu venissi, Nicu Jota!» trasmise il giovane, stiracchiandosi sotto le coperte.

Nicu Jota lo scrutò disorientato. Per l’arco di un secondo capì di essere intrappolato in qualche dilatazione einsteiniana della dimensione temporale. Prigioniero di una situazione che si rimandava all’infinito. Ma non sarebbe servito a nulla tentare di opporvisi: non c’era altra esistenza che quella.

Il giovane continuava a guardarlo; la contentezza gli bruciava le pupille con gli occhi di mille soli. L’evidente goffaggine che contraddistingueva ogni suo gesto sanciva una gioventù incompiuta e inutile. Non era che un guitto poco talentuoso, una scimmietta vegetante nella dimora paterna.

Nicu Jota non gli replicò alcunché. Tornò a spiare dalle persiane. Fuori era più caldo e più soffoco che mai. Quelle prugnette delle sue consanguinee si mordevano a vicenda la gola: il loro trastullo preferito. Il cagnone se ne stava buttato come sempre sull’erba rinsecchita. Sull’orizzonte sempre più vicino si innalzavano nuovi casamenti popolari, ennesime sedi di illusioni e speranze irrancidite. Sul muretto del cortile antistante qualcuno aveva scritto:

RED ARMY GO HOME.

 

 

Il sole cominciava a declinare. Finalmente! Una comitiva di turisti, di quelle che Nicu dileggiava spesso e volentieri, si arrampicava su per un viottolo fino al famigerato castello. La loro scalata sembrava simboleggiare lo stesso percorso doloroso dell’umanità. Dal castello proveniva un’esalazione misteriosa con cui la gente dei paraggi non si sentiva di competere e che gli stranieri non erano mai veramente in grado di percepire. Ma il giorno si avviava alla conclusione: presto sarebbe scoccata l’ora in cui Nicu fosse tornato sereno, l’ora in cui si ricompattava la sua personalità dissociata.

“Domani è un altro giorno e nella clessidra non scorre sabbia, ma sangue miscelato a una sostanza indefinibile: piccole cellule microscopiche, ministrutture; larve di insetti invisibili.”

Intuì che sarebbe stata una notte lunga, molto più lunga del solstizio d’inverno.

 

(Dai “Racconti Sborror” (C) di franc’O’brain)

#letteratura #horror #fantasy #romania #povertà

A che serve la scuola

15 maggio 2011

 La Storia, ma anche le leggende storiche, e la stessa Bibbia, sono piene di horror. E’ cosa lodevole che voi, signori maestri, ci parlate del “Nostro buon Dio” (ora di Religione), della “saggezza dei Cesari” (ora di Storia) o della “Provvidenza” (che non ho mai capito cos’è, e comunque: Verga e dintorni, ora di Letteratura). Cosa lodevolissima. Ma sapete molto bene che state snocciolando fandonie.

La vita è tutta sangue, sudore e lacrime. E l’unico Aldilà possibile e immaginabile è quello della Gloria Imperitura, dello stardom. Anche se riusciste a inculcarmi un po’ di fisica e matematica, a che mi servirebbero? A pilotare un’astronave fantasma? A costruire un’altra centrale foriera di morte e distruzione?

Preferisco invece imparare uno strumento musicale e scrivere e cantare canzoni, cercando di diventare ricco e famoso. (Ma anche solo per lanciare un messaggio immediato e di facile comprensione.)
E a sera, prima di addormentarmi, state tranquilli ché leggo sempre i libri e le cose che voglio io; difatti, sono ben più erudito di voi…

Presto la silloge di racconti horror In Paradiso è scoppiato l’Inferno (by franc’O’brain) come ebook sul sito http://www.ebookgratis.net/ !

 

in-paradiso

 

Leggi qui una nuova intervista con l’autore

 

                Il nostro network letterario

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Due links amici

20 maggio 2009

aNobii: http://www.anobii.com/peterp/books

L i t e r ae: http://scrittura.ning.com

Siamo un granello di sabbia nell’universo. E’ una cosa che già si sa ma che è bene ricordare. Ancora nessuno scienziato ha saputo dare una risposta concreta alla domanda che da sempre ci assilla, ovvero: “Che cos’è la vita e come si sono create le galassie?” Cioè: la materia esisteva prima del Big Bang? E se sì, che cosa c’era prima della materia?

Riflettiamo un attimo sulla fisiologia del nostro pianeta: i continenti poggiano su un fiume scorrevole di fuoco, e anche per questo abbiamo lo spiacevole fenomeno dei movimenti tellurici. Piastre che scivolano e urtano tra di esse, fosse di San Andrea, pozzi neri in fondo agli oceani e quant’altro. Viviamo su una crosta sottile; siamo microbi risultati dal raffreddamento di gas e sviluppatisi nel corso di milioni, miliardi di anni grazie al paziente “lavoro” delle piante, delle foreste – amazzoniche e subtropicali in primis: proprio quelle che oggi stiamo distruggendo…

Inoltre, tantissimo del nostro destino dipende dalla direzione del campo magnetico (ci sono stati periodi in cui il campo magnetico è addirittura “caduto”, e ciò potrebbe capitare ancora: se il nucleo del pianeta smette di roteare, sono guai seri!). E non dimentichiamo che alcuni vulcani, per esempio il Vesuvio, sono a rischio di eruzione. Il Vesuvio potrebbe “esplodere” anche domani, ma speriamo di no: il cielo di almeno metà dell’emisfero Nord si oscurerebbe per tantissimi anni, forse addirittura per secoli, con conseguente abbassamento delle temperature…

L’evoluzione della nostra razza è un concetto assolutamente da relativizzare, soprattutto se leggiamo le notizie di cronaca e dal fronte della politica. Siamo in realtà delle bestie, e credo che solo una piccolissima parte di noi sia diventata Homo sapiens sapiens, mentre i più sono rimasti Homo sapiens e, evidentemente, ci sono ancora in circolazione tanti trogloditi, tanti neanderthaliani. La “bestialità” della nostra natura è testimoniata anche dalla Storia; consideriamo per esempio i viaggi di conquista e di colonizzazione di terre distanti: abbiamo praticamente scannato popolazioni intere, in America, in Africa, nelle isole del Pacifico, in Oceania…

Tutto questo discorso mi serve per introdurre Gli amanti di Pangea. E’ un miniracconto di Peter Patti che richiama le atmosfere di certi libri di Edgar Rice Burroughs, Donald Wandrei o, per rimanere agli scrittori contemporanei, Robert Charles Wilson (se non lo avete ancora fatto, leggete, di quest’ultimo, il romanzo Darwinia).

 

Il file è in formato .doc

               Scarica e/o leggi  Gli amanti di Pangea

 

Tre nuovi racconti online!

15 febbraio 2009

Dalla fantasia infernale di franc’O’brain sono scaturite tre nuove “sborror stories”, liberamente scaricabili. Il formato è .doc

Rossana

Steroid Killer

Il sesso dei morti

 

Avvertenza
I racconti ivi linkati non sono necessariamente tutti a sfondo erotico e/o horror, ma se ne consiglia ugualmente la lettura a un pubblico adulto.
Firmato: l’Autore

Popol Vuh

5 ottobre 2008

“La musica è il mezzo che mi aiuta ad avvicinarmi in modo realistico all’utopia”.
(Florian Fricke, 1944-2001)

Fricke nacque il 23 febbraio 1944 in una cittadina sul Lago di Costanza, e più precisamente a Lindau, sul confine austro-svizzero. Iniziò a suonare il pianoforte a sette anni e, dopo gli studi al Conservatorio di Friburgo, lavorò come critico musicale e cinematografico per la Süddeutsche Zeitung, Der Spiegel e la Neue Züricher Zeitung. Mentre si ingegnava a girare alcuni corto- e mediometraggi, divenne amico dell’allora aspirante regista Werner Herzog. Fricke partecipò al primo film ufficiale di Herzog, Segni di Vita (Lebenszeichen): come assistente tecnico e come attore, nel ruolo di un soldato che suona Chopin.

Di lui esistono poche fotografie, tanto era schivo. Una delle poche che fece inserire nelle copertine dei primi album lo ritrae durante un concerto in posa contemplativa.
E “contemplativa” è proprio l’aggettivo più adatto per descrivere la musica del gruppo formatosi intorno a questo notevole rappresentante della moderna avanguardia.

Il luogo era Monaco di Baviera e l’anno il 1969 quando, ad opera di Florian Fricke (tastiere), Holger Trülzsch (drums) e Frank Fiedler (sintetizzatore), nacquero i Popol Vuh. Fricke, appassionato di culture e religioni antiche, scelse come nome quello del libro sacro degli indiani Quiché del Guatemala.

[N.B.: c’è anche un gruppo progressive norvegese che scelse di chiamarsi così, e questa circostanza provocherà una certa confusione almeno fino al 1975, quando Florian Fricke minacciò di ricorrere a vie legali contro i “colleghi” nordeuropei. Questi altri Popol Vuh (autori, almeno ad inizio carriera, di un interessante rock psichedelico con influenze genesiane), riconobbero di essere “arrivati secondi” e si ribattezzarono Popol Ace.]

Amante della musica elettronica, Fricke fu uno dei primi a voler sfruttare le potenzialità del moog, che allora pochissimi possedevano non solo perché costava una fortuna ma anche perché assai ingombrante.

L’LP del debutto, Affenstunde, che i Popol Vuh pubblicarono nel 1971 per la Liberty (al tempo la label tedesca più progressiva – basti pensare che aveva sotto contratto Amon Düül II e CAN), consisteva in “Kosmische Musik” mista a percussioni etniche. A produrre l’album furono l’americano Gerhard Augustin (titolare della Liberty) con la moglie di Florian, Bettina, responsabile anche della maggior parte delle scelte grafiche nelle copertine dei dischi.
In Germania c’erano già diversi folletti siderali, tutti figli putativi di Karlheinz Stockhausen (Ash Ra Temple, Klaus Schultze, Tangerine Dream, i suddetti Amon Düül, e inoltre Jane, Neu!…), tuttavia i Popol Vuh si differenziavano per la componente misticheggiante. Se il loro tipo di musica rientrava nel Krautrock, ciò accadeva solo per via della locazione geografica. In realtà nel loro caso non si può parlare nemmeno di rock. Le sperimentazioni sonore dei Vuh sembrano scaturire da una cattedrale sotterranea; come Haydn in un concerto onirico di formiche tibetane.

Anche il secondo disco – In den Gärten Pharaos; per l’etichetta OHR-Pilz – ricorda perlopiù i Tangerine Dream dell’èra Alpha Centauri / Zeit (cosa che non deve sorprendere, dato che fu proprio Fricke a “presentare” il Moog III ai Tangerine, suonandolo come guest player in Zeit) o, come nota Piero Scaruffi, i Pink Floyd di A Saucerful of Secrets (soprattutto nel secondo dei due lunghi brani, “Vuh”, registrato nella cattedrale di Baumburg).

Subito dopo i suoni diventano più eterei, gli accordi celestiali, in un’unità di antico e moderno, di sacro e profano. Fricke rinuncia all’elettronica. “Non voglio usare il sintetizzatore per riprodurre la musica religiosa cristiana” spiegherà in un’intervista del 1972. “Pur tuttavia, la nostra non può essere definita ‘musica da chiesa’, a meno che non consideriate il corpo come un tempio sacro e le orecchie come porte”. Con lui ora collaborano il chitarrista/percussionista Daniel Fichelscher (ex Amon Düül II; Fischelscher parteciperà a oltre una dozzina di incisioni dei Popol Vuh) e la soprano coreana Djong Yun. Testi e suoni si ispirano non solo a passi della Bibbia e di altri testi sacri delle religioni mondiali, ma anche a visioni dei popoli dell’Himalaya e ai canti dei Curdi della regione dell’Eufrate.

La svolta minimalistica è segnata da Hosianna Mantra, a base di pianoforte (Fricke), violino (Fritz Sonnleitner), oboe (Robert Eliscu), chitarra (Conny Veit) e tamboura (Klaus Wiese). Come suggerisce il titolo, è un album in cui si fondano miti orientali e leggende cristiane.

Il successivo Seligpreisung (Kosmische Musik, 1973) approfondisce lo studio intorno alle possibilità dei mantra pur avvalendosi di estratti dal Vangelo di Matteo, condendo la formula con maggiore dinamismo e un tocco di psichedelia grazie agli assoli di Fichelscher.

Quindi è il turno di un’altra opera miliare a titolo Einsjäger & Siebenjäger (1974, per l’italiana PDU e per la tedesca Kosmische Musik), con veri e propri inni alla gioia (“King Minos”) e ambiziose composizioni bagnate nel lago di un progressive mai fine a se stesso (i venti minuti della traccia di chiusura che dà il titolo all’album).

Con il successivo Das Hohelied Salomos (United Artist, 1975) si mettono in musica alcuni dei Salmi del Re Salomone. E’ l’album in cui si registra il ritorno della soprano Yun. La proto-world-music di Fricke si inabissa nelle atmosfere di epoche e paesaggi remoti con l’ormai sperimentato connubio tra grandiosità wagneriana e momenti di raccoglimento meditativo (un rigore giustificato dalla sua passione per il medioevo e per il misticismo di origine soprattutto asiatica). In questo periodo il Nostro si decide a vendere il gigantesco e ormai inutilizzato moog modulare all’amico Klaus Schulze, che, come sappiamo, ne farà buon uso.

Il primo concerto all’estero dei Popol Vuh avviene a Milano nel 1976. E’ anche l’anno dell’uscita di Letzte Tage – Letzte Nächte (United Artists), con il quasi-pop ritmato della titletrack cantato da Renate Knaup degli Amon Düül II, e Yoga, registrazione di due jam sessions con musicisti indiani, pubblicata dall’italiana PDU dapprima illegalmente e poi ufficializzata (è riscontrabile infatti nel catalogo della band).

Dal 1978 il gruppo torna sotto la supervisione di uno dei loro primi scopritori, il produttore Augustin. Ma Fricke, già allora amareggiato nei confronti del mondo discografico, guadagna uno scampolo di indipendenza mettendosi a comporre colonne musicali insieme a Fiedler e intraprendendo con lui e altri amici fidati viaggi intorno al mondo.

Brüder Des Schattens, Söhne Des Lichts (Brain, 1978) sarà il punto di partenza per la realizzazione della colonna sonora del Nosferatu di Herzog. L’omonima suite d’apertura è forse uno degli episodi più ispirati e riassuntivi di tutta la discografia frickiana: paesaggi metafisici e spaziali vengono solcati dal pathos primordiale proprio di tutti gli umani. Il passo successivo è l’oscuro e, sì, depressivo Die Nacht Der SeeleTantric Songs (Brain, 1979), nel quale alcuni intravedono le prime stanchezze compositive dell’ensemble e del suo leader. Grazie alla magniloquenza delle cento voci della Corale dell’Opera Bavarese, Sei Still, Wisse Ich Bin (‘81, per la Innovative Communication di Schulze) fa sperare a un secondo decennio ricco di opere memorabili. Purtroppo il successivo Agape-Agape (Uniton, 1983) porgerà il fianco alle accuse di manierismo spirituale. Si tratta di composizioni indianeggianti poco brillanti, buone giusto per esercizi di yoga casalingo: insomma, proprio quella New Age che Fricke sconfessò fin dall’inizio. Spirit Of Peace (Cicada, 1985) e For You And Me (Milan, 1991) seguono la stessa linea. Sono dischi in tutti i sensi lenti, sia pure immersi in una certa solarità bucolica.

A metà degli Anni Novanta c’è un’impennata, una sorta di come back non privo di fascino, con City Raga, album che utilizza l’angelica voce di Maya Rose, un’esperta delle tecniche di respirazione originaria dello Yucatan.

A questo punto inizia l’èra della “modernizzazione”: nella musica dei Popol Vuh subentrano i suoni dell’universo techno, per via anche dell’apporto del nuovo componente, il tastierista Guido Hieronymus. Nel 1999 l’ultimo album: Messa di Orfeo (Spalax, 1999), risultato di uno spettacolo multimediale al festival d’Arte Contemporanea di Molfetta (Bari), con il recitato dell’attrice Guillermina De Gennaro e una serie di improvvisazioni d’atmosfera che inseguono utopiche estasi.

Il resto della discografia consiste in raccolte e in alcuni “mix” ad opera di Gerhard Augustin. Un posto di merito, in questa lista, occupano le colonne sonore per i film herzogiani.

Si parte con Aguirre, furore di Dio (il disco porta il titolo Aguirre; 1976, Cosmic Music), nel quale l’eternamente spiritato Klaus Kinski, “pallino” del regista bavarese, si cala in maniera naturale nell’identità di un caposoldato folle. Dopo è la volta del documentario La grande estasi dell’intagliatore Steiner, la cui colonna sonora non è mai stata ufficialmente pubblicata su CD. Vediamo indi un Florian che già mostra i segni dell’invecchiamento fisico apparire personalmente nella pellicola L’enigma di Kaspar Hauser, vestendo i panni di un pianista cieco in una lacerante interpretazione dell’Agnus Dei.

La collaborazione tra il regista e il compositore prosegue con Cuore di vetro (Herz aus Glas; 1976), Nosferatu (1978), lo stupendo Fitzcarraldo (1979), Cobra Verde (1990) e Grido di Pietra (Cerro Torre: Schrei aus Stein; 1991).
Tra queste, Nosferatu è sicuramente l’opera più riuscita per quanto riguarda la simbiosi tra le immagini del film e lo stupore estatico di una musica mai, per fortuna, didascalica.

Con la precoce morte di Florian Fricke avvenuta il 29 dicembre 2001 a causa di complicazioni dopo un infarto, termina la storia dei Popol Vuh; ma il seme delle loro idee prosegue a germogliare. Non è New Age; non è vera e propria World Music. “Chiamatela, se preferite, musica per lo spirito.”

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POPOL VUH – Discografia essenziale

1970 Affenstunde (Liberty, Ger)
1971 In den Gärten Pharaos (Pilz, Ger)
1972 Hosianna Mantra (Pilz, Ger)
1973 Seilegpreisung (Kosmische Musik, Ger)
1974 Einsjäger & Siebenjäger (Kosmische Musik, Ger)
1975 Das Hohelied Salomos (United Artists, Ger)
1976 Letze Tage – Letze Nächte (United Artists, Ger)
Yoga (PDU, Ita)
1979 Die Nacht Der Seele – Tantric Songs (Brain, Ger)
1981 Sei Still, Wisse Ich Bin (Innovative Communication, Ger)
1982 Agape–Agape (Uniton, Nor)
1985 Spirit Of Peace (Cicada, Nor)
1991 For You & Me (Milan, Fra)
1995 City Raga (Milan, Fra)
1997 Shepherd’s Symphony (Mystic Records, UK)
1998 Messa di Orfeo (Spalax, Fra)

Soundtracks, soundtrack-compilations

1974 Aguirre (OHR, Ger)
1976 Herz Aus Glas – Coeur De Verre (Brain, Ger)
1978 On The Way To a Little Way – Nosferatu (Egg, Fra)
Brüder Des Schattens – Söhne des Lichts (Nosferatu) (Brain, Ger)
1982 Fitzcarraldo (Pilz, Ger)
1987 Cobra Verde (Milan, Fra)
1993 Best of Popol Vuh – From Films of W.H. (Milan, Fra)
1994 Movie Music (Weltbild Verlag, Ger)
1996 Soundtracks from Werner Herzog (3 cd box) (Spalax, Fra)
2005 Coeur de Verre (SPV, USA)

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Klaus Kinski

28 settembre 2008

Quando abitavo a Baldham, alla periferia orientale di Monaco di Baviera, ero solito passare davanti alla villa di Nastassja Klinski: Lei era giovane come me, ma già famosa. Tuttavia la sua celebrità era dovuta più al suo carettere ribelle che alla sua bravura di attrice. Dunque, almeno in questo era tutta suo padre. A me piaceva molto, sia perché sexy, sia perché aveva scelto di essere diva, sì, ma diva a modo suo.
La villa di Baldham era uno dei suoi tre-quattro rifugi sparsi nel mondo. Niente male per una ragazza di poco più di ventitré anni (ma sulla sua data di nascita le fonti sono contraddittorie…).

Un giorno udii alcune voci che provenivano da oltre il muro di recensione e mi arrischiai a gettare uno sguardo appoggiandomi al cancello. Nastassja prendeva il sole su una sedia a sdraio, in costume da bagno. Un’altra donna presente nel suo giardino vedendomi la avvertì: “Ein Gaffer!” (“Uno spione!) e aggiunse: “Sarà un paparazzo?”.
 Non erano pochi i reporter scandalistici che ronzavano intorno all’attrice. Nastassja era appena reduce da un ennesimo “fattaccio”: aveva dovuto scontare qualche giorno di detenzione nelle carceri tedesche per essersi ripetutamente servita di mezzi pubblici senza pagare il biglietto e per aver rifiutato di svolgere il servizio sociale presso un ospedale, pena riabilitativa a cui era stata condannata.
Nastassja Aglaja Kinski (così risultava all’anagrafe) sollevò la testa e, guardandomi da dietro gli occhiali da sole, disse: “Carino! Ma è ancora uno sbarbatello…”
Continuai per la mia strada sorridendo. In qualche modo era stato confermato un mio sospetto: e cioè che la ragazza non fosse del tutto groggy come sostenevano i media. Sapevo che prediligeva uomini anziani (aveva il complesso del padre) e a me era bastato un suo cenno e quelle parole per sentirmi felice. Di più del resto non osavo sperare, vista anche la mia posizione sociale (lavoravo in una pizzeria; scrivevo nottetempo, ma non avevo ancora pubblicato nulla: ero un piccolo emigrato italiano casualmente finito in una cittadina dove erano andati ad alloggiare numerosi protagonisti del jetset tedesco).

 

 

Cinematograficamente parlando, più che da Nastassja era affascinato dal genitore, Klaus (1926-1991). Mentre Nastassja era tra le attrici predilette da Wim Wenders (Falso movimento; Paris, Texas; Così lontano, così vicino), Kinski senior, l'”antidivo folle” per eccellenza, fu il pallino fisso di Werner Herzog

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 Klaus Nakschinski, in arte Kinski (era di origine polacca), ammirava talmente Dostoevskij, e in particolare L’Idiota, da aver battezzato la sua primogenita (della quale non si sarebbe mai occupato, come del resto avrebbe abbandonato al loro destino anche gli altri figli) con i nomi delle due donne amate dal principe Myškin: Nastassja e Aglaja.
Lui stesso avrebbe potuto benissimo essere un personaggio dostoevskiano. Depravato ma anche tenero, quasi infantile, mi sembra di rivederlo mentre, nel 1971, si atteggia a messia sul palco di un sovraffollato teatro berlinese, solo contro tutti, un Cristo sacrilego e profanatore, urlando blasfemità e aggredendo verbalmente chiunque gli capitasse a tiro.
Era il terrore e la delizia della stampa: non raramente le interviste terminavano con lui che insultava i giornalisti, bestemmiando e sputando. Nei talkshows si rifiutava di rispondere alle domande (tanto, erano sempre le stesse!) e rivolgeva pesanti apprezzamenti alle moderatrici.
  
 La sua giovinezza fu segnata dalla prigionia di guerra, da un soggiorno in manicomio e da una grave infezione alla gola in seguito a cui rischiò di morire. Si racconta che, per risparmiare i soldi dello specialista, Klaus si sarebbe estirpato l’infezione da solo, affondando nella gola la lama di un coltello. A 26 anni venne internato per tre giorni. Secondo gli psichiatri, quel giovanotto rappresentava “un pericolo pubblico”. Nella sua cartella clinica (saltata fuori solo recentemente) si legge: “Diagnosi temporanea: schizofrenia. Conclusione definitiva: psicopatia”. 
Durante quel periodo il giovane attore si innamorò perdutamente di una dottoressa che aveva il doppio dei suoi anni. Per poterla vedere, prese il vizio di entrare nella clinica senza permesso e di nascondersi dentro l’appartamento della donna, come un ladro o… un seviziatore. Gli psichiatri annotarono: “Secondo il suo racconto, i due si amano profondamente”. Lei, invece, avrebbe provato solo un affetto materno per l’attore.

 

 Kinski, allora disoccupato, colto dalla disperazione e dalla gelosia tentò il suicidio assumendo tre fiale di morfina. Sopravvisse, ma poco tempo dopo ingurgitò una dozzina di compresse di sonnifero. Più di una volta si scagliò ferocemente contro la dottoressa, e fu tale gesto a farlo classificare come “pericolo pubblico”. Tuttavia non si definì mai un pazzo, bensì un genio, e ciò ben prima di diventare una stella di prima grandezza della storia del cinema.
I medici della clinica berlinese Karl Bonhoeffer scrissero: “Dice di essere un attore ma non ha lavoro da più di un anno…”
 In effetti la sua carriera sarebbe decollata solo negli Anni Sessanta, acquisendo primi scampoli di popolarità interpretando figure di “tipi strani” nella serie tedesca di film basati sui mystery novels di Edgar Wallace. Recitò in oltre 130 pellicole (La guerra segreta, Per qualche dollaro in più, Dottor Zhivago, Se incontri Sartana prega per la tua morte, Sono Sartana, il vostro becchino… e non dimentichiamo che indossò i panni del “Doktor” Hugo Zuckerbrot in Buddy Buddy, spassosissima commedia con Walter Matthau e Jack Lemmon), rimanendo veramente indimenticabile però solo grazie ai ruoli assegnatili da Werner Herzog: da Aguirre, furore di Dio (1974) a Cobra Verde (1987), attraverso Nosferatu (1978), Fitzcarraldo (1982) e un paio di altre opere cult del regista tedesco.
 

Sentimentalmente Kinski fu legato a tante donne, sposandosi quattro volte. (Nastassja nacque dal secondo matrimonio, quello con Ruth Brigitte Toecki.) Altrettante le separazioni, l’ultima nel 1989 dopo due anni al fianco dell’attrice italiana Deborah Caprioglio.
Il Paganini di Kinski, da lui stesso concepito e diretto (Herzog si rifiutò di girarlo), può essere inquadrato nella categoria “soft porn”. E’ pieno di belle donne che impazziscono alla sola vista del protagonista e si masturbano mentre pensano a lui… Un film confuso, inguardabile; ma si può dare ragione all’attore: in effetti, sono riconoscibili i parallelismi esistenti tra le sue più nere ossessioni e quelle di Paganini, “il violinista del diavolo”.

Nella scandalosa autobiografia Ich bin so wild nach deinem Erdbeermund, colma di aberranti – e per certi versi esilaranti – scene pornografiche, Kinski scrisse: “Io sono il mio solo Dio, la mia sola giuria, il mio solo esecutore”.

Rimane impressa l’inquadratura finale del documentario di Herzog Kinski, il mio nemico più caro (Mein liebster Feind – Klaus Kinski; 1999): la farfalla tropicale che si posa sul volto di Klaus, rendendo meno tormentato il suo sorriso, quel che vorrebbe esprimere perfidia e arroganza ma tradisce la sua vera natura di bimbo sgomento e sofferente di solitudine.

Chi ha seguito la mia attività di scrittore, avrà notato che ho sospeso (momentaneamente?) la pubblicazione di testi horror. Il motivo è che nella vita di ciascuno di noi irrompono periodi contrassegnati dall’orrore: quello autentico, che quasi sempre ha la facoltà di lasciarci senza parole o, se si vuole, di essiccare l’inchiostro della nostra penna. La morte violenta e improvvisa di uno dei nostri cari, l’aver accettato un lavoro umile e duro che avrebbe dovuto essere uno stratagemma di sopravvivenza e invece assomiglia sempre più all’Highway to Hell, il dolore immenso e assoluto del nostro compagno (della nostra compagna), accompagnato dai segni della vecchiaia precoce sul suo volto e nel suo spirito, lo stato d’animo abbattuto e sfiduciato di nostri amici e conoscenti che hanno avuto il coraggio di aprire una qualche attività che avrebbe dovuto renderli liberi e che ha finito per tradirli, scavando profonde rughe sulle loro facce una volta sorridenti… Tutto questo, sì, porta orrore, è orrore, e viene da alzare i pugni al cielo e inveire contro gli dèi e urlare: “In culo anche la Letteratura!”. Ogni tanto si intravede un raggio di sole e intuiamo: “Non bisogna abbandonare le speranze, non devo dire di no alla vita“. Perché forse – forse –  le cose si aggiusteranno, le nubi si diraderanno – o, come cantavano i Dire Straits: “There should be sunshine after the rain”. Intanto però il danno è fatto, la ferita sanguina, gli occhi sono tirati in giù, la schiena è spezzata e chissà se riusciremo di nuovo a chinarci per raccogliere i fazzolettini di carta inzuppati di lacrime che segnano il cammino di chi ci precede. E’ questo l’orrore vero: non la vita ma la sua assenza; questa non-vita con la brutalità dei suoi artigli e delle sue zanne. Quando impareremo a scrivere di tutto ciò, quando saremo capaci di esprimere il velenoso miscuglio di pazzia socialmente organizzata e di atavici mostri che albergano nella nostra stessa ombra, quando riusciremo a fronteggiare l’imprevisto, a sopportare la sofferenza nostra e altrui, ad accettare il lato più oscuro e probabilmente ineluttabile dell’umana esistenza, saremo finalmente scrittori e uomini; più grandi e più autentici di qualsiasi autore di horror e generi limitrofi.

Tre libri horror

1 luglio 2007

Copia a nero, Sangue, macerie & vanità e In Paradiso è scoppiato l’Inferno: questi tre titoli fanno parte della produzione di franc’O’brain, scrittore di (cyber)horror, pulp e noir a cui si devono le famigerate sborror stories (TM).I libri sono reperibili su www.lulu.com, dove è possibile leggerne anche l’anteprima. L’ultimo della trilogia è gratuitamente scaricabile come eBook (in formato .pdf).

  

              Ora in edizione cartacea… Versione rivista e ampliata.  

Peter Patti: Città dell’Alfabeto

(a.k.a. Alphabet City)

peter patti - città dell'alfabeto (romanzo di fantascienza)

Hardcover, 122 pagg, formato 15×23 cm. Prezzo: €16.00
Disponibile anche l’eBook (.pdf):  €2.50

 

Come sopravvivere in un mondo completamente impazzito? Alvo, il protagonista di Città dell’Alfabeto, si aggrappa all’amore, alla cultura, ai valori che vigevano durante la sua gioventù. Ma intanto ci sono i problemi di dove andare a rifugiarsi la notte, del dissetarsi, dello sfamarsi… e quelle strane gallette che chiamano “Rusky” e che vengono distribuite gratuitamente non acquistano certo un sapore migliore se si pensa con quale materiale vengono prodotte! Sulla bolgia dell’antica New York (ora una megalopoli che, similmente a una piovra, stende i suoi tentacoli sull’intera East Coast) regnano Mister Info e il Transputer Qasar, il megacomputer centrale. La rivolta sembra trovare posto solo su Ombre Contro, un e-journal presente sui canali clandestini di Hypernet…   

“… se questo romanzo di Peter Patti venisse reso cinematograficamente ad es. da una Troma Co., quella che ha prodotto l’Uomo Tossico per intenderci, sarebbe il più grande tecno-trash del mondo.” (Stefano Donno)

 

                                                http://www.lulu.com/content/898741

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza L’INCIPIT:

Mi svegliai con una fitta alla spalla sinistra. Era l’alba dopo un nuovo massacro e io giacevo sotto un marciapiede, immerso per metà nel rivolo della cloaca.

Qualcuno stava chino su di me. Aveva una voce come di raspa. “E’ solo questione di tempo, ormai” mi diceva.

“Cosa…?”

Sbattei le palpebre, contraendo i muscoli della spalla con una smorfia di dolore.

“La fine del mondo. La fine del mondo, fratello” perseverò il tizio. L’alito gli puzzava maledettamente. Dal petto gli penzolava una croce che, oscillando, mi solleticava il naso. “Non hai sentito quello che è successo a Tokio?”

Mi tirai su a sedere e lo fissai. Aveva due occhi scuri, spalancati su un abisso che solo lui vedeva. Il volto era coperto dal tatuaggio di una tela di ragno.

Tokio? Certo che avevo sentito. Pochi giorni prima un terremoto aveva distrutto la megalopoli giapponese. E allora?


www.lulu.com Independent publishing / Skuro Connection

COSA DICE LA CRITICA:

Nel mondo odierno, superbia, invidia e avarizia sono le tre fiamme che tengono accesi i cuori. Ciò vale tanto più nel futuro prossimo venturo descritto in Città dell’Alfabeto, in cui gran parte della popolazione vive per strada, l’acqua è un miraggio e fioriscono traffici come quello degli organi umani. Alvo, l’io-narrante, vive nella megalopoli mondiale per eccellenza. Alphabet City è una piovra di cemento che si estende per buona parte dell’East Coast di quelli che una volta furono gli Stati Uniti d’America: una bolgia di desperados, ratti, avvoltoi e cani rabbiosi sui quali grava l’ombra cupa della multinazionale che detiene il potere politico.
Il protagonista riesce a sopravvivere solo perché sostenuto da un’idea fissa: ritrovare un suo amore di gioventù. Vuole inoltre scoprire cosa accadde veramente a suo fratello, scalzare dal suo trono il misterioso Mister Info e riuscire a compiere la più estrema delle imprese: scappare dalla megalopoli e incominciare una nuova vita, una vita vera, nell’hinterland, al di là delle Paludi del Non-Tempo e del Mare della Putrefazione. 

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza LA PAGINA 39:

Vidi una scrivania a vetro, due sedie girevoli, una libreria in legno. Gli scaffali della libreria si piegavano sotto il peso di volumi rilegati. Alla mia immaginazione apparve una Parigi moribonda assalita dalle termiti, i buchi nei libri della Sorbonne, boulevards con gli alberi infestati… In questa nicchia del Primo Mondo la letteratura aveva trovato salvezza.
Accarezzai con lo sguardo decine di titoli finché gli occhi non mi si appannarono. Amaramente pensai a quante e quali vie avevano percorso queste opere, prima di finire nelle mani errate. Mi volsi via con astio e livore.
Come il lettore avrà capito dal canone lessicale di questa cronaca, almeno ai libri non avrei dovuto rinunciare. Ho (ri)formato il linguaggio del mio spirito metabolizzando stile ed estetica di autori delle epoche più svariate. Non solo romanzi: articoli, saggi critici, opuscoli, pamphlets, racconti, manuali, trattati, monografie… Nei libri io finirò per bruciarmi e annegare…

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza LE ULTIME PAROLE:

Un tempo il mondo era un insieme di pochi, solidi insiemi. Poi la bussola si mise a roteare impazzita, le singole unità vennero scaraventate in giro e formarono uno sconnesso mosaico di brandelli e cocci incompatibili tra di loro, una matassa in cui invariabilmente ci si smarrisce. Nessun schema da poter seguire, la perdizione come status effettivo. E, al centro di tutto, l’Impastatrice, elevata oramai a ruolo di madre irreprensibile, caritativa nella sua azione distruttiva; l’enorme bocca un buco nero.

 Editoria indipendente