Breve biografia

6 ottobre 2017

La pagina dell’autore –
peter patti su Amazon

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Settembre. Settemb. Sett. S.

23 settembre 2017

I dolori di Cyberius

franc’O’brain

romanzo

 

( )

 

 

 

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Per una panoramica di tutti i titoli di franc’O’brain su Amazon Kindle, clicca qui:

 

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#horror #fanstascienza #sf #musica

skuro-con

 

 

                                                                                                                                                                 Collana unQuartino     su Amazon.it    (eBook Kindle)

 

 

*** Skuro Connection è un marchio registrato (franc’O’brain design projects, 2002-2022)

21 ottobre 2016

= = = Là dietro… nelle città dalle quali provenivo… imperava la crisi. ‘Krise’! ‘Crisis’!… Un vocabolo terribile, in qualsiasi lingua lo si pronunci. Uomini e donne lottavano per riuscire a tirare avanti, per campare, per non crepare di morte sociale… e non sapevano quale fortuna in fondo avevano! Io, emigrando, mi ero ammalato. Era questa la verità. Mentre i miei connazionali cercavano di non affondare nella melma della palude nostrana, Marco alias Marcus, nella sua nuova patria, aveva ottenuto un lavoro pulito e ben retribuito e si era dato agli svaghi. Ignorando che un germe letale era attecchito in lui.
Era così. La mia battaglia finale – ‘Via Diaboli’ – era ugualmente vera, concreta, ma di gran lunga più dura, più definitiva di quella loro; in quanto sfociava nella metafisica. = = =

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>>Svoltai l’angolo mentre dal minareto più vicino risuonava l’ha’hallah che salutava il nuovo giorno.
Era un mattino di caldo inesorabile, nonostante l’estate fosse già trascorsa. Sul bordo inferiore del cielo giallastro
ardeva un sole strano, che sembrava essere formato da due dischi sovrapposti. Già molti, tossendo e sputando, si lamentavano per la sete; e intanto si affrettavano verso Times Square o il Village, dove, con un pizzico di fortuna,
avrebbero ricevuto la loro razione di acqua.
Nella mia borraccia ce n’era ancora un po’, conservata dal giorno precedente: decisi di farmela bastare, per evitare il tremendo parapiglia davanti alle botti…<<

 

‘Città dell’Alfabeto’ gratis sul web…

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#fantascienza

 Eccolo !   La Skuro Connection procede abbastanza speditamente con la pubblicazione degli eBook (per Kindle) dei racconti di franc’O’brain

Il contenuto di

Antologia sborror vol. 2

(V.M. 18):

Fausta
I corvi bianchi
Hotel Biancaneve
La grande ora di Amok
Arachnolove
Le Gioconde di Gesù
Il colpo mancante
Fulvia
Ogni volta che la pubblicità
Steroid Killer
L’ultimo consulto
Spooky
Pholcus Phalangioides

                                                                                Pag. 666  (Note)

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In tutto sono in programma tre raccolte “sborror” ((C) franc’O’brain). Questa è la seconda, come sempre piena di elementi mortiferi che però non esaltano una presunta tanatofilia dell’autore, quanto il suo attaccamento alla vita. Suo e… dei suoi personaggi.

Come il primo, anche quello attuale è un tomo abbastanza corposo (135 pagg.), pieno di “storie” raccapriccianti, sanguinose… ma anche di casi umani – stravaganti, bizzarri, splatter, tutti all’ombra dell’Orrido, dello Spaventevole.

Di seguito, una recensione dal web:

… La verità è che in Italia, dagli Anni Settanta, non è cambiato proprio nulla. Se un tizio di allora tornasse a sfogliare i giornali e a seguire la televisione solo oggi, dopo trentacinque-quarant’anni, troverebbe nomi nuovi ma, essenzialmente, gli stessi problemi: disoccupazione inarrestabile, lentezza esasperante del mostro burocratico, ricchi ladri e tantissimi poveracci che si fanno la guerra tra di loro.

Meglio dunque prendersi una pausa dai quesiti attuali (verrà Berlusconi finalmente interdetto? il governo Letta si inchinerà al diktat dell’Europa o cercherà di risolvere i veri bisogni del Paese?…), che del resto servono soltanto ad avvelenarci maggiormente la vita; meglio spegnere la TV, chiudere  per un po’ le infide finestre d’informazione e leggere qualche buon libro. Anzi: qualche buon e-book.

La Skuro Connection ha realizzato per Kindle un’Antologia Sborror (per ora due volumi; ma in programma ce n’è un altro) che, in nuce, contiene tutti i vizi (delitti efferati ed eros; thanatos e follia quotidiana…) che sorprende per qualità di scrittura e per grado di entertainment. La parola “sborror” (TM) (marchio registrato!) è un’invenzione dell’autore di queste storie, franc’O’brain,  che con tale termine designa lo stile delle sue narrazioni.

Divertitevi! Divertiamoci! Rilassiamoci!

Un ritratto tra l’ironico e l’amaro degli Anni Ottanta

 

E’ un romanzo al di fuori dei generi e/o delle parodie dei generi. In ‘Villa Sunshine’ c’è tutto: l’alieno o il presunto tale che forse è in realtà “solo” un angelo caduto dal cielo; la musica progressiva e il pop più becero; un romantico medicus, un architetto visionario, un politichetto accusato di corruzione, una donna che aspetta invano il ritorno di colui che mai fu il suo legittimo sposo; le droghe… E la casa. Questa casa pomposamente ribattezzata “villa” che è l’allegoria stessa del decennio in cui è ambientata la vicenda: gli assurdi, maledetti e teneramente futuristici Anni Ottanta, quando i reality show non erano ancora stati inventati, i telefonini e i computer non erano ancora merce di massa e la ricerca genetica era limitata a rozzi esperimenti su cavie da laboratorio.

”The future is unwritten” sosteneva Joe Strummer: “Il futuro non è stato ancora scritto”… Eppure gli Anni Ottanta – il decennio di Ronald Reagan – sono stati una sorta di pietra angolare per quello che è il nostro presente. E’ come se qualcuno, o un gruppo di persone, avesse allora deciso di “spezzare le gambe” ai movimenti libertari, alla coscienza di classe, e allo Stato sociale, seminando panico, terrore e inaugurando – istituzionalizzandolo! – il concetto di “vita precaria”.

Dopo almeno trent’anni di creatività ad alti livelli (e perciò spesso “sovversiva”), ecco che con il sopraggiungere degli Anni Ottanta si ha il decadimento della musica, della letteratura e del cinema.

E anche per quanto riguarda la moda trattasi di un decennio a dir poco strano (!)…

Il romanzo Villa Sunshine  (ora su Amazon per Kindle), che racconta di quel periodo, ha un’ambientazione rigorosamente italiana, e più precisamente nord-italiana: si svolge infatti tra il Lago di Como e Milano, e a raccontare è Hermann Schmidt.

Ermanno, come lo chiamano gli amici, lavora in un istituto di ricerca genetica. Una sera, mentre fa la vivisezione di alcune cavie, viene sopraffatto dalla stanchezza e la mente gli gioca uno strano scherzo: nell’atmosfera tetra del suo laboratorio, egli si ritrova a rievocare il fantasma di Mara, la sua ragazza di una volta, “perduta” a un capriccio giovanile di lei o al carisma indecifrabile di un tale letteralmente piovuto dal cielo e che risponde al nome di Venceslao Pilleschi

All’apoteosi del suo solipsismo, il dottore si augura fortemente di rivedere la sua antica fiamma, che nel frattempo dev’essere una donna matura. Non solo: Hermann auspica persino di rincontrare l’individuo che gliel’ha soffiata… Perché quell’individuo, quel Vence, era anche suo amico, e l’amicizia ha un ruolo fondamentale nella sua vita (così come è fondamentale per tutti i personaggi che conosceremo in seguito).

Quello di Ermanno Schmidt non è solo un nostalgico desiderio, ma vera e propria precognizione. Per quanto lo riguarda, Hermann dà scontato che rivedrà presto entrambi (Mara e Venceslao), che li ritroverà… Semplicemente perché loro gli stanno mandando segnali telepatici, comunicandogli che vogliono farsi ritrovare.

A cavallo delle memorie di Hermann o Ermanno Schmidt, ci vediamo ricapultati a diversi anni prima, e più precisamente alla data dell’incontro della coppia Hermann-Mara con il misterioso Vence(slao) Pilleschi. L’atmosfera è quasi onirica; come nel ricordo di una mente stanca e confusa (quale in effetti è la mente del ricercatore genetico). L’incontro (quasi scontro) si svolge in circostanze surreali, ed è arricchito da elementi e fenomeni improbabili, simboleggianti i segni di una stravolgente svolta (geofisica, più che sociale) della Terra.

”Mi chiamo Venceslao Pilleschi”, si presenta lo sconosciuto – l’alieno – a lui e a Mara. 

Fin da subito, Venceslao/Vence si rivela essere un bambinone, completamente inadatto alla vita degli uomini; o, almeno, alla vita come essa è concepita nel paesino di provincia in cui vive la coppietta, che lo ha “adottato”. Ben presto, il biondo, irrequieto Vence si dice annoiato e decide di trasferirsi a Milano, dove – sorprendentemente – riesce a riscuotere successo in vari campi, imparando ad adattarsi in tanti ruoli; la sua specialità è di cambiare a piacimento maschere e costumi, parimenti a un attore mestierante. Ma anche nella metropoli la vita è dura, e Vence (che tra l’altro è mancino e inadeguato a svolgere la maggior parte dei lavori manuali) si vedrà costretto ad ammettere la debacle personale, per tornare infine al piccolo paese – presso i suoi tutori -, dove poter leccare le proprie ferite in santa pace. E lì, nella sperduta provincia dall’aura vagamente celtica, troverà consolazione nell’abbraccio della benevolente Mara… La ragazza è talmente innamorata di lui da abbandonare l’esterrefatto Hermann e sparire insieme all'”angelo biondo” risanato. Con il suo nuovo compagno, si inoltrerà nei meandri della grande città, mostruoso macchinario costruito apposta per inghiottire tante umane esistenze.

Da questo punto in poi, il romanzo diventa più realistico, più concreto. I contorni non sono più sfumati, e gli elementi architettonici (in Villa Sunshine l’architettura occupa una posizione predominante) sono costituiti da oggetti ben tangibili, da spazi e corpi riconoscibili. Siamo nell’oggi: 1980, 1981. Mara, ormai una donna non più giovanissima, sta di continuo in attesa che qualcuno le riporti indietro il “suo uomo”: Vence. In tutti questi anni, Vence è rimasto infatti – almeno in spirito – il bambinone di una volta, e, irresponsabile com’è, latita: anche perché schiavo delle droghe sintetiche (dunque, continuamente “in ruota”).

Attorno a Villa Sunshine (la casa in cui la coppia Mara-Vence si era illusa di poter fondare un nido d’amore) ruotano diversi personaggi, tutta gente che va verso la quarantina o l’ha già superata: lo sgangherato El Cato (un musicista rock dall’aspetto spagnoleggiante), un disastrato – e disonesto, bisogna aggiungere – uomo politico del Sud Italia, la sorella di Mara (un tempo reginetta di bellezza, oggi divenuta un’insopportabile matrona) e il marito di costei, che ha la passione dell’architettura. Proprio dall’architetto wannabé Mara deve sorbirsi valanghe di consigli sui cambiamenti che si potrebbero effettuare per migliorare esteticamente la villa… Ma lei è distratta, lei è interessata soltanto a un celere – quanto improbabile – ritorno del compagno. Si accorge di invecchiare, sente di star sciupando la propria vita, e a più riprese (a volte con tono lievemente isterico) esorta i frequentatori della sua dimora a riportargli indietro il suo “uomo-bambino”…

Per caso (o destino) sarà invece Hermann Schmidt, l’infelice dottorino di una volta, votatosi intanto al celibato, a “ripescare” Vence dai marciapiedi milanesi e a ricondurlo da Mara. Hermann Schmidt si vedrà pure messo nella situazione di dover indagare seriamente sulla vera provenienza di questo “idiota bello”, in quanto la ragione gli suggerisce che Vence non può essere né un Messo Celeste, né tantomeno un… marziano sperdutosi nel corso di una missione spaziale.

Il romanzo sfuma in un’atmosfera di cupa malinconia, con la scomparsa definitiva di un umano-troppo-umano Vence(slao) Pilleschi e con la sempre più decrepita Villa Sunshine piena di persone (“amici” di Vence, ma anche amici l’un l’altro) che non fanno che vegetare sognando dei bei tempi andati. “Bei” perché vissuti all’insegna di una pseudomilitanza politica o quantomeno ideologica sotto la guida di un Venceslao Pilleschi allora brillante. Il sospetto che si insinua nel lettore, in queste ultime pagine del romanzo, è che Villa Sunshine sia in realtà una casa di riposo per esistenze derelitte, e che Mara sia una sorta di infermiera che deve prendersi cura di loro.

Attraverso immagini metaforiche trasposte senza alcuna retorica, il romanzo vuole essere l’anamorfosi di un’Italia che riesce a mantenere la sua bellezza, la sua unicità, nonostante ogni turpitudine etica e sociale. È anche un romanzo “d’arte”, nel senso che, oltre che di architettura, vi si parla (attraverso le bocche dei vari personaggi) di musica, di pittura, e perfino di misteri archeologici.

VILLA SUNSHINE

Chi è l’uomo – anzi: l’essere – che afferma di chiamarsi Pilleschi Venceslao? Un angelo che ha perduto le ali? Un… extraterrestre? Pilleschi Venceslao non ha nessun documento con sé e il suo nome non risulta da nessuna parte: in nessun atto o documento, in nessun certificato dell’anagrafe. Di sicuro c’è solo questo: qualcosa non quadra assolutamente col candido sconosciuto che, in un fulgido giorno d’estate, è apparso di colpo nella vita di Hermann Schmidt, di cui diventa amico e al quale ruberà il grande amore della vita.

La Skuro Connection ha realizzato un tomo (in formato eBook per Kindle) pieno zeppo di racconti horror e grotteschi a firma franc’O’brain. Lo stesso autore preferisce definire il suo genere “sborror” (TM)…

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E’ il primo faldone, o volume, di racconti “sborror” legati a uno o due blog intestati al celebre autore italiano di horror e SF. Un libro alquanto corposo, pieno di casi raccapriccianti, sanguinosi… ma anche di casi umani, sia pure tutti all’ombra dell’Orrido, dello Spaventevole.

‘Antologia sborror Vol. 1’

Contenuto:La Macchina, Pantagruele 2005, Il sesso dei morti, Pac-Man, Friedhof, Scacchi online  passione d’incubo, Rossana, Dal diario di Jack S, L’angelo degli zombi, Adorabile orco, Eclissi, Piccobello, Diablo Records Inc, Storia di Lui, La Bestia, La morte felice, Sein Kampf, Sonija B., L’epitaffio, Pag. 666.


Sono in programma altre due raccolte “sborror”.

Dal primo volume e in esclusiva per i nostri lettori, ecco il testo integrale di

 

Rossana

I suoi genitori sembrarono contenti di mettermela tra le mani. Stolti! Incoscienti! Non vedevano dunque che era come consegnare la loro figliola a un boia? Lei, Rossana, 19 anni, era troppo innamorata di me per riuscire a ragionare. E la mentalità piccolo-borghese di sua madre e suo padre impediva loro di penetrare con la mente oltre le semplici apparenze.

Fu così che, in una soleggiata domenica di maggio, tornai alla torre avita non più da solo, bensì in compagnia di una ragazza che era più giovane del sottoscritto di almeno un quarto di secolo.

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I particolari della cerimonia nuziale sono svaniti dalla mia memoria; soltanto brandelli di immagini riaffiorano qua e là, confusi, nebulosi, come nel dormiveglia di un fumatore di oppio.

A Rossana la torre piacque. Malridotta di fuori (sembra quasi un rudere, effettivamente), questa ultracentenaria costruzione che sorge ai margini della cittadina e che fin da sempre è stata possedimento della casata Bodoni presenta, al suo interno, un’eleganza austera e raffinata. I mobili, i tappeti, gli arazzi, i tendaggi di finissimo broccato… ogni cosa è rimasta come l’ha lasciata la buonanima di mamma.

«È un sogno», commentò Rossana guardandosi intorno, immediatamente dopo aver lasciato cadere le valige. Poi corse verso le finestre, con l’intento di spalancarle.

«No!» dissi, fermandola in tempo. «No», ripetei più dolcemente, abbracciandola.

Lei si abbandonò contro di me.

Poco dopo fremeva, avvolta dalla seta delle lenzuola. Io, ugualmente nudo, la tenni stretta finché su di me non scese il sonno.

«Ma come mai non hai il telefono? E un televisore?… Non c’è nemmeno lo stereo! Possibile che tu non ascolti mai musica?»

Queste domande mi infastidivano. Dunque è così essere coniugati? Stringere un patto matrimoniale significa alienare la propria vita?

«Io dipingo», dissi, a mo’ di spiegazione.

«Oh.» Ciò sembrò quietarla. «Non me lo avevi detto. In realtà, di te non so quasi niente.» E poi: «Non mi dispiacerebbe dare un’occhiata ai tuoi quadri».

La guidai nello studio. Sembrò stupita di vedervi un’unica tela, fissata sul cavalletto.

«È questa la tua… opera?» chiese incredula. «Una sola? E… che rappresenta?»

«Colori», risposi. «Non lo vedi? A me piace mischiare i colori, sovrapporli l’uno all’altro. Alla fine, raschio via il tutto e ricomincio da capo.»

«Ma… a che scopo?»

Sorrisi indulgente. «L’arte non deve avere uno scopo, mogliettina. Io dipingo per il semplice gusto di farlo.»

Rimase a bocca aperta, ma perlomeno la sua curiosità era esaudita.

Avevamo organizzato le nostre giornate in maniera soddisfacente: io stavo nello studio a dipingere e lei usciva a passeggiare o a fare le compere o quel che voleva. Verso mezzogiorno e sul calar della sera mi spostavo in cucina, dove preparavo da mangiare per entrambi. Amo cucinare. Cucinare è un po’ come la pittura: una mera sovrapposizione di colori. Ho sempre cucinato per me stesso fin da bambino e ora non avevo nulla in contrario a fare doppie porzioni. Toccava a lei sparecchiare e lavare piatti e stoviglie.

Dopo cena andavamo quasi subito a letto. Esteticamente, Rossana era impeccabile. Ammiravo i suoi piccoli seni, le sue gambe tornite, la rotondità dei fianchi.

«Non hai amici? Non vogliamo uscire insieme? E perché non inviti mai i miei?»

«Zitta», troncavo tutte queste sue chiacchiere, attanagliandola. «Non rovinare la magia del momento.» E mi addormentavo incollato a lei.

Con il trascorrere del tempo, le passò la voglia di tempestarmi di domande. In fondo io meritavo rispetto, in quanto aristocratico. “Il barone”, mi appellava la gente comune. Barone Bodoni: è così che mi chiamo. Fu una mossa astuta da parte di mia madre (rimasta vedova giovanissima) quella di assegnarmi come prenome il corrispondente del titolo che porto. Ciò può anche servire ad evitare eventuali dubbi sul mio status di nobile blasonato. Una volta, uscendo da un bar dove avevo bevuto un caffè, sentii uno della plebaglia sussurrare a un altro: «Vedi quello? È un autentico patrizio. Un barone. Di nome e di fatto».

Sono tali episodi a raddolcire la vita di individui del mio rango.

Dopo circa una settimana dal nostro matrimonio, cominciai a capire com’era Rossana. Era stata educata in maniera sbagliata; cosa che non deve meravigliare, considerando il focolare da cui proveniva. Fondamentalmente era una ragazza romantica (altrimenti non si sarebbe innamorata di me, uno dei pochi “principi azzurri” ancora rimasti nel nostro emisfero!), però possedeva l’astuzia della marmaglia contadina. Un giorno, prima di uscire a fare la spesa, mi chiese dei soldi.

«Non posso pagare sempre io», si azzardò a lamentarsi, rivelando uno straordinario senso pratico. «Anche perché non sono proprio soldi miei, ma di mio padre.»

«Quanto ti servirebbe?»

Sparò una cifra, al che io le misi in mano la metà.

«E il resto?»

«I tuoi genitori non sono poveri, no? Inoltre si rallegrano a saperti sposata con me. Sei diventata una baronessa e… noblesse oblige! Ovvero: entrare a far parte della casta gentilizia val bene qualche sacrificio.»

Infilò la porta che dà sulle scale con espressione vacua, camminando lenta.

Soprattutto a letto, Rossana poteva essere audace e cautamente violenta. In un’occasione guidò una mia mano verso il suo spacco umido, ma io la ritrassi di scatto.

«Allora non ti attraggo!» esclamò, rizzandosi a sedere.

Ora, dovete sapere che io non sono del tutto fuori dal mondo. Quando studiavo, avevo sentito i miei commilitoni raccontare di questa o quella ragazza “eccitata come una troia”. Parlavano spesso di obbrobri consimili. Ma… possibile che mia moglie fosse come le altre?

«Certo che mi attiri!» la contraddissi. «Difatti, non faccio che amarti.»

«Amarmi? Tu? Ma come…? Dove…?» E il suo sguardo andò da me al proprio pube nereggiante.

Ridendo, la spinsi lievemente fino a farla tornare in posizione orizzontale. «Sei una sciocchina, sai? Non vedi quanto mi delizi?» E, per dimostrare la veridicità della mia asserzione, la avvinghiai, appoggiando l’orecchio sul suo cuore.

Fu in una di quelle sere che, mentre cenavamo, mi indirizzò questo quesito: «Barone, tu sei felice? Felice per davvero?»

Riposi coltello e forchetta e la fissai. Che cosa significava “per davvero”? Pensai e ripensai e, a forza di farlo, una ruga mi si disegnò sulla fronte. «Certo», le assicurai infine.

Lei prese coraggio e mi guardò dritto negli occhi. Di solito non riusciva a sostenere il mio sguardo… Insisté: «E quindi mi ami».

Di nuovo? Come osava dubitarne?

«Siamo sposati», le rammentai.

Annuì e tornò ad abbassare il capo, riprendendo a desinare. Cosa che feci anch’io. Poco dopo, la sua voce risuonò un’ennesima volta. Stava rischiando di annoiarmi.

«Perché non mi parli mai dei tuoi ricordi? O dei tuoi progetti per il futuro?»

Ricordi? Progetti?

Interrompendo la masticazione, le lanciai un’occhiata più severa del solito. Dopo qualche secondo, sospirai e le risposi, altamente magnanimo: «Ora ho te. Te e la mia arte. Di altro non saprei parlare. Non c’è nient’altro di cui potrei parlare, in effetti».

«Ah», esalò Rossana, con l’incertezza che le tremolava sulle palpebre.

Alzai il mio calice e le proposi un brindisi, e ciò la rimise, almeno parzialmente, a suo agio. Poi proseguimmo la cena senza altre inutili discussioni.

Comprendevo che voleva far di tutto per strappare la mia anima dalla melma della consuetudine meccanica. Mi aveva già proposto dozzine di volte di uscire insieme, di cambiare i mobili e la tappezzeria di alcune camere, di accogliere nella nostra torre talune sue vecchie amiche… Senza rendersi conto che io, Barone Bodoni, ero contento della mia situazione e non avrei mai permesso a nessuno, a nessuno, di mutarla.

Il mattino che seguì la nostra conversazione a tavola, lei si accinse a uscire e, senza che le avessi domandato alcunché, mi informò che sarebbe andata a trovare i suoi.

Mi limitai ad abbassare il mento in segno affermativo.

«Devo dir loro che mandi i tuoi saluti?»

«Naturale», dissi.

«Ah, va… va bene.»

Non so di che cosa parlasse Rossana con sua madre e suo padre; di appurato c’è solo che, dopo ciascuna di quelle visite, mi sembrava di malumore. Parlavano di me? A letto tremava, le labbra livide per i baci che le mancavano. E non solo i baci, ma anche altro. Probabilmente, desiderava proprio quelle cose orripilanti, irripetibili, di cui avevo sentito parlare a scuola. La mia stretta amorosa non le bastava. Ma che voleva? D’altronde non le avevo chiesto io di sposarmi. Avevano combinato tutto lei e i suoi vecchi…

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Mi aveva adocchiato al mercato. Mi pare di rivedere me stesso con i suoi occhi, con gli occhi di Rossana: un nobile signore, elegante anche nel portamento, non troppo attempato, palesemente facoltoso. Mi aveva rivolto la parola, scambiando di certo i miei silenzi per un segno di superiorità sociale.

Ho già accennato all’astuzia di cui è dotata la feccia, la gentaglia che affolla la Terra. Quello di Rossana nei miei confronti non fu (o non solo) un interessamento per amore. Alla ragazza sognatrice si era quasi subito sovrapposta una personalità furba e machiavellica, ahinoi resa volgare dai modi grezzi che ne tradivano le umili origini. In breve, la cara fanciulla aveva fatto due più due, calcolando che il mio patrimonio, sommato agli averi dei genitori (i quali gestivano una piccola ma proficua merceria), avrebbe garantito a lei e alla possibile prole un futuro tranquillo. Per fortuna io non sono uno sprovveduto. Bambina, vuoi il Principe Azzurro? Ebbene, eccoti servita! Ma non pretendere di più.

Credo che negli ultimi tempi Rossana odiasse profondamente la torre. Le persistenti correnti d’aria le procuravano mal di testa, la uccidevano. Quando mi pregò di “far chiudere le fessure”, la sfidai a cercarle.

«Non c’è nessuna fessura, nessun buco», ribattei alle sue rimostranze. «Queste correnti d’aria provengono dai muri, anche se, come puoi vedere, sono compattissimi. La torre è sempre stata così, piena di spifferi. I muri respirano e quest’arietta è l’inevitabile effetto. Ti ci abituerai.»

«E le finestre?» insisté lei, sull’orlo di una crisi. «Perché non possiamo aprirle?»

«Ma non ti sei appena lagnata delle correnti?»

«Sì, no, cioè… Preferirei avere un po’ più di luce, almeno di giorno.»

«La luce serve solo a rovinarci gli occhi», proclamai, citando una delle frasi predilette da mia madre. Sorrisi, gettando alla signorile dimora uno sguardo circolare. Era stata la genitrice a insegnarmi e a farmi apprezzare l’espediente delle imposte. Tenendole chiuse, o comunque socchiuse, si possono simulare l’inverno e ilcrepuscolo permanenti. Noi Bodoni siamo fatti così: amiamo l’atmosfera violacea delle cripte, dove si palesa la fosforescenza della putredine e l’effluvio dei temporali.

Voi direte che sono pazzo. Non so se lo sono, ma ho certamente ereditato alcune tare familiari. Ecco, guardate lì: quelli sono i ritratti dei miei avi. Signorotti viziosi, arricchitisi alle spalle del popolino. Una stirpe di omini e donnette con la sifilide congenita. Una schiatta che non meriterebbe di riprodursi; neppure tramite matrimonio morganatico.

Fatto sta che, quando Rossana prese a consumarsi sotto i miei occhi, sentii di volerle persino più bene.

Alle emicranie si era aggiunta una stanchezza pesante che la costringeva a restare nell’alcova per gran parte del tempo. Non si alzava più neanche per mangiare. Era il grembo in fiore, ma trascurato, ignorato, a ucciderla di avvilimento. Io, quando non dipingevo, mi ci sdraiavo accanto e la cingevo con le braccia. Dimagriva a vista d’occhio; realizzai che di lì a poco sarebbe arrivata la fine.

Quando fu il momento, un sentimento per cui non trovo un nome appropriato si impossessò del mio spirito, anzi, del mio fisico. Un senso assolutamente inedito, un’entità nuova che mi rinvigorì i nervi e che oserei definire di natura ultraumana anziché animalesca.

Le sollevai la sottana e la penetrai. Mi sentivo come un puledro che poteva infine scatenarsi in una cavalcata liberatoria, un’azione di cui si gioisce ma in maniera guardinga e sospettosa, mentre ci si chiede: “Ma questo sono proprio io? Tutto ciò… sta accadendo veramente?”

Sì, stava accadendo, ed era splendido; anche se Rossana, malata e dolorante com’era, non poteva apprezzarlo in pieno. In effetti, gemette solo un paio di volte, e per l’intera durata dell’atto rimase immobile e con gli occhi chiusi. Alcune lacrime le bagnarono le ciglia e le pallidissime gote.

Mentre raggiungevo l’orgasmo, mi parve che sorridesse. Una luce le irradiò le fattezze del volto e io, stremato ma soddisfatto, mi resi conto che voleva comunicarmi qualcosa, che stava trasmettendomi un messaggio dal luogo in cui adesso si trovava con metà del corpo e con quasi tutta l’anima: il regno delle ombre.

Mosse la lingua, ma era troppo fiacca per emettere suoni di senso compiuto, perciò il messaggio rimase avviluppato nei vapori dello Stige.

Quando ebbi recuperato fiato, rialzai la testa dal cuscino e le toccai la fronte: aveva l’algidità del ghiaccio. Ma non era spirata. Non ancora. Rimase in stato agonizzante per una ventina di giorni, e io ogni tanto mi appressavo al letto per inumidirle la pelle cerulea con una spugna imbevuta d’acqua e aceto. Le pupille erano smorte, velate e scialbe. Nel frattempo, il ventre andava gonfiandosi.

Quando andai a chiamare il medico, il cadavere di Rossana era rigido come una pietra. Accorsero anche i suoi genitori, che piansero lacrime amare e non vollero credere a quanto stava dicendo il luminare, e cioè che nelle spoglie inanimate della loro figliola pulsava una nuova vita.

«Un frutto maturo, direi», ci avvisò auscultando il grembo di Rossana. «Ed è ora. Devo far presto, presto…» E si adoperò, con gesti frettolosi ma esperti, affinché il frutto venisse estirpato dall’albero senza linfa.

Il padre mi si avvicinò tutto trepidante e mi sussurrò: «Povera mia figlia innocente! Non sapeva ancora niente delle cose dell’amore. Pensa che è venuta a raccontarci che tu a letto non… insomma, che la rifiutavi. Ma non vedeva…? Non si accorgeva, quando tu…?»

La piccina fu tratta al mondo. Un caso di nascita post mortem. Mentre emetteva il primo vagito, io gettai una rapida occhiata al cadavere. Ripeto che so di essere, con tutta probabilità, pazzo. La verità è che vidi qualcosa che nessun altro notò, ovvero come la morta sollevasse le palpebre. Vidi lo sguardo della mia defunta moglie accendersi fino all’inverosimile. Parve che dalle pupille sprigionassero raggi luminosi, di uno splendore non riflesso bensì di luce propria. Infine, lo spettro richiuse gli occhi. Definitivamente.

Mi accorsi che il padre di Rossana mi stava scuotendo. Voleva di nuovo dirmi qualcosa.

«Eravate sposati da dieci mesi ed ecco che ora… ora!…» aggiunse con un singhiozzo «… arriva questa creatura. E dunque avete proprio consumato, come si suol dire. Strano però che lei si lamentasse con noi che…» Scosse il testone ingrigito e il suo sguardo angosciato schizzò verso la puerpera senza vita, per poi tornare su di me. «Tu non preoccuparti», concluse pieno di strazio. «Ti aiuteremo noi a far crescere la pargoletta come si deve.» E si chinò sullo squillante fagottino che il dottore, dopo la recisione del cordone ombelicale, aveva posato sopra ai cuscini che stavano ammassati su un’antiquata cassapanca.

Rimangono assai confusi i miei ricordi del battesimo. Nessuno sembrava aver pensato a come chiamare questo prodigio di bimba e io, poco prima che il prete la immergesse nell’acqua santa, decisi stante pede: «Rossana».

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La piccola Rossana cresceva molto in fretta. Potei liberarmi dei suoi nonni solo quando lei aveva due anni. «Ora posso farcela da solo», tagliai corto mentre loro, sgomenti, protestavano.

A cinque anni Rossana ne dimostrava dieci, a dieci era già una donna. Godeva dei miei abbracci. E io godevo di lei. Era un fiore muschiato e vulcanico. Ogni volta che giacevamo stretti l’uno all’altra, mi pervadeva il medesimo senso di usurpazione che mi aveva fatto gioire nel possedere il corpo di sua madre morente.

Adesso sapevo che cos’è la felicità. Uscivo dalla torre solo per procacciare cibarie per me e per Rossana. Al mercato serpeggiavo tra le bancarelle con atteggiamento felice, ben sapendo quali gioie mi attendevano al rientro. Finalmente, la mia oscurità volgeva in magnificenza.

Sono venuti a prendermi ieri per rinchiudermi in questo posto. Dicono che non sono normale. Può darsi. Intuisco che sono furibondi perchého voluto tenere la mia bambina lontana dalle loro grinfie. Quando hanno buttato giù la porta, sulle prime sono rimasti interdetti nel non trovare nessuna fanciulletta, bensì una femmina fatta. Lei, vestita con una vestaglia trasparente, stava davanti alla tela sul treppiede e dipingeva. Un bel guazzabuglio di colori: il nostro capolavoro a quattro mani. Mi buttano addosso accuse assurde: “sequestro di persona”, “pedofilia”, “inadempienza dell’obbligo scolastico”, ecc. Intanto cercano di capacitarsi. Stanno sottoponendo Rossana a numerosi controlli, parlano di “portento anatomico” e stamani i giornali hanno scritto un mucchio di sgradevoli idiozie.

Ma del resto, cos’altro ci si può attendere dal volgo?