I Canachi, di Peter Patti.

Romanzo. Cover flessibile, 240 pagg., 11 €

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Storia d’amore e satira sociale a un tempo. Poesia della disperazione. Il cantico (macchiato di sugo) degli italiani all’estero.

Fuga di cervelli??? Beh, questione di punti di vista…

***

Estratto

***

(…) La donna.  Per una vaga analogia, gli ritorna in mente la prima di tutte le donne: la madre.

È vero che pensiamo a nostra madre nei momenti più strani. Mentre siamo a pranzo con i colleghi, l’occhio ci cade sul coperto della tavola e ci rinviene la tovaglia a fiori o a scacchi che ospitò le briciole dei nostri pasti dell’età scolastica e i cui colori assorbivano la luce finché, lo sguardo perduto, non avremmo saputo dire se fosse mattino o sera e se nostra madre cantasse per orgoglio di noi oppure per tenersi compagnia mentre lavava i piatti rammendava spolverava.

Noi non abbiamo mai capito nostra madre: ricambiamo con indolenza il suo affetto. Noi non arriveremo a capire mai la nostra compagna: copuliamo e… ridiamo. Oppure ci incazziamo per i suoi sbalzi di umore… per la sua pateofobia… le sue lune!

Ci ripetiamo che questi capricci non derivano altro che dalla quantità di estrogeni presenti nel suo sangue durante le varie fasi del ciclo. Ma se è così, da dove proviene il lunatismo di noi maschi? Quali maree, quali pianeti influiscono su di noi, convertendoci in orsi, in lupi mannari?

“Britte, Bri’, Gitte. E dovrei rinunciare a te per il miraggio di un Wolpertinger?“.

A questo punto, la vista schiarita e interamente compreso di sé, balza all’impiedi e si incammina con cieca sicurezza. Attraversa uno schieramento di faggi e, come se lo avesse saputo da sempre, ecco laggiù la sua macchinetta con i tipici fanali sporgenti. Avvia il motore e, con tutta la calma di questo mondo, ritorna alla rete di strade cui – ora lo sa – appartiene indissolubilmente.

 

 

VI

 

 

Come abbiamo visto, di pomeriggio era d’obbligo trascorrere almeno una mezz’oretta al Dolomiti.  Roland, i capelli radi e gli occhi tirati all’ingiù, di solito era impenetrabile e poco incline a sbilanciarsi; ma, quando il suo localino non era affollato, si sedeva al fianco di Marco e colloquiava completamente rilassato. A forza di frequentare italiani, il gelatiere tedesco aveva finito col padroneggiare la lingua tosca.

“Mezz’oretta” significa il tempo di bere una spremuta d’arance e scambiare qualche chiacchiera sul caldo, sull’andazzo delle cose nell’universo della ristorazione, sugli avvenimenti sportivi, sulla Crisi del Golfo.

«Roland, credi che scoppierà la guerra?».

«Che ne so, Marco. Scoppierà, non scoppierà… Noi siamo lontani, non può succederci niente.»

La guerra non ci tange, quindi possiamo comportarci da persone di mondo, sorseggiare la nostra bevanda e ostentare l’impassibilità degli esseri superiori. Ma se non altro dovremmo ammettere di aver avuto fortuna: il potersi rivestire di civismo, di maniere squisite, è, infatti, il più esorbitante dei lussi.

«Scoppierà, non scoppierà… Che ne so?».

Oltre ad arrecare morte e distruzione, le guerre segnano la nascita di individui costretti a compiere un passo a ritroso: dal Neolitico al Paleolitico, per così dire. Molti dei sopravvissuti non sono che cadaveri nuotanti in un mare di cadaveri. Tanti altri – i padri, i fratelli, i figli – sono stati deportati o eliminati da un cecchino, caduti sul campo o precipitati in un cratere. Loro, i sopravvissuti, vagolano come morti viventi. A casa le loro donne li piangono come vedove mentre sono costrette a concedersi ai militi delle truppe vittoriose. Le stagioni penseranno a fugare il ricordo, e un giorno degli zombie resterà solo il nome – ma neppure questo è certo. Dispersi per valli e monti nelle “zone franche”, oltre quelle che furono le trincee nemiche, nelle terre di nessuno, questi solitari si pascono di erba. Passaporto e uniforme sono ininfluenti, il loro nome è stato radiato dagli atti notarili.

Svuotati da ogni desiderio, si smarriscono in città sconosciute, dove un idioma straniero gli si infilza nella gola. Rimangono sordi al richiamo dei tamburi e nessuno gli offre un bicchiere di acqua quando hanno sete; figurarsi una spremuta d’arance!

Ma con Roland non si poteva parlare di queste cose. («Noi siamo al sicuro, qui. La tragedia non ci sfiora.») Da beneducati cittadini dell’Europa moderna, si intavolavano altri argomenti, argomenti che vertevano sostanzialmente sulla cerchia dei conoscenti: personaggi comuni, con una testa, due braccia e due gambe all’incirca come me e te. Al Dolomiti  si poteva parlare – e lo si faceva spesso, difatti – di locali.

Ogni volta che Marco passava in rassegna insieme a Roland la situazione dei locali della zona, la struttura del microcosmo in cui viveva gli appariva secondo la visuale dell’economista. Gli sembrava di scorgerli, questi proprietari di discoteche, birrerie e ristoranti, mentre a sera, nei periodi di baisse,  facevano la ronda sulle loro supercilindrate spiando i parcheggi dei concorrenti per vedere chi incassava di più, se si incassava, e capire come mai da una parte c’era il pieno di gente mentre dall’altra regnava il vuoto sbadigliante. Incontrandosi ai crocchi, fingevano di non vedersi, oppure si scambiavano un breve saluto attraverso il parabrezza. O, ancora più ipocritamente, frenavano, scendevano e si venivano incontro con un «Oh che combinazione!» e «Carissimo! Passavo di qua per caso», sorriso marca Actors’ Studio e mano tesa in avanti.

Anche Geppo e Giovanni, a turno, andavano in ricognizione. La storia di Traumfurt era, per certi versi, la storia dei locali di Traumfurt: un gioco laborioso di alleanze e di simpatia-antipatia. Su questo tema i due compari la sapevano lunga, almeno quanto Roland, e potevano narrare con copiosità di dettagli e accurati richiami cronologici.

Il Dolomiti  era un punto di ritrovo fermo. In mezzo a tutti, smilzo e con i baffetti appuntiti, Roland cuciva conversazioni, redimeva peccatori, smorzava liti, informava sul valore giornaliero del marco, illustrava probabili investimenti redditizi; spesso più a suoni gutturali che a parole compiute, e senza l’obbligo di facili tueggiamenti. Inoltre scambiava soldi, produceva caffè semplici o corretti, infilava una cannuccia, offriva una sigaretta… Era un palo di sostegno e stava costantemente all’erta per scoprire ciò che avrebbe potuto sostenere ancora. Riempiendo coni e coppette, puntellava con il pensiero muri fatiscenti. Al di sopra del tetto si allargava un cielo tipicamente teutonico, wagneriano addirittura; pronto a crollare da un momento all’altro. Ma adesso era parzialmente nuvolo: lo strato di bambagia ne avrebbe attutito la caduta.

Anche quel pomeriggio sciamarono nella gelateria le solite scolarette, subito attorniate dagli italici soggetti. Fumando e bevendo, le ninfe a scartamento ridotto (Gundi, Julia, Luzi…) si misero a chiacchierare di pillole e preservativi: un tema che era evidentemente ormai di dominio pubblico. Marco si chiese se avessero mai sentito parlare del metodo di Ogino-Knaus (che, nella bocca di Giovanni, diventava meravigliosamente “metodo di Vagina-Grass”). La “sua” Nicole era in mezzo alle altre, ma – prese nota lui, non senza soddisfazione – non era tra la più impertinenti.

Fece il suo ingresso Geppo, perpetua attrazione di Traumfurt e dintorni. Aveva parcheggiato davanti al Dolomiti  la sua Mercedes 200D che ormai cadeva a pezzi. A mò di saluto, tuonò di avere una gran fame. Buffo tipo di ristoratore! «La fine del porco è l’inizio del prosciutto», citò da Anonimo, prima di addentare un panino imbottito, una delle specialità del Dolomiti.

Poco dopo arrivò anche Giovanni, esile e distinto, sempre carico di vis comica e con un’ombra di camera da letto che gli segnava il volto smagrito. Trovato posto, lo chef de cassius  svuotò sul tavolo il contenuto di una borsettina di cuoio. Una pioggia di monete si riversò tra i posacenere, i pacchetti di sigarette, le bibite e i mazzi di chiavi. Marco ignorava che Giovanni si interessasse di numismatica, e quello gli spiegò che era una passione che aveva scoperto di recente. Per lui il valore reale dei reperti era irrilevante; ad affascinarlo erano le monete esotiche: più esotiche erano e più se le teneva care. Disse di averne già chieste al trasportatore di mattoni turco Alì Fuat, alla scostante camerierina dello Shangri-La,  allo slovacco insonnolito che faceva il portapiatti all’Alexis Zorbas  e a Dimitri, cuoco dell’Alexis Zorbas  che assomigliava al pupazzo semprimpiedi con cui si giocava da bambini. Con tutti gli stranieri che c’erano in giro, non ci voleva nulla a procurarsi esemplari insoliti! Il clou  della sua collezione era costituito da certe monetine giapponesi talmente leggere che, a lanciarle in aria in un giorno ventoso, si rischiava di non ritrovarle più.

Un piccolo pubblico si raccolse intorno al tavolo, ma Giovanni-Giacchettov non concesse a nessuno il tempo di lustrarsi gli occhi ai vari ducati e talenti, ai pezzi di rame e ai pezzi d’argento, alle patacche con sopra un’aquila o il profilo di un tiranno re: tornato a radunare il gregge di spiccioli, lo spinse dentro il sacchetto di cuoio. Poi si diede a girellare per la gelateria, domandando ai connazionali se fossero in possesso di un esemplare delle storiche cinquecento lire. Infine rimase a scherzare con le mocciose. Alle sue spalle, Roland gli promise di fargli recapitare una preziosa rarità: il cinque marchi d’argento degli anni Cinquanta – un semi-doblone. «Wow!», fece il vivace “caprino“, «vielen Dank.»  Ma già stava scambiando battute con le pubescenti tutte deodorante e risarelle, dimentico dell’altro suo passatempo.

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#eBook

‘I Canachi – Un romanzo storico’

Un romanzo sull’emigrazione italiana in Germania.

Su #eBook Kindle e in versione cartacea (copertina flessibile, 10 euro).

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Fiaba di fantascienza

3 gennaio 2018

… anche su cartaceo!

 

 

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Copertina flessibile, 143 pagg.

7 euro

 

 

Città dell’Alfabeto, cupa fiaba fantascientifica dell’autore de I Canachi, di Giona, dei thriller sulla reporter di colore Miriam, è di nuovo disponibile come volume stampato (new edition).

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#PeterPatti #fantascienza #romanzo

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All’inizio degli anni Novanta, Città dell’Alfabeto fu un racconto lungo pubblicato esclusivamente online. Venne dato alle stampe da un paio di editori indipendenti, divenne eBook e, col tempo, si arricchì di nuovi particolari, si ampliò, trovò nuovi estimatori… Oggi, nella sua versione definitiva, si presenta come il contenitore di una visione romanzata – tutt’altro che ottimista – sull’umanità e sul destino del nostro pianeta.

 

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Breve descrizione:

Alvo, il protagonista, è il cronista di una lotta per la sopravvivenza nella metropoli mondiale dove ha sempre vissuto e da dove non sembra esserci via di scampo. Quel luogo caotico è conosciuto come “Città dell’Alfabeto”; più esattamente: Alphabet City.

 

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Immagini tratte rispettivamente da: Akira, District 9 e I figli degli uomini.

 

 

 

 

 

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È la storia di Giona, il classico amico di gioventù “sfigato” che, attraverso i versi, cerca di sopravvivere nella bolgia periferica di una città del Mezzogiorno.

Finché un giorno, insieme a “Scarabocchio” (un cane randagio che viene accolto nella sua confusionaria  famiglia), il giovane non si metterà finalmente in viaggio: verso il Nord, verso un’agognata indipendenza economica e… un sognato amore.

Gli riuscirà infine di riscattarsi, realizzarsi?

 

 

Giona, di Peter Patti.

Sottotitolo: “Un romanzo della Prima Repubblica”.

Amazon Kindle, EUR 2,50

Settembre. Settemb. Sett. S.

23 settembre 2017

I dolori di Cyberius

franc’O’brain

romanzo

 

( )

 

 

 

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#horror #fanstascienza #sf #musica

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Peter Patti – i siti

27 aprile 2017

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I dolori di Cyberius

17 dicembre 2016

C’era una volta un ragazzo appassionato di computer, in un’era in cui il PC non ce l’aveva nessuno. Lui e i suoi accoliti venivano considerati mezzo folli

 

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21 ottobre 2016

= = = Là dietro… nelle città dalle quali provenivo… imperava la crisi. ‘Krise’! ‘Crisis’!… Un vocabolo terribile, in qualsiasi lingua lo si pronunci. Uomini e donne lottavano per riuscire a tirare avanti, per campare, per non crepare di morte sociale… e non sapevano quale fortuna in fondo avevano! Io, emigrando, mi ero ammalato. Era questa la verità. Mentre i miei connazionali cercavano di non affondare nella melma della palude nostrana, Marco alias Marcus, nella sua nuova patria, aveva ottenuto un lavoro pulito e ben retribuito e si era dato agli svaghi. Ignorando che un germe letale era attecchito in lui.
Era così. La mia battaglia finale – ‘Via Diaboli’ – era ugualmente vera, concreta, ma di gran lunga più dura, più definitiva di quella loro; in quanto sfociava nella metafisica. = = =

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https://www.amazon.it/Via-Diaboli-francObrain-ebook/dp/B01JBFLHOW

>>Svoltai l’angolo mentre dal minareto più vicino risuonava l’ha’hallah che salutava il nuovo giorno.
Era un mattino di caldo inesorabile, nonostante l’estate fosse già trascorsa. Sul bordo inferiore del cielo giallastro
ardeva un sole strano, che sembrava essere formato da due dischi sovrapposti. Già molti, tossendo e sputando, si lamentavano per la sete; e intanto si affrettavano verso Times Square o il Village, dove, con un pizzico di fortuna,
avrebbero ricevuto la loro razione di acqua.
Nella mia borraccia ce n’era ancora un po’, conservata dal giorno precedente: decisi di farmela bastare, per evitare il tremendo parapiglia davanti alle botti…<<

 

‘Città dell’Alfabeto’ gratis sul web…

http://www.musicaos.it/testi/peterpatti/alphabetcity_peterpatti.pdf

 

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#fantascienza

Un ritratto tra l’ironico e l’amaro degli Anni Ottanta

 

E’ un romanzo al di fuori dei generi e/o delle parodie dei generi. In ‘Villa Sunshine’ c’è tutto: l’alieno o il presunto tale che forse è in realtà “solo” un angelo caduto dal cielo; la musica progressiva e il pop più becero; un romantico medicus, un architetto visionario, un politichetto accusato di corruzione, una donna che aspetta invano il ritorno di colui che mai fu il suo legittimo sposo; le droghe… E la casa. Questa casa pomposamente ribattezzata “villa” che è l’allegoria stessa del decennio in cui è ambientata la vicenda: gli assurdi, maledetti e teneramente futuristici Anni Ottanta, quando i reality show non erano ancora stati inventati, i telefonini e i computer non erano ancora merce di massa e la ricerca genetica era limitata a rozzi esperimenti su cavie da laboratorio.

”The future is unwritten” sosteneva Joe Strummer: “Il futuro non è stato ancora scritto”… Eppure gli Anni Ottanta – il decennio di Ronald Reagan – sono stati una sorta di pietra angolare per quello che è il nostro presente. E’ come se qualcuno, o un gruppo di persone, avesse allora deciso di “spezzare le gambe” ai movimenti libertari, alla coscienza di classe, e allo Stato sociale, seminando panico, terrore e inaugurando – istituzionalizzandolo! – il concetto di “vita precaria”.

Dopo almeno trent’anni di creatività ad alti livelli (e perciò spesso “sovversiva”), ecco che con il sopraggiungere degli Anni Ottanta si ha il decadimento della musica, della letteratura e del cinema.

E anche per quanto riguarda la moda trattasi di un decennio a dir poco strano (!)…

Il romanzo Villa Sunshine  (ora su Amazon per Kindle), che racconta di quel periodo, ha un’ambientazione rigorosamente italiana, e più precisamente nord-italiana: si svolge infatti tra il Lago di Como e Milano, e a raccontare è Hermann Schmidt.

Ermanno, come lo chiamano gli amici, lavora in un istituto di ricerca genetica. Una sera, mentre fa la vivisezione di alcune cavie, viene sopraffatto dalla stanchezza e la mente gli gioca uno strano scherzo: nell’atmosfera tetra del suo laboratorio, egli si ritrova a rievocare il fantasma di Mara, la sua ragazza di una volta, “perduta” a un capriccio giovanile di lei o al carisma indecifrabile di un tale letteralmente piovuto dal cielo e che risponde al nome di Venceslao Pilleschi

All’apoteosi del suo solipsismo, il dottore si augura fortemente di rivedere la sua antica fiamma, che nel frattempo dev’essere una donna matura. Non solo: Hermann auspica persino di rincontrare l’individuo che gliel’ha soffiata… Perché quell’individuo, quel Vence, era anche suo amico, e l’amicizia ha un ruolo fondamentale nella sua vita (così come è fondamentale per tutti i personaggi che conosceremo in seguito).

Quello di Ermanno Schmidt non è solo un nostalgico desiderio, ma vera e propria precognizione. Per quanto lo riguarda, Hermann dà scontato che rivedrà presto entrambi (Mara e Venceslao), che li ritroverà… Semplicemente perché loro gli stanno mandando segnali telepatici, comunicandogli che vogliono farsi ritrovare.

A cavallo delle memorie di Hermann o Ermanno Schmidt, ci vediamo ricapultati a diversi anni prima, e più precisamente alla data dell’incontro della coppia Hermann-Mara con il misterioso Vence(slao) Pilleschi. L’atmosfera è quasi onirica; come nel ricordo di una mente stanca e confusa (quale in effetti è la mente del ricercatore genetico). L’incontro (quasi scontro) si svolge in circostanze surreali, ed è arricchito da elementi e fenomeni improbabili, simboleggianti i segni di una stravolgente svolta (geofisica, più che sociale) della Terra.

”Mi chiamo Venceslao Pilleschi”, si presenta lo sconosciuto – l’alieno – a lui e a Mara. 

Fin da subito, Venceslao/Vence si rivela essere un bambinone, completamente inadatto alla vita degli uomini; o, almeno, alla vita come essa è concepita nel paesino di provincia in cui vive la coppietta, che lo ha “adottato”. Ben presto, il biondo, irrequieto Vence si dice annoiato e decide di trasferirsi a Milano, dove – sorprendentemente – riesce a riscuotere successo in vari campi, imparando ad adattarsi in tanti ruoli; la sua specialità è di cambiare a piacimento maschere e costumi, parimenti a un attore mestierante. Ma anche nella metropoli la vita è dura, e Vence (che tra l’altro è mancino e inadeguato a svolgere la maggior parte dei lavori manuali) si vedrà costretto ad ammettere la debacle personale, per tornare infine al piccolo paese – presso i suoi tutori -, dove poter leccare le proprie ferite in santa pace. E lì, nella sperduta provincia dall’aura vagamente celtica, troverà consolazione nell’abbraccio della benevolente Mara… La ragazza è talmente innamorata di lui da abbandonare l’esterrefatto Hermann e sparire insieme all'”angelo biondo” risanato. Con il suo nuovo compagno, si inoltrerà nei meandri della grande città, mostruoso macchinario costruito apposta per inghiottire tante umane esistenze.

Da questo punto in poi, il romanzo diventa più realistico, più concreto. I contorni non sono più sfumati, e gli elementi architettonici (in Villa Sunshine l’architettura occupa una posizione predominante) sono costituiti da oggetti ben tangibili, da spazi e corpi riconoscibili. Siamo nell’oggi: 1980, 1981. Mara, ormai una donna non più giovanissima, sta di continuo in attesa che qualcuno le riporti indietro il “suo uomo”: Vence. In tutti questi anni, Vence è rimasto infatti – almeno in spirito – il bambinone di una volta, e, irresponsabile com’è, latita: anche perché schiavo delle droghe sintetiche (dunque, continuamente “in ruota”).

Attorno a Villa Sunshine (la casa in cui la coppia Mara-Vence si era illusa di poter fondare un nido d’amore) ruotano diversi personaggi, tutta gente che va verso la quarantina o l’ha già superata: lo sgangherato El Cato (un musicista rock dall’aspetto spagnoleggiante), un disastrato – e disonesto, bisogna aggiungere – uomo politico del Sud Italia, la sorella di Mara (un tempo reginetta di bellezza, oggi divenuta un’insopportabile matrona) e il marito di costei, che ha la passione dell’architettura. Proprio dall’architetto wannabé Mara deve sorbirsi valanghe di consigli sui cambiamenti che si potrebbero effettuare per migliorare esteticamente la villa… Ma lei è distratta, lei è interessata soltanto a un celere – quanto improbabile – ritorno del compagno. Si accorge di invecchiare, sente di star sciupando la propria vita, e a più riprese (a volte con tono lievemente isterico) esorta i frequentatori della sua dimora a riportargli indietro il suo “uomo-bambino”…

Per caso (o destino) sarà invece Hermann Schmidt, l’infelice dottorino di una volta, votatosi intanto al celibato, a “ripescare” Vence dai marciapiedi milanesi e a ricondurlo da Mara. Hermann Schmidt si vedrà pure messo nella situazione di dover indagare seriamente sulla vera provenienza di questo “idiota bello”, in quanto la ragione gli suggerisce che Vence non può essere né un Messo Celeste, né tantomeno un… marziano sperdutosi nel corso di una missione spaziale.

Il romanzo sfuma in un’atmosfera di cupa malinconia, con la scomparsa definitiva di un umano-troppo-umano Vence(slao) Pilleschi e con la sempre più decrepita Villa Sunshine piena di persone (“amici” di Vence, ma anche amici l’un l’altro) che non fanno che vegetare sognando dei bei tempi andati. “Bei” perché vissuti all’insegna di una pseudomilitanza politica o quantomeno ideologica sotto la guida di un Venceslao Pilleschi allora brillante. Il sospetto che si insinua nel lettore, in queste ultime pagine del romanzo, è che Villa Sunshine sia in realtà una casa di riposo per esistenze derelitte, e che Mara sia una sorta di infermiera che deve prendersi cura di loro.

Attraverso immagini metaforiche trasposte senza alcuna retorica, il romanzo vuole essere l’anamorfosi di un’Italia che riesce a mantenere la sua bellezza, la sua unicità, nonostante ogni turpitudine etica e sociale. È anche un romanzo “d’arte”, nel senso che, oltre che di architettura, vi si parla (attraverso le bocche dei vari personaggi) di musica, di pittura, e perfino di misteri archeologici.

VILLA SUNSHINE

Chi è l’uomo – anzi: l’essere – che afferma di chiamarsi Pilleschi Venceslao? Un angelo che ha perduto le ali? Un… extraterrestre? Pilleschi Venceslao non ha nessun documento con sé e il suo nome non risulta da nessuna parte: in nessun atto o documento, in nessun certificato dell’anagrafe. Di sicuro c’è solo questo: qualcosa non quadra assolutamente col candido sconosciuto che, in un fulgido giorno d’estate, è apparso di colpo nella vita di Hermann Schmidt, di cui diventa amico e al quale ruberà il grande amore della vita.

[Articolo aggiornato il 14 luglio 2012]

Era iniziato ottimamente quel progetto chiamato ‘Letteratura’ e che aveva il link http://www.facebook.com/group.php?gid=29209607140 .

Gli iscritti, lì su Facebook, cominciavano a moltiplicarsi. Poi, qualcuno, qualcosa… lo ha fatto bannare!

Come è potuto avvenire?

Un mio peccato d’ingenuità, evidentemente: avevo dato fiducia, nominandoli “amministratori”, ad alcuni individui forse maggiormente interessati a gestire i loro miseri affari piuttosto che a divertirsi propagando cultura e… Kultura. Ormai da Facebook ho cancellato anche il mio account personale (quello in italiano, almeno), perché amareggiato.

Ciao e… guardatevi bene dai cattivi amici!

falce e mouse, ovvero…

17 maggio 2011

Il romanzo ‘Transits’ gratis online
(file .pdf, a cura delle Edizioni Scudo)

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Chiunque si è trovato a lavorare per una grande azienda, e per di più se multinazionale, prima o poi ha finito per chiedersi quali sono gli scopi reali del lavoro che questa gli chiede di fare, e soprattutto se uno scopo c’è per davvero. Ma il protagonista di questa vicenda finirà per scoprire che la realtà è ancor più complessa di quanto potesse immaginare e che la sua azienda persegue oscuri fini che datano quasi ancor prima della sua stessa creazione. Nonostante tutto lasci presupporre che ogni curiosità sarà pagata a caro prezzo, la ricerca della verità vale ogni possibile salvezza.

 

Transits ,   di   Peter Patti

Copertina di Luca Oleastri, 74 pagine A4, 5 illustrazioni a colori di Giorgio Sangiorgi

 – EBOOK GRATUITO
 

 

 

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Tropico del Cancro



                              Tropico del Capricorno


    Il tempo degli assassini  




Giorni tranquilli a Clichy

   Una website dedicata a Miller: “La vita ha sempre l’ultima parola” 


 
 

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Le Edizioni Scudo sono protagoniste di un’operazione culturale assolutamente importante in un periodo in cui ogni cosa viene commercializzata e persino la parola venduta a peso d’oro: mettono a disposizione testi gratuiti (sotto forma di eBooks) e li abbelliscono con tanto di “copertina” e illustrazioni di grandi qualità.
Nel mese di settembre sono usciti ben tre romanzi, nella collana “Long Stories”:

Le serate del Blue Buzzard di Pierre Jean Brouillaud [free download]

Le Magnifiche di Giorgio Sangiorgi [free download]

Transits di Peter Patti [free download]

Oggi prendiamo di mira Le Magnifiche, il romanzo di Sangiorgi con illustrazioni dello stesso autore e copertina di Luca Oleastri.

sangiorgi-le-magnifiche Si nota subito, fin dalle prime righe, che Sangiorgi è un narratore eccezionale, in possesso di cultura assai vasta e oltretutto di quel senso dell'”equilibrio della parola” che oggi sembra vieppiù andare smarrirsi in un selvaggio e incontrollato gesto logorreico. Le Magnifiche non è ovviamente la sua prima prova scribatoria (anche se Sangiorgi è noto principalmente come illustratore e fumettista); non a caso, risalta immediatamente l’abilità dello scriba di mestiere: già solo l’incipit è intrigante (“Il giorno che cambiò la vita di Juliet Linton, non si era presentato nel migliore dei modi fin dal primo mattino“) e l’ambientazione londinese fin de siècle denota la profonda conoscenza della metropoli sul Tamigi oltre che della letteratura “classica” inglese. Entro tali coordinate, si svolge una vicenda fantastica, a metà tra le storie di Dickens e l’odierno cinema d’entertainment…

La trama, in breve:

Juliet Linton è una tenera fanciulla inglese della fine dell’Ottocento e non sa che dentro di lei albergano una forza e un potere insospettati. Di queste sue qualità se n’è accorto però qualcun altro: una donna misteriosa e gigantesca che si presenta un giorno alla porta di Juliet facendole un’assurda e inaccettabile offerta; un’offerta che la ragazza non può rifiutare e che condurrà lei e il lettore in un lungo viaggio e verso un’avventura estrema…

Un grande romanzo di Sangiorgi, una singolarissima space opera, un lavoro che miscela molti sottogeneri della fantascienza con la spregiudicatezza di cui spesso sono solo capaci i giapponesi. Ma anche un racconto dedicato allo spirito femminile.

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Chi ha seguito la mia attività di scrittore, avrà notato che ho sospeso (momentaneamente?) la pubblicazione di testi horror. Il motivo è che nella vita di ciascuno di noi irrompono periodi contrassegnati dall’orrore: quello autentico, che quasi sempre ha la facoltà di lasciarci senza parole o, se si vuole, di essiccare l’inchiostro della nostra penna. La morte violenta e improvvisa di uno dei nostri cari, l’aver accettato un lavoro umile e duro che avrebbe dovuto essere uno stratagemma di sopravvivenza e invece assomiglia sempre più all’Highway to Hell, il dolore immenso e assoluto del nostro compagno (della nostra compagna), accompagnato dai segni della vecchiaia precoce sul suo volto e nel suo spirito, lo stato d’animo abbattuto e sfiduciato di nostri amici e conoscenti che hanno avuto il coraggio di aprire una qualche attività che avrebbe dovuto renderli liberi e che ha finito per tradirli, scavando profonde rughe sulle loro facce una volta sorridenti… Tutto questo, sì, porta orrore, è orrore, e viene da alzare i pugni al cielo e inveire contro gli dèi e urlare: “In culo anche la Letteratura!”. Ogni tanto si intravede un raggio di sole e intuiamo: “Non bisogna abbandonare le speranze, non devo dire di no alla vita“. Perché forse – forse –  le cose si aggiusteranno, le nubi si diraderanno – o, come cantavano i Dire Straits: “There should be sunshine after the rain”. Intanto però il danno è fatto, la ferita sanguina, gli occhi sono tirati in giù, la schiena è spezzata e chissà se riusciremo di nuovo a chinarci per raccogliere i fazzolettini di carta inzuppati di lacrime che segnano il cammino di chi ci precede. E’ questo l’orrore vero: non la vita ma la sua assenza; questa non-vita con la brutalità dei suoi artigli e delle sue zanne. Quando impareremo a scrivere di tutto ciò, quando saremo capaci di esprimere il velenoso miscuglio di pazzia socialmente organizzata e di atavici mostri che albergano nella nostra stessa ombra, quando riusciremo a fronteggiare l’imprevisto, a sopportare la sofferenza nostra e altrui, ad accettare il lato più oscuro e probabilmente ineluttabile dell’umana esistenza, saremo finalmente scrittori e uomini; più grandi e più autentici di qualsiasi autore di horror e generi limitrofi.

Apnea. La realtà che toglie il respiro.

Un thriller-horror basato sulla storia delle “Bestie di Satana”. Di jhonbuell.

Sonia Lombardi rimase seria e tranquilla con la sua dignità da piccola donna, sapeva che una volta giunta alla maturità quelle torture sarebbero terminate o almeno lo sperava. (…)

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              Ora in edizione cartacea… Versione rivista e ampliata.  

Peter Patti: Città dell’Alfabeto

(a.k.a. Alphabet City)

peter patti - città dell'alfabeto (romanzo di fantascienza)

Hardcover, 122 pagg, formato 15×23 cm. Prezzo: €16.00
Disponibile anche l’eBook (.pdf):  €2.50

 

Come sopravvivere in un mondo completamente impazzito? Alvo, il protagonista di Città dell’Alfabeto, si aggrappa all’amore, alla cultura, ai valori che vigevano durante la sua gioventù. Ma intanto ci sono i problemi di dove andare a rifugiarsi la notte, del dissetarsi, dello sfamarsi… e quelle strane gallette che chiamano “Rusky” e che vengono distribuite gratuitamente non acquistano certo un sapore migliore se si pensa con quale materiale vengono prodotte! Sulla bolgia dell’antica New York (ora una megalopoli che, similmente a una piovra, stende i suoi tentacoli sull’intera East Coast) regnano Mister Info e il Transputer Qasar, il megacomputer centrale. La rivolta sembra trovare posto solo su Ombre Contro, un e-journal presente sui canali clandestini di Hypernet…   

“… se questo romanzo di Peter Patti venisse reso cinematograficamente ad es. da una Troma Co., quella che ha prodotto l’Uomo Tossico per intenderci, sarebbe il più grande tecno-trash del mondo.” (Stefano Donno)

 

                                                http://www.lulu.com/content/898741

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza L’INCIPIT:

Mi svegliai con una fitta alla spalla sinistra. Era l’alba dopo un nuovo massacro e io giacevo sotto un marciapiede, immerso per metà nel rivolo della cloaca.

Qualcuno stava chino su di me. Aveva una voce come di raspa. “E’ solo questione di tempo, ormai” mi diceva.

“Cosa…?”

Sbattei le palpebre, contraendo i muscoli della spalla con una smorfia di dolore.

“La fine del mondo. La fine del mondo, fratello” perseverò il tizio. L’alito gli puzzava maledettamente. Dal petto gli penzolava una croce che, oscillando, mi solleticava il naso. “Non hai sentito quello che è successo a Tokio?”

Mi tirai su a sedere e lo fissai. Aveva due occhi scuri, spalancati su un abisso che solo lui vedeva. Il volto era coperto dal tatuaggio di una tela di ragno.

Tokio? Certo che avevo sentito. Pochi giorni prima un terremoto aveva distrutto la megalopoli giapponese. E allora?


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COSA DICE LA CRITICA:

Nel mondo odierno, superbia, invidia e avarizia sono le tre fiamme che tengono accesi i cuori. Ciò vale tanto più nel futuro prossimo venturo descritto in Città dell’Alfabeto, in cui gran parte della popolazione vive per strada, l’acqua è un miraggio e fioriscono traffici come quello degli organi umani. Alvo, l’io-narrante, vive nella megalopoli mondiale per eccellenza. Alphabet City è una piovra di cemento che si estende per buona parte dell’East Coast di quelli che una volta furono gli Stati Uniti d’America: una bolgia di desperados, ratti, avvoltoi e cani rabbiosi sui quali grava l’ombra cupa della multinazionale che detiene il potere politico.
Il protagonista riesce a sopravvivere solo perché sostenuto da un’idea fissa: ritrovare un suo amore di gioventù. Vuole inoltre scoprire cosa accadde veramente a suo fratello, scalzare dal suo trono il misterioso Mister Info e riuscire a compiere la più estrema delle imprese: scappare dalla megalopoli e incominciare una nuova vita, una vita vera, nell’hinterland, al di là delle Paludi del Non-Tempo e del Mare della Putrefazione. 

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza LA PAGINA 39:

Vidi una scrivania a vetro, due sedie girevoli, una libreria in legno. Gli scaffali della libreria si piegavano sotto il peso di volumi rilegati. Alla mia immaginazione apparve una Parigi moribonda assalita dalle termiti, i buchi nei libri della Sorbonne, boulevards con gli alberi infestati… In questa nicchia del Primo Mondo la letteratura aveva trovato salvezza.
Accarezzai con lo sguardo decine di titoli finché gli occhi non mi si appannarono. Amaramente pensai a quante e quali vie avevano percorso queste opere, prima di finire nelle mani errate. Mi volsi via con astio e livore.
Come il lettore avrà capito dal canone lessicale di questa cronaca, almeno ai libri non avrei dovuto rinunciare. Ho (ri)formato il linguaggio del mio spirito metabolizzando stile ed estetica di autori delle epoche più svariate. Non solo romanzi: articoli, saggi critici, opuscoli, pamphlets, racconti, manuali, trattati, monografie… Nei libri io finirò per bruciarmi e annegare…

Città dell'Alfabeto di Peter Patti (Libro) in Fantascienza LE ULTIME PAROLE:

Un tempo il mondo era un insieme di pochi, solidi insiemi. Poi la bussola si mise a roteare impazzita, le singole unità vennero scaraventate in giro e formarono uno sconnesso mosaico di brandelli e cocci incompatibili tra di loro, una matassa in cui invariabilmente ci si smarrisce. Nessun schema da poter seguire, la perdizione come status effettivo. E, al centro di tutto, l’Impastatrice, elevata oramai a ruolo di madre irreprensibile, caritativa nella sua azione distruttiva; l’enorme bocca un buco nero.

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