Ye–hee!

23 aprile 2015

Ottimo ritmo: dopo i primi tre “quartini”, è uscito Villa Dolcemorte (che segue, curiosamente, il racconto lungo intitolato Hotel Biancaneve, che è stato il numero 3 della Collana unQuartino: dopo l’hotel dunque la villa…) ed è uscito anche il terzo volume (molto “pesante” dal punto di vista del materiale che contiene: tante narrazioni) della trilogia dal titolo Antologia sborror.

I prezzi come al solito assolutamente irrisori. E comunque, secondo accordi presi con la Amazon, parte dei “proventi” andranno in beneficenza (‘Medici senza frontiere’ e altre organizzazioni umanitarie).

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I “Quartini” 2 e 3

14 aprile 2015

Sono usciti i volumi 2 e 3 della collana “unQuartino”.

I titoli:

Pholcus phalangioides      e      Hotel Biancaneve .

(Pubblicazioni su Kindle, ma adatte a ogni tipo di eBook-reader.)

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  Intanto è in preparazione il terzo libro della celebre 
Antologia Sborror, sempre a opera di franc'O'brain.
 Tenete occhi e orecchi ben aperti!

Ecco il primo dei “quartini”:

Dossier Qonk, per lettori di eBooks (tipo il Kindle)

1 - dossier qonk
Il secondo titolo sarà l’altrettanto entertaining (ma più orrifico) Pholcus phalangioides. Vedremo. Ci stiamo pensando.
Il prezzo dei “quartini”? Noi tentiamo di mantenerlo sotto il dollaro, o meglio sotto 1 euro. Non è facile perché ora anche gli eBook su Amazon sono soggetti alla VAT (la nostra Imposta sul Valore Aggiunto, o IVA), ma d’altronde queste nostre pubblicazioncelle sono perlopiù racconti lunghi, o novelle, ed è giusto che non costino tanto.
Anzi: li metteremo spesso a disposizione gratuitamente, dopo accordi con la stessa Amazon.it

Ciao a tutti. Ancora una volta, il link:

http://www.amazon.it/Dossier-Qonk-collana-unQuartino-Vol-ebook/dp/B00VXXSRZI

Attenzione, possessori di Kindle o altri lettori di eBook!

Presto pubblicheremo diverse novelle (nel senso di racconti lunghi), romanzi e materiale assortito, soprattutto inerente i generi horror e SF, sotto l’etichetta “collana unQuartino“.

Perché la collana ha questo nome?

Beh, il quartino a voi che cosa richiama in mente? A noi, i simpatici bevitori di vino di un tempo. “unQuartino” sta a indicare qualcosa di non esageratamente grosso (un quarto di litro di buon barolo o di chianti non ubriaca necessariamente… a meno che l’avventore non faccia riempire la piccola caraffa ancora e ancora!), ma indica anche e soprattutto il prezzo moderato dei nostri “volumi elettronici”. Pensiamo di attenerci ai 99 centesimi per le novelle e per i saggi non troppo lunghi, e ai 3 euro per i libri quantitativamente più consistenti.

NON SPEDITE MATERIALE! Per adesso ne abbiamo tanto da proporre. Le firme che ci siamo accaparrati: franc’O’brain e Peter Parisius.

Il primo volume sarà Dossier Qonk… Racconto celebre perché circolava sul web nei primi anni dei PC, pubblicato più volte in diverse antologie di editori italiani e tuttora attuale per il tema “storico” e l’atmosfera “orrifica”. Tratta delle tribolazioni di un cittadino dell’ex DDR (la Germania comunista)…

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Intanto godetevi i logo… anzi: le figure (è una, ma in tre variazioni) che abbiamo scelto per un facile riconoscimento degli eBook di unQuartino e che sono un po’ anche il simbolo della Skuro Connection:

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 Eccolo !   La Skuro Connection procede abbastanza speditamente con la pubblicazione degli eBook (per Kindle) dei racconti di franc’O’brain

Il contenuto di

Antologia sborror vol. 2

(V.M. 18):

Fausta
I corvi bianchi
Hotel Biancaneve
La grande ora di Amok
Arachnolove
Le Gioconde di Gesù
Il colpo mancante
Fulvia
Ogni volta che la pubblicità
Steroid Killer
L’ultimo consulto
Spooky
Pholcus Phalangioides

                                                                                Pag. 666  (Note)

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In tutto sono in programma tre raccolte “sborror” ((C) franc’O’brain). Questa è la seconda, come sempre piena di elementi mortiferi che però non esaltano una presunta tanatofilia dell’autore, quanto il suo attaccamento alla vita. Suo e… dei suoi personaggi.

Come il primo, anche quello attuale è un tomo abbastanza corposo (135 pagg.), pieno di “storie” raccapriccianti, sanguinose… ma anche di casi umani – stravaganti, bizzarri, splatter, tutti all’ombra dell’Orrido, dello Spaventevole.

Di seguito, una recensione dal web:

… La verità è che in Italia, dagli Anni Settanta, non è cambiato proprio nulla. Se un tizio di allora tornasse a sfogliare i giornali e a seguire la televisione solo oggi, dopo trentacinque-quarant’anni, troverebbe nomi nuovi ma, essenzialmente, gli stessi problemi: disoccupazione inarrestabile, lentezza esasperante del mostro burocratico, ricchi ladri e tantissimi poveracci che si fanno la guerra tra di loro.

Meglio dunque prendersi una pausa dai quesiti attuali (verrà Berlusconi finalmente interdetto? il governo Letta si inchinerà al diktat dell’Europa o cercherà di risolvere i veri bisogni del Paese?…), che del resto servono soltanto ad avvelenarci maggiormente la vita; meglio spegnere la TV, chiudere  per un po’ le infide finestre d’informazione e leggere qualche buon libro. Anzi: qualche buon e-book.

La Skuro Connection ha realizzato per Kindle un’Antologia Sborror (per ora due volumi; ma in programma ce n’è un altro) che, in nuce, contiene tutti i vizi (delitti efferati ed eros; thanatos e follia quotidiana…) che sorprende per qualità di scrittura e per grado di entertainment. La parola “sborror” (TM) (marchio registrato!) è un’invenzione dell’autore di queste storie, franc’O’brain,  che con tale termine designa lo stile delle sue narrazioni.

Divertitevi! Divertiamoci! Rilassiamoci!

La Follia Fantastica

29 giugno 2013

Frank Iodice

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Il racconto fantastico è quel racconto che, per l’insieme di elementi strani e inspiegabili, fa vacillare tra una spiegazione naturale e una soprannaturale e lascia il lettore assorto nella sua incertezza…

Il racconto fantastico moderno spagnolo nasce nei primi anni del diciannovesimo secolo − proprio mentre il movimento romantico inizia a svilupparsi – ispirandosi al ben noto romanzo gotico inglese e tedesco.

Il miglior mezzo di diffusione è la rivista letteraria; tra le più note riviste ricordiamo El Artista (1835-1836), El Semanario Pintoresco Español (1836-1857), No Me Olvides (1837-1838), El siglo XIX (1837), El Panorama (1838), o El Pensamiento (1841), le quali determinano una buona diffusione del genere ma, allo stesso tempo, saranno la causa della scarsità di notizie biografiche su molti autori. Questo genere ha successo in quell’epoca anche perché nel 1833, a seguito della morte di Fernando VII, c’è un forte sviluppo della stampa.

I primi racconti del…

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Oggetti smarriti

29 giugno 2013

Briciolanellatte Weblog

oggetti smarriti«Buongiorno» disse l’uomo con voce squillante inclinando la testa da un lato. Era sulla quarantina, gli occhi chiari e ben distanziati, un viso aperto e piacevole, baffi molto curati e un cappello strano ben calcato sulla testa, da cui si dipartiva una piuma, forse di pavone.
Alla signora Pina, a guardarlo vestito in quel modo strambo, già le veniva il nervoso.
«Buongiorno a lei» rispose l’impiegata tra i denti, come se gli avesse voluto masticare un orecchio.
«Senta, tra gli oggetti smarriti dell’Ufficio, avete anche animali?»
La signora Pina assunse uno sguardo torvo e ostile. Continuò a masticare a vuoto l’invisibile orecchio e chiese: «Dal momento che questo ufficio è  denominato, appunto, Ufficio Oggetti Smarriti una ragione ci sarà, non crede? Certo, a volte troviamo una gabbietta con un uccellino striminzito dentro o, che so, una boccia con un beneamato piranha bisognoso di affetto… ma noi tratteniamo sempre e solo…

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#actually 23giu2013

29 giugno 2013

Della Malinconia

29 giugno 2013

Frank Iodice

Consulta la guida alternativa di Nizza 

o leggi uno dei miei romanzi ambientati qui

Nice è una città strana. Dopo la cosiddetta Unità d’Italia, nel 1861, come si legge sui libri di scuola, fu venduta alla Francia. Se fosse diventata italiana, oggi non sarebbe così com’è, assomiglierebbe a Sanremo, Imperia e altre località della riviera ligure. Oggi Nice ha le vesti di una città francese ma le sottane italiane non gliele toglie nessuno.

Scopriremo, con questo breve articolo, alcuni luoghi che i turisti non conoscono e che vale la pena visitare, posti dove non arrivano i bambini milanesi che piangono e si contorcono nelle carrozzine di rue de France, né le famiglie napoletane che pensano di trovare Garibaldi in forma come a Napoli, ma con meno pensieri. La città è divisa in due metà, rive gauche e rive droite, dal fiume Paillon, che nella parte più vicina all’Italia è…

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Un ritratto tra l’ironico e l’amaro degli Anni Ottanta

 

E’ un romanzo al di fuori dei generi e/o delle parodie dei generi. In ‘Villa Sunshine’ c’è tutto: l’alieno o il presunto tale che forse è in realtà “solo” un angelo caduto dal cielo; la musica progressiva e il pop più becero; un romantico medicus, un architetto visionario, un politichetto accusato di corruzione, una donna che aspetta invano il ritorno di colui che mai fu il suo legittimo sposo; le droghe… E la casa. Questa casa pomposamente ribattezzata “villa” che è l’allegoria stessa del decennio in cui è ambientata la vicenda: gli assurdi, maledetti e teneramente futuristici Anni Ottanta, quando i reality show non erano ancora stati inventati, i telefonini e i computer non erano ancora merce di massa e la ricerca genetica era limitata a rozzi esperimenti su cavie da laboratorio.

”The future is unwritten” sosteneva Joe Strummer: “Il futuro non è stato ancora scritto”… Eppure gli Anni Ottanta – il decennio di Ronald Reagan – sono stati una sorta di pietra angolare per quello che è il nostro presente. E’ come se qualcuno, o un gruppo di persone, avesse allora deciso di “spezzare le gambe” ai movimenti libertari, alla coscienza di classe, e allo Stato sociale, seminando panico, terrore e inaugurando – istituzionalizzandolo! – il concetto di “vita precaria”.

Dopo almeno trent’anni di creatività ad alti livelli (e perciò spesso “sovversiva”), ecco che con il sopraggiungere degli Anni Ottanta si ha il decadimento della musica, della letteratura e del cinema.

E anche per quanto riguarda la moda trattasi di un decennio a dir poco strano (!)…

Il romanzo Villa Sunshine  (ora su Amazon per Kindle), che racconta di quel periodo, ha un’ambientazione rigorosamente italiana, e più precisamente nord-italiana: si svolge infatti tra il Lago di Como e Milano, e a raccontare è Hermann Schmidt.

Ermanno, come lo chiamano gli amici, lavora in un istituto di ricerca genetica. Una sera, mentre fa la vivisezione di alcune cavie, viene sopraffatto dalla stanchezza e la mente gli gioca uno strano scherzo: nell’atmosfera tetra del suo laboratorio, egli si ritrova a rievocare il fantasma di Mara, la sua ragazza di una volta, “perduta” a un capriccio giovanile di lei o al carisma indecifrabile di un tale letteralmente piovuto dal cielo e che risponde al nome di Venceslao Pilleschi

All’apoteosi del suo solipsismo, il dottore si augura fortemente di rivedere la sua antica fiamma, che nel frattempo dev’essere una donna matura. Non solo: Hermann auspica persino di rincontrare l’individuo che gliel’ha soffiata… Perché quell’individuo, quel Vence, era anche suo amico, e l’amicizia ha un ruolo fondamentale nella sua vita (così come è fondamentale per tutti i personaggi che conosceremo in seguito).

Quello di Ermanno Schmidt non è solo un nostalgico desiderio, ma vera e propria precognizione. Per quanto lo riguarda, Hermann dà scontato che rivedrà presto entrambi (Mara e Venceslao), che li ritroverà… Semplicemente perché loro gli stanno mandando segnali telepatici, comunicandogli che vogliono farsi ritrovare.

A cavallo delle memorie di Hermann o Ermanno Schmidt, ci vediamo ricapultati a diversi anni prima, e più precisamente alla data dell’incontro della coppia Hermann-Mara con il misterioso Vence(slao) Pilleschi. L’atmosfera è quasi onirica; come nel ricordo di una mente stanca e confusa (quale in effetti è la mente del ricercatore genetico). L’incontro (quasi scontro) si svolge in circostanze surreali, ed è arricchito da elementi e fenomeni improbabili, simboleggianti i segni di una stravolgente svolta (geofisica, più che sociale) della Terra.

”Mi chiamo Venceslao Pilleschi”, si presenta lo sconosciuto – l’alieno – a lui e a Mara. 

Fin da subito, Venceslao/Vence si rivela essere un bambinone, completamente inadatto alla vita degli uomini; o, almeno, alla vita come essa è concepita nel paesino di provincia in cui vive la coppietta, che lo ha “adottato”. Ben presto, il biondo, irrequieto Vence si dice annoiato e decide di trasferirsi a Milano, dove – sorprendentemente – riesce a riscuotere successo in vari campi, imparando ad adattarsi in tanti ruoli; la sua specialità è di cambiare a piacimento maschere e costumi, parimenti a un attore mestierante. Ma anche nella metropoli la vita è dura, e Vence (che tra l’altro è mancino e inadeguato a svolgere la maggior parte dei lavori manuali) si vedrà costretto ad ammettere la debacle personale, per tornare infine al piccolo paese – presso i suoi tutori -, dove poter leccare le proprie ferite in santa pace. E lì, nella sperduta provincia dall’aura vagamente celtica, troverà consolazione nell’abbraccio della benevolente Mara… La ragazza è talmente innamorata di lui da abbandonare l’esterrefatto Hermann e sparire insieme all'”angelo biondo” risanato. Con il suo nuovo compagno, si inoltrerà nei meandri della grande città, mostruoso macchinario costruito apposta per inghiottire tante umane esistenze.

Da questo punto in poi, il romanzo diventa più realistico, più concreto. I contorni non sono più sfumati, e gli elementi architettonici (in Villa Sunshine l’architettura occupa una posizione predominante) sono costituiti da oggetti ben tangibili, da spazi e corpi riconoscibili. Siamo nell’oggi: 1980, 1981. Mara, ormai una donna non più giovanissima, sta di continuo in attesa che qualcuno le riporti indietro il “suo uomo”: Vence. In tutti questi anni, Vence è rimasto infatti – almeno in spirito – il bambinone di una volta, e, irresponsabile com’è, latita: anche perché schiavo delle droghe sintetiche (dunque, continuamente “in ruota”).

Attorno a Villa Sunshine (la casa in cui la coppia Mara-Vence si era illusa di poter fondare un nido d’amore) ruotano diversi personaggi, tutta gente che va verso la quarantina o l’ha già superata: lo sgangherato El Cato (un musicista rock dall’aspetto spagnoleggiante), un disastrato – e disonesto, bisogna aggiungere – uomo politico del Sud Italia, la sorella di Mara (un tempo reginetta di bellezza, oggi divenuta un’insopportabile matrona) e il marito di costei, che ha la passione dell’architettura. Proprio dall’architetto wannabé Mara deve sorbirsi valanghe di consigli sui cambiamenti che si potrebbero effettuare per migliorare esteticamente la villa… Ma lei è distratta, lei è interessata soltanto a un celere – quanto improbabile – ritorno del compagno. Si accorge di invecchiare, sente di star sciupando la propria vita, e a più riprese (a volte con tono lievemente isterico) esorta i frequentatori della sua dimora a riportargli indietro il suo “uomo-bambino”…

Per caso (o destino) sarà invece Hermann Schmidt, l’infelice dottorino di una volta, votatosi intanto al celibato, a “ripescare” Vence dai marciapiedi milanesi e a ricondurlo da Mara. Hermann Schmidt si vedrà pure messo nella situazione di dover indagare seriamente sulla vera provenienza di questo “idiota bello”, in quanto la ragione gli suggerisce che Vence non può essere né un Messo Celeste, né tantomeno un… marziano sperdutosi nel corso di una missione spaziale.

Il romanzo sfuma in un’atmosfera di cupa malinconia, con la scomparsa definitiva di un umano-troppo-umano Vence(slao) Pilleschi e con la sempre più decrepita Villa Sunshine piena di persone (“amici” di Vence, ma anche amici l’un l’altro) che non fanno che vegetare sognando dei bei tempi andati. “Bei” perché vissuti all’insegna di una pseudomilitanza politica o quantomeno ideologica sotto la guida di un Venceslao Pilleschi allora brillante. Il sospetto che si insinua nel lettore, in queste ultime pagine del romanzo, è che Villa Sunshine sia in realtà una casa di riposo per esistenze derelitte, e che Mara sia una sorta di infermiera che deve prendersi cura di loro.

Attraverso immagini metaforiche trasposte senza alcuna retorica, il romanzo vuole essere l’anamorfosi di un’Italia che riesce a mantenere la sua bellezza, la sua unicità, nonostante ogni turpitudine etica e sociale. È anche un romanzo “d’arte”, nel senso che, oltre che di architettura, vi si parla (attraverso le bocche dei vari personaggi) di musica, di pittura, e perfino di misteri archeologici.

VILLA SUNSHINE

Chi è l’uomo – anzi: l’essere – che afferma di chiamarsi Pilleschi Venceslao? Un angelo che ha perduto le ali? Un… extraterrestre? Pilleschi Venceslao non ha nessun documento con sé e il suo nome non risulta da nessuna parte: in nessun atto o documento, in nessun certificato dell’anagrafe. Di sicuro c’è solo questo: qualcosa non quadra assolutamente col candido sconosciuto che, in un fulgido giorno d’estate, è apparso di colpo nella vita di Hermann Schmidt, di cui diventa amico e al quale ruberà il grande amore della vita.

La Skuro Connection ha realizzato un tomo (in formato eBook per Kindle) pieno zeppo di racconti horror e grotteschi a firma franc’O’brain. Lo stesso autore preferisce definire il suo genere “sborror” (TM)…

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E’ il primo faldone, o volume, di racconti “sborror” legati a uno o due blog intestati al celebre autore italiano di horror e SF. Un libro alquanto corposo, pieno di casi raccapriccianti, sanguinosi… ma anche di casi umani, sia pure tutti all’ombra dell’Orrido, dello Spaventevole.

‘Antologia sborror Vol. 1’

Contenuto:La Macchina, Pantagruele 2005, Il sesso dei morti, Pac-Man, Friedhof, Scacchi online  passione d’incubo, Rossana, Dal diario di Jack S, L’angelo degli zombi, Adorabile orco, Eclissi, Piccobello, Diablo Records Inc, Storia di Lui, La Bestia, La morte felice, Sein Kampf, Sonija B., L’epitaffio, Pag. 666.


Sono in programma altre due raccolte “sborror”.

Dal primo volume e in esclusiva per i nostri lettori, ecco il testo integrale di

 

Rossana

I suoi genitori sembrarono contenti di mettermela tra le mani. Stolti! Incoscienti! Non vedevano dunque che era come consegnare la loro figliola a un boia? Lei, Rossana, 19 anni, era troppo innamorata di me per riuscire a ragionare. E la mentalità piccolo-borghese di sua madre e suo padre impediva loro di penetrare con la mente oltre le semplici apparenze.

Fu così che, in una soleggiata domenica di maggio, tornai alla torre avita non più da solo, bensì in compagnia di una ragazza che era più giovane del sottoscritto di almeno un quarto di secolo.

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I particolari della cerimonia nuziale sono svaniti dalla mia memoria; soltanto brandelli di immagini riaffiorano qua e là, confusi, nebulosi, come nel dormiveglia di un fumatore di oppio.

A Rossana la torre piacque. Malridotta di fuori (sembra quasi un rudere, effettivamente), questa ultracentenaria costruzione che sorge ai margini della cittadina e che fin da sempre è stata possedimento della casata Bodoni presenta, al suo interno, un’eleganza austera e raffinata. I mobili, i tappeti, gli arazzi, i tendaggi di finissimo broccato… ogni cosa è rimasta come l’ha lasciata la buonanima di mamma.

«È un sogno», commentò Rossana guardandosi intorno, immediatamente dopo aver lasciato cadere le valige. Poi corse verso le finestre, con l’intento di spalancarle.

«No!» dissi, fermandola in tempo. «No», ripetei più dolcemente, abbracciandola.

Lei si abbandonò contro di me.

Poco dopo fremeva, avvolta dalla seta delle lenzuola. Io, ugualmente nudo, la tenni stretta finché su di me non scese il sonno.

«Ma come mai non hai il telefono? E un televisore?… Non c’è nemmeno lo stereo! Possibile che tu non ascolti mai musica?»

Queste domande mi infastidivano. Dunque è così essere coniugati? Stringere un patto matrimoniale significa alienare la propria vita?

«Io dipingo», dissi, a mo’ di spiegazione.

«Oh.» Ciò sembrò quietarla. «Non me lo avevi detto. In realtà, di te non so quasi niente.» E poi: «Non mi dispiacerebbe dare un’occhiata ai tuoi quadri».

La guidai nello studio. Sembrò stupita di vedervi un’unica tela, fissata sul cavalletto.

«È questa la tua… opera?» chiese incredula. «Una sola? E… che rappresenta?»

«Colori», risposi. «Non lo vedi? A me piace mischiare i colori, sovrapporli l’uno all’altro. Alla fine, raschio via il tutto e ricomincio da capo.»

«Ma… a che scopo?»

Sorrisi indulgente. «L’arte non deve avere uno scopo, mogliettina. Io dipingo per il semplice gusto di farlo.»

Rimase a bocca aperta, ma perlomeno la sua curiosità era esaudita.

Avevamo organizzato le nostre giornate in maniera soddisfacente: io stavo nello studio a dipingere e lei usciva a passeggiare o a fare le compere o quel che voleva. Verso mezzogiorno e sul calar della sera mi spostavo in cucina, dove preparavo da mangiare per entrambi. Amo cucinare. Cucinare è un po’ come la pittura: una mera sovrapposizione di colori. Ho sempre cucinato per me stesso fin da bambino e ora non avevo nulla in contrario a fare doppie porzioni. Toccava a lei sparecchiare e lavare piatti e stoviglie.

Dopo cena andavamo quasi subito a letto. Esteticamente, Rossana era impeccabile. Ammiravo i suoi piccoli seni, le sue gambe tornite, la rotondità dei fianchi.

«Non hai amici? Non vogliamo uscire insieme? E perché non inviti mai i miei?»

«Zitta», troncavo tutte queste sue chiacchiere, attanagliandola. «Non rovinare la magia del momento.» E mi addormentavo incollato a lei.

Con il trascorrere del tempo, le passò la voglia di tempestarmi di domande. In fondo io meritavo rispetto, in quanto aristocratico. “Il barone”, mi appellava la gente comune. Barone Bodoni: è così che mi chiamo. Fu una mossa astuta da parte di mia madre (rimasta vedova giovanissima) quella di assegnarmi come prenome il corrispondente del titolo che porto. Ciò può anche servire ad evitare eventuali dubbi sul mio status di nobile blasonato. Una volta, uscendo da un bar dove avevo bevuto un caffè, sentii uno della plebaglia sussurrare a un altro: «Vedi quello? È un autentico patrizio. Un barone. Di nome e di fatto».

Sono tali episodi a raddolcire la vita di individui del mio rango.

Dopo circa una settimana dal nostro matrimonio, cominciai a capire com’era Rossana. Era stata educata in maniera sbagliata; cosa che non deve meravigliare, considerando il focolare da cui proveniva. Fondamentalmente era una ragazza romantica (altrimenti non si sarebbe innamorata di me, uno dei pochi “principi azzurri” ancora rimasti nel nostro emisfero!), però possedeva l’astuzia della marmaglia contadina. Un giorno, prima di uscire a fare la spesa, mi chiese dei soldi.

«Non posso pagare sempre io», si azzardò a lamentarsi, rivelando uno straordinario senso pratico. «Anche perché non sono proprio soldi miei, ma di mio padre.»

«Quanto ti servirebbe?»

Sparò una cifra, al che io le misi in mano la metà.

«E il resto?»

«I tuoi genitori non sono poveri, no? Inoltre si rallegrano a saperti sposata con me. Sei diventata una baronessa e… noblesse oblige! Ovvero: entrare a far parte della casta gentilizia val bene qualche sacrificio.»

Infilò la porta che dà sulle scale con espressione vacua, camminando lenta.

Soprattutto a letto, Rossana poteva essere audace e cautamente violenta. In un’occasione guidò una mia mano verso il suo spacco umido, ma io la ritrassi di scatto.

«Allora non ti attraggo!» esclamò, rizzandosi a sedere.

Ora, dovete sapere che io non sono del tutto fuori dal mondo. Quando studiavo, avevo sentito i miei commilitoni raccontare di questa o quella ragazza “eccitata come una troia”. Parlavano spesso di obbrobri consimili. Ma… possibile che mia moglie fosse come le altre?

«Certo che mi attiri!» la contraddissi. «Difatti, non faccio che amarti.»

«Amarmi? Tu? Ma come…? Dove…?» E il suo sguardo andò da me al proprio pube nereggiante.

Ridendo, la spinsi lievemente fino a farla tornare in posizione orizzontale. «Sei una sciocchina, sai? Non vedi quanto mi delizi?» E, per dimostrare la veridicità della mia asserzione, la avvinghiai, appoggiando l’orecchio sul suo cuore.

Fu in una di quelle sere che, mentre cenavamo, mi indirizzò questo quesito: «Barone, tu sei felice? Felice per davvero?»

Riposi coltello e forchetta e la fissai. Che cosa significava “per davvero”? Pensai e ripensai e, a forza di farlo, una ruga mi si disegnò sulla fronte. «Certo», le assicurai infine.

Lei prese coraggio e mi guardò dritto negli occhi. Di solito non riusciva a sostenere il mio sguardo… Insisté: «E quindi mi ami».

Di nuovo? Come osava dubitarne?

«Siamo sposati», le rammentai.

Annuì e tornò ad abbassare il capo, riprendendo a desinare. Cosa che feci anch’io. Poco dopo, la sua voce risuonò un’ennesima volta. Stava rischiando di annoiarmi.

«Perché non mi parli mai dei tuoi ricordi? O dei tuoi progetti per il futuro?»

Ricordi? Progetti?

Interrompendo la masticazione, le lanciai un’occhiata più severa del solito. Dopo qualche secondo, sospirai e le risposi, altamente magnanimo: «Ora ho te. Te e la mia arte. Di altro non saprei parlare. Non c’è nient’altro di cui potrei parlare, in effetti».

«Ah», esalò Rossana, con l’incertezza che le tremolava sulle palpebre.

Alzai il mio calice e le proposi un brindisi, e ciò la rimise, almeno parzialmente, a suo agio. Poi proseguimmo la cena senza altre inutili discussioni.

Comprendevo che voleva far di tutto per strappare la mia anima dalla melma della consuetudine meccanica. Mi aveva già proposto dozzine di volte di uscire insieme, di cambiare i mobili e la tappezzeria di alcune camere, di accogliere nella nostra torre talune sue vecchie amiche… Senza rendersi conto che io, Barone Bodoni, ero contento della mia situazione e non avrei mai permesso a nessuno, a nessuno, di mutarla.

Il mattino che seguì la nostra conversazione a tavola, lei si accinse a uscire e, senza che le avessi domandato alcunché, mi informò che sarebbe andata a trovare i suoi.

Mi limitai ad abbassare il mento in segno affermativo.

«Devo dir loro che mandi i tuoi saluti?»

«Naturale», dissi.

«Ah, va… va bene.»

Non so di che cosa parlasse Rossana con sua madre e suo padre; di appurato c’è solo che, dopo ciascuna di quelle visite, mi sembrava di malumore. Parlavano di me? A letto tremava, le labbra livide per i baci che le mancavano. E non solo i baci, ma anche altro. Probabilmente, desiderava proprio quelle cose orripilanti, irripetibili, di cui avevo sentito parlare a scuola. La mia stretta amorosa non le bastava. Ma che voleva? D’altronde non le avevo chiesto io di sposarmi. Avevano combinato tutto lei e i suoi vecchi…

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Mi aveva adocchiato al mercato. Mi pare di rivedere me stesso con i suoi occhi, con gli occhi di Rossana: un nobile signore, elegante anche nel portamento, non troppo attempato, palesemente facoltoso. Mi aveva rivolto la parola, scambiando di certo i miei silenzi per un segno di superiorità sociale.

Ho già accennato all’astuzia di cui è dotata la feccia, la gentaglia che affolla la Terra. Quello di Rossana nei miei confronti non fu (o non solo) un interessamento per amore. Alla ragazza sognatrice si era quasi subito sovrapposta una personalità furba e machiavellica, ahinoi resa volgare dai modi grezzi che ne tradivano le umili origini. In breve, la cara fanciulla aveva fatto due più due, calcolando che il mio patrimonio, sommato agli averi dei genitori (i quali gestivano una piccola ma proficua merceria), avrebbe garantito a lei e alla possibile prole un futuro tranquillo. Per fortuna io non sono uno sprovveduto. Bambina, vuoi il Principe Azzurro? Ebbene, eccoti servita! Ma non pretendere di più.

Credo che negli ultimi tempi Rossana odiasse profondamente la torre. Le persistenti correnti d’aria le procuravano mal di testa, la uccidevano. Quando mi pregò di “far chiudere le fessure”, la sfidai a cercarle.

«Non c’è nessuna fessura, nessun buco», ribattei alle sue rimostranze. «Queste correnti d’aria provengono dai muri, anche se, come puoi vedere, sono compattissimi. La torre è sempre stata così, piena di spifferi. I muri respirano e quest’arietta è l’inevitabile effetto. Ti ci abituerai.»

«E le finestre?» insisté lei, sull’orlo di una crisi. «Perché non possiamo aprirle?»

«Ma non ti sei appena lagnata delle correnti?»

«Sì, no, cioè… Preferirei avere un po’ più di luce, almeno di giorno.»

«La luce serve solo a rovinarci gli occhi», proclamai, citando una delle frasi predilette da mia madre. Sorrisi, gettando alla signorile dimora uno sguardo circolare. Era stata la genitrice a insegnarmi e a farmi apprezzare l’espediente delle imposte. Tenendole chiuse, o comunque socchiuse, si possono simulare l’inverno e ilcrepuscolo permanenti. Noi Bodoni siamo fatti così: amiamo l’atmosfera violacea delle cripte, dove si palesa la fosforescenza della putredine e l’effluvio dei temporali.

Voi direte che sono pazzo. Non so se lo sono, ma ho certamente ereditato alcune tare familiari. Ecco, guardate lì: quelli sono i ritratti dei miei avi. Signorotti viziosi, arricchitisi alle spalle del popolino. Una stirpe di omini e donnette con la sifilide congenita. Una schiatta che non meriterebbe di riprodursi; neppure tramite matrimonio morganatico.

Fatto sta che, quando Rossana prese a consumarsi sotto i miei occhi, sentii di volerle persino più bene.

Alle emicranie si era aggiunta una stanchezza pesante che la costringeva a restare nell’alcova per gran parte del tempo. Non si alzava più neanche per mangiare. Era il grembo in fiore, ma trascurato, ignorato, a ucciderla di avvilimento. Io, quando non dipingevo, mi ci sdraiavo accanto e la cingevo con le braccia. Dimagriva a vista d’occhio; realizzai che di lì a poco sarebbe arrivata la fine.

Quando fu il momento, un sentimento per cui non trovo un nome appropriato si impossessò del mio spirito, anzi, del mio fisico. Un senso assolutamente inedito, un’entità nuova che mi rinvigorì i nervi e che oserei definire di natura ultraumana anziché animalesca.

Le sollevai la sottana e la penetrai. Mi sentivo come un puledro che poteva infine scatenarsi in una cavalcata liberatoria, un’azione di cui si gioisce ma in maniera guardinga e sospettosa, mentre ci si chiede: “Ma questo sono proprio io? Tutto ciò… sta accadendo veramente?”

Sì, stava accadendo, ed era splendido; anche se Rossana, malata e dolorante com’era, non poteva apprezzarlo in pieno. In effetti, gemette solo un paio di volte, e per l’intera durata dell’atto rimase immobile e con gli occhi chiusi. Alcune lacrime le bagnarono le ciglia e le pallidissime gote.

Mentre raggiungevo l’orgasmo, mi parve che sorridesse. Una luce le irradiò le fattezze del volto e io, stremato ma soddisfatto, mi resi conto che voleva comunicarmi qualcosa, che stava trasmettendomi un messaggio dal luogo in cui adesso si trovava con metà del corpo e con quasi tutta l’anima: il regno delle ombre.

Mosse la lingua, ma era troppo fiacca per emettere suoni di senso compiuto, perciò il messaggio rimase avviluppato nei vapori dello Stige.

Quando ebbi recuperato fiato, rialzai la testa dal cuscino e le toccai la fronte: aveva l’algidità del ghiaccio. Ma non era spirata. Non ancora. Rimase in stato agonizzante per una ventina di giorni, e io ogni tanto mi appressavo al letto per inumidirle la pelle cerulea con una spugna imbevuta d’acqua e aceto. Le pupille erano smorte, velate e scialbe. Nel frattempo, il ventre andava gonfiandosi.

Quando andai a chiamare il medico, il cadavere di Rossana era rigido come una pietra. Accorsero anche i suoi genitori, che piansero lacrime amare e non vollero credere a quanto stava dicendo il luminare, e cioè che nelle spoglie inanimate della loro figliola pulsava una nuova vita.

«Un frutto maturo, direi», ci avvisò auscultando il grembo di Rossana. «Ed è ora. Devo far presto, presto…» E si adoperò, con gesti frettolosi ma esperti, affinché il frutto venisse estirpato dall’albero senza linfa.

Il padre mi si avvicinò tutto trepidante e mi sussurrò: «Povera mia figlia innocente! Non sapeva ancora niente delle cose dell’amore. Pensa che è venuta a raccontarci che tu a letto non… insomma, che la rifiutavi. Ma non vedeva…? Non si accorgeva, quando tu…?»

La piccina fu tratta al mondo. Un caso di nascita post mortem. Mentre emetteva il primo vagito, io gettai una rapida occhiata al cadavere. Ripeto che so di essere, con tutta probabilità, pazzo. La verità è che vidi qualcosa che nessun altro notò, ovvero come la morta sollevasse le palpebre. Vidi lo sguardo della mia defunta moglie accendersi fino all’inverosimile. Parve che dalle pupille sprigionassero raggi luminosi, di uno splendore non riflesso bensì di luce propria. Infine, lo spettro richiuse gli occhi. Definitivamente.

Mi accorsi che il padre di Rossana mi stava scuotendo. Voleva di nuovo dirmi qualcosa.

«Eravate sposati da dieci mesi ed ecco che ora… ora!…» aggiunse con un singhiozzo «… arriva questa creatura. E dunque avete proprio consumato, come si suol dire. Strano però che lei si lamentasse con noi che…» Scosse il testone ingrigito e il suo sguardo angosciato schizzò verso la puerpera senza vita, per poi tornare su di me. «Tu non preoccuparti», concluse pieno di strazio. «Ti aiuteremo noi a far crescere la pargoletta come si deve.» E si chinò sullo squillante fagottino che il dottore, dopo la recisione del cordone ombelicale, aveva posato sopra ai cuscini che stavano ammassati su un’antiquata cassapanca.

Rimangono assai confusi i miei ricordi del battesimo. Nessuno sembrava aver pensato a come chiamare questo prodigio di bimba e io, poco prima che il prete la immergesse nell’acqua santa, decisi stante pede: «Rossana».

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La piccola Rossana cresceva molto in fretta. Potei liberarmi dei suoi nonni solo quando lei aveva due anni. «Ora posso farcela da solo», tagliai corto mentre loro, sgomenti, protestavano.

A cinque anni Rossana ne dimostrava dieci, a dieci era già una donna. Godeva dei miei abbracci. E io godevo di lei. Era un fiore muschiato e vulcanico. Ogni volta che giacevamo stretti l’uno all’altra, mi pervadeva il medesimo senso di usurpazione che mi aveva fatto gioire nel possedere il corpo di sua madre morente.

Adesso sapevo che cos’è la felicità. Uscivo dalla torre solo per procacciare cibarie per me e per Rossana. Al mercato serpeggiavo tra le bancarelle con atteggiamento felice, ben sapendo quali gioie mi attendevano al rientro. Finalmente, la mia oscurità volgeva in magnificenza.

Sono venuti a prendermi ieri per rinchiudermi in questo posto. Dicono che non sono normale. Può darsi. Intuisco che sono furibondi perchého voluto tenere la mia bambina lontana dalle loro grinfie. Quando hanno buttato giù la porta, sulle prime sono rimasti interdetti nel non trovare nessuna fanciulletta, bensì una femmina fatta. Lei, vestita con una vestaglia trasparente, stava davanti alla tela sul treppiede e dipingeva. Un bel guazzabuglio di colori: il nostro capolavoro a quattro mani. Mi buttano addosso accuse assurde: “sequestro di persona”, “pedofilia”, “inadempienza dell’obbligo scolastico”, ecc. Intanto cercano di capacitarsi. Stanno sottoponendo Rossana a numerosi controlli, parlano di “portento anatomico” e stamani i giornali hanno scritto un mucchio di sgradevoli idiozie.

Ma del resto, cos’altro ci si può attendere dal volgo?

Per tutti gli appassionati di cinema, è disponibile su App Store il nuovo numero di Best Movie versione iPhone.

Cover_BM_febbraio-2013

«Il sentimento più forte e antico dell’animo umano è la paura» scriveva H.P. Lovecraft, padre dell’orrore moderno. O anche: la paura è il sentimento più forte e antico dell’animo cinefilo; fin da quando i fratelli Lumière fecero fuggire da una sala decine di spettatori terrorizzati da quel treno che sembrava uscire dallo schermo, urla e brividi sono compagni fedeli degli amanti del cinema. Più che antico, l’horror è un genere senza tempo, di quelli che non tramontano mai; al massimo mutano, si aggiornano, si trasfigurano per inquietarci meglio.

Streghe, demoni, alberi carnivori e bambine possedute dal demonio: il 2013 sarà l’anno della rinascita dell’horror, dopo anni non proprio entusiasmanti? Vedrem!

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Ritorno a Salem…

Il film di Rob Zombie The Lords of Salem

Era il 1692 quando diciannove ragazze furono impiccate per atti a sfondo satanico. È il 2013 quando Heidi (Sheri Moon, la moglie del regista Rob Zombie), riceve una scatola di legno contenente un vinile. Quello che succede una volta acceso il giradischi è prevedibile: il disco gira al contrario e riproduce messaggi satanici; è solo l’inizio del piano di conquista del mondo che culminerà in un concerto rock sanguinoso…

The Lords of Salem, che tra i protagonisti vede una serie di “queens” degli anni d’oro dell’horror come Dee Wallace (Le colline hanno gli occhi) e Barbara Crampton (Re-Animator), promette di essere un trionfo visionario, con puntate nella psichedelia anni Settanta.

Sulla rivista (e sull’applet) c’è poi lo speciale Oscar 2013. Lincoln: Miglior film… e molto altro ancora.

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Gli Sborror eBook su Amazon

17 novembre 2012

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Pholcus Phalangioides
Envy
Sarabanda maraqueña
Moana dentro il pozzo
Se la trota avesse gambe
Addio, compagno!
Fotofobia
Il grande fardello
Bonus track: Scacchi online, passione d’incubo

 

 

 

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Dossier Qonk
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Villa Dolcemorte
La grande ora di Amok
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Il colpo mancante
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L’ultimo consulto
Ogni volta che la pubblicità
Arachnolove
I corvi bianchi
‘Rossija’
Fulvia

 

 

“Hello darkness,
my old friend…
I’ve come to talk
to you again.”

(Simon and Garfunkel: The Sound of Silence)

 

 Svegliarsi ogni giorno sullo stesso pianeta e tra la stessa gente: una noia incommensurabile. Al di là del muretto di pietra, rumori di cucina e fumo denso, e una signora che rimesta il brodo bollente; la radio propaga clamori di guerra civile, pronunciamenti militari, notizie di movimenti di truppe nelle caserme e alle frontiere… la solita solfa, insomma. Ma quel giorno era in qualche modo diverso. E lo era per colpa – o merito – di un sogno.

Il giovane Nicu Jota sognò di trovarsi in un cortile perfettamente identico a quello dei suoi genitori. Faceva un caldo insostenibile. Accanto alla casa cresceva un ippocastano, ma non gettava quasi ombra. Nicu avanzò, tritando la ghiaia, fino alla fontanella. Bevve (l’acqua era schifosamente tiepida e sapeva di ferro) e si forbì la bocca col dorso di una mano, mentre con l’altra si riparava gli occhi. Troppa luce. Doveva essere mezzogiorno o giù di lì: non precisamente la sua ora.

Due ragazze gli vennero incontro. Nicu trasalì: non solo il cortile era identico a quello che lui conosceva tanto bene (e che denominavano pomposamente “il Giardino”), ma le due ragazze gli rammentavano Sina e Vilma, ovvero le sue sorelline. Pupattole anoressiche che indossavano vestiti appena accennati. Sina era praticamente nuda: i peli della sua yoni venivano mossi da una leggera, insignificante brezza – pessima imitazione dello zeffiro.

 
 

 
Nicu Jota non dubitò neppure un istante che lo avessero riconosciuto. Inforcando gli occhiali da sole per proteggersi dal sole assassino, andò loro incontro. «Volete fare una passeggiata?» chiese.

Ma le sorelle gli risero in faccia. «Soltanto un cieco potrebbe scambiarti per Nicu. Lui è tanto più bello e tanto più gentile di te.»

«Nicu sono io!» protestò questi. Ed era sicuro di esserlo per davvero. C’era tuttavia qualcosa che gli sfuggiva, come se il nastro dei ricordi si fosse spezzato. Su lui e sulla sua famiglia aleggiava un presentimento di maledizione. Ogni famiglia è segnata da storie grottesche di destini incrociati. Qual era la sua storia? Quale il suo destino?

Accorgendosi che le pupattole lo guardavano con ingordigia, leggermente strabiche e con pupille opalescenti, avvertì una lama fredda penetrargli le scapole. «Chi è vostro fratello, dunque, se non io?» inquisì.

«Nicu», risposero all’unisono Sina e Vilma. «Così lo hanno battezzato mamma e papà e così lui si chiama. Oh, possa vivere a lungo e felice! Tu come ti permetti di spacciarti per lui?»

Nicu Jota si guardò intorno, cercando una via d’uscita dalla dimensione dell’incubo. In quella, inopinabilmente, le ragazze scattarono in avanti e, mentre l’una lo teneva stretto, l’altra lo morse sul collo.

«Cosa…?»

Si sentì ronzare le orecchie, la testa, l’anima. Quel morso fu come un bacio, un bacio straordinariamente possessivo che gli causò un vibrare ininterrotto delle membra, un pulsare dei muscoli facciali e ventrali. Ci fu un istante – un unico, breve istante – in cui intuì la terribile verità: era irrimediabilmente perduto in un dedalo immobile; un’anima vagolante nelle anse del tempo e degli spazi circolari. Poi il nastro tornò a spezzarsi e il pensiero svanì. Rimase l’incubo.

 

Si rese conto che le sue sorelle avevano una pelle di carta velina ed emanavano un forte profumo di anice. “Ma non avrei dovuto già saperlo?” si disse. Intanto i suoi occhi rotevano come quelli di un cavallo impazzito, mettendo a fuoco il greto di un fiume senz’acqua, geometrie di tratturi deserti e, in alto sopra ogni cosa, il castello del conte Vlad, ricostruito a beneficio di turisti tedeschi e americani.

 
Quando i denti di Vilma si staccarono dalla sua carne con un lugubre risucchio, Nicu dovette aggrapparsi al muretto, per non cadere svenuto. “Che sogno di merda!” pensò. Nessuno sembrava aver notato l’accaduto. Del resto, nel cortile non c’era nessun altro a parte un cagnaccio che crepava di malinconia su ciuffi di paglia chiara, dietro siepi spinose.

Nicu chiuse gli occhi, li riaprì. Le sorelle stavano a guardarlo con aperta ostilità. Ghignavano senza spiccicare una sola sillaba, tutte reginette di ghiaccio. Di solito avevano qualche ingiuria parata (uscivano sempre vincitrici da ogni litigio… oh, le interminabili farse domestiche!); le parole “bastard” e “stronzo” erano eternamente sulla punta della loro lingua. Ma adesso quel protratto silenzio, accompagnato da sguardi di ossidiana, faceva rabbrividire Nicu fino al midollo delle ossa. “Davvero mi credono un estraneo?” si domandò. “Devo vederci più chiaro” decise.

 

Mentre rifletteva in questo modo, si trovò in un identico cortile-giardino, che gli appariva alquanto bislacco, come se qualcuno avesse rimosso i singoli elementi che lo componevano per risistemarli poi alla bell’e meglio. Ma poteva anche trattarsi di un’illusione ottica dovuta a tutta quella luce. Nicu Jota era abituato ad andare a letto alle cinque del mattino e a risvegliarsi alle sei di sera. No, quella non era, decisamente, la sua ora. C’era inoltre una calura opprimente che gli faceva sembrare di aver cacciato la testa in un mare di zucchero filato.

Il collo gli bruciava; se lo toccò, poi guardò il dito macchiato di rosso. La mascella gli ricascò sul petto. Gemendo, mosse qualche passo su gambe altamente insicure. Il suo corpo assunse un’angolazione tale da fare ammutolire chiunque gli si fosse trovato davanti. Ma nel Giardino c’erano solo il vecchio cane e, poco più in là, le due sorelle che ballavano e lesbicavano.

Un sogno?

Poiché nell’ultimo periodo aveva dormito poco, stava vivendo uno sballo a livello cerebrale. Ma uno sballo forte: uno Sballo. E senza l’ausilio di oppiati. Faceva spesso dei sogni incredibili, anche a occhi aperti. Da tempo non raggiungeva più la fase REM. Si accontentava di due-tre ore di pennichella a notte (o, meglio, a giorno), e ciò bastava per riempirlo di visioni. Si trovava in una condizione di semi-allucinazione permanente; i suoi pensieri correvano per lande indescrivibili mai esplorate prima. “E sarà meglio che questo giorno lo trascorro a letto, sennò chissà che cosa succede al mio cuore, al mio cervello, a tutto! (Può un uomo scoppiare? Voglio dire: esplodere, letteralmente? Esplodere come una nova, irrogando il mondo circostante del suo sangue e dei corvi neri della Notte di Walpurga della sua anima?)”

Certo, lo “sballo” era un’esperienza come tante altre, ma meglio non ripeterla troppo spesso. Si rammentò di quella volta in cui, quindicenne, sdraiato sul lettino della sua stanza sotto-il-tetto, volle fare l’esperimento di distaccare la mente dal corpo. Ad un tratto aveva avuto l’impressione di sollevarsi a mezz’aria… Dopo quei pochi secondi di “levitazione”, il suo cuore aveva cominciato a battere all’impazzata. Era stata un’esperienza-limite, una delle prime della sua vita: il tentativo di mettere alla prova il proprio essere.

Ora, con gli occhi e il cervello pieni di colla, prese di mira l’ingresso della casa, la cui ombra lo attirava, invitante. Nascondersi in quell’anfratto: ecco il suo più grande desiderio. Cercò di indirizzarvisi, ma le gambe crollarono sotto il corpo. Girò su se stesso, cadde in ginocchio. Pregare minacciare respingere, un implorare con la bocca muta… Lievi nuvole di vapore gli fuoruscirono dalle labbra. Finalmente recuperò le energie residue e puntò sull’ingresso.

«Nicu! Ni-CU!»

Vilma aveva uno strano modo di chiamarlo, pronunciando la seconda sillaba del suo nome di qualche ottava più alta. Ma, essendo lei la sua adorata sorellina, poteva permettersi quel tono.

Nicu si arrestò e, abbracciando l’ippocastano, chiese, pieno di speranza: «Ah, ora mi riconoscete?» Si girò, ma non vide le due da nessuna parte. Allora, al colmo della disperazione, urlò: «In nome di nostra madre che vi ha dato la vita, in nome del cielo! Per la salvezza della vostra anima, vi supplico di dire la verità!»

Non gli giunse risposta. Al di là del muretto, richiami vaghi e urla stancanti passavano veloci nell’aria. La radio dei vicini sbatacchiava:

All I need is a rhythm devine,
viva la musica say you’ll be mine…

Nicu Jota emise un sibilo gelido, mentre al di sopra del cortile sfrecciavano rondini controvento. Se stringeva gli occhi, poteva distinguere le propaggini di cemento della periferia di Bucarest – gli sconfinati slums di Dead City -, con la cappa nebbiosa sopra i grattacieli. (Dannati di questa Terra, unitevi!)E, a meno di mezzo chilometro di distanza, un Caterpillar abbandonato. Paese di sassi e miseria… Odiava quel posto, ma non era capace di distaccarsene, neppure durante le fasi oniriche.

I contenuti di un sogno sono il prodotto della civiltà: rispecchano le influenze culturali del tempo e del luogo. Per noi, figli del nostro tempo, questo significa: BSE, afta, AIDS, buco d’ozono e guerre varie. E, per quanto concerne segnatamente la Romania: povertà e corruzione. Il padre di Nicu era stato un “soldato di partito“: ecco come mai la famiglia Jota era in possesso di quella dacia.

Nicu osservò la facciata, che presentava tutte le palpebre chiuse; quindi vi si lanciò contro. L’interno era al buio: lux est luxus. Soltanto una tenue luminiscenza proveniva dal piano superiore. Divorò gli scalini a tre alla volta. Gli occhiali scuri gli si appannarono e dovette fermarsi per toglierseli. Giunto in cima, si ritrovò dentro una stanza oblunga: un ambiente poco pretenzioso, una sorta di canile con un’unica lampadina che penzolava dal soffitto. Le serrande erano chiuse, la candela Osram accesa.

La stanza sotto-il-tetto odorava di candeggina e detersivi. Niente di strano, dato che fungeva anche da lavanderia. A un’estremità era piazzata la lavatrice: più che un elettrodomestico, era un Moloch che borbottava monotamente. Due ragazze erano affaccendate con la biancheria e ridevano. All’altra estremità c’era un letto e, sul letto, un giovane sui vent’anni.

Inoperoso come sempre. Un vero pelandrone, l’onta della famiglia. Nicu Jota cercò per lui delle giustificazioni. I suoi genitori tenevano in casa solo due libri: la Bibbia e l’autobiografia di Ceausescu. Ecco perché quel ventenne era diventato così. Ecco perché aveva scelto il letto come sua residenza perenne. Ma in fondo era un bravo ragazzo.

Si trattava del suo avatar? Del suo clone? Un clone è un gemello con un identico codice genetico, ma i due non sono necessariamente la stessa persona.

Sebbene la stanza fosse iperriscaldata, Nicu si sentì tremare per il freddo. Vide Sina issarsi una cesta sulla testa, in equilibrio, mentre Vilma, china su una bagnarola, canticchiava allegramente. Il giovane sotto le coperte osservava le sorelle fra mille sbadigli. Evidentemente si era appena destato. Quando si piegò su un fianco per prendere un bicchiere che conteneva dell’acqua straclorata, Nicu si accorse che aveva sul collo due buchi vistosi.

In quel momento Vilma si rivolse al giovane:

«Sei così triste, Nicu! Che cosa hai sognato?»

«Ho sognato di trovarmi in un giardino e che voi due non mi riconoscevate più. Anzi: vi comportavate proprio da streghette!» Il poltrone si toccò i buchi, poi guardò il dito macchiato di rosso, se lo portò alla bocca e – «Mmm…» – assaporò il sangue. «Dicevate che non ero vostro fratello! Dopo sono entrato in casa e ho scoperto un altro Nicu che dormiva sul mio letto.»

Nicu, che aveva seguito quella discussione, non poté trattenersi dall’intromettersi.

«Sto cercando Nicu Jota», dichiarò. «Sei tu?»

Il giovane deviò lo sguardo su di lui. Gettò a terra le coperte e si sollevò con ossa che crocchiavano. Appariva stanco, schiantato. I suoi capelli – simili alla cresta di un upupa – sfioravano il soffitto basso e affumicato dagli anni. Avanzò nella polvere che danzava follemente e venne a fermarsi a pochi centimentri da lui.

A questo punto, sotto i miasmi della candeggina e dei detersivi, Nicu percepì un altro odore, un odore diverso: lo stesso che doveva regnare nella mitica palestra di Amor. “Che succede in questa casa?” si disse; e, alla copia di se stesso: «Non sei tu… non sei me. Sei soltanto la mia copia».

«Tu non ci credi, credo, e non lo vedi, vedo», replicò il giovane. Quindi mutò repentinamente tono ed espressione. «Faccia da oboe, culo di merda, piscialetto, appendipanni, MacDonaldiano, falso saccente!» prese a insultarlo, sotto gli sguardi tifosi e lascivi delle sorelle.

«Dorminpiedi, Mister I’m-looking-so-good, segaiolo, imperialista, muso di cane!» gli vennero in soccorso queste.

Per la durata di un battito di ciglia, a Nicu mancò il respiro. Ma non poteva lasciarsi sopraffare, non poteva farsi asservire in quel modo. Doveva rimpossessarsi, con calma, con affabilità, del suo piccolo reame. Indicando Sina e Vilma, chiese: «Loro… che cosa ci fanno qui?»

«Non lo vedi? Lavano i panni e mi tengono alto il morale.»

«E tu perché stai rinchiuso?»

«La luce mi fa male agli occhi», rispose il giovane. «Eppoi questa terra ha artigli micidiali. È difficile sopravvivere, là fuori.»

La lampadina si spense e si riaccese: uno scompenso elettrico, fenomeno normalissimo da quelle parti. Nicu restò a fronteggiare la copia di se stesso. Il pelandrone aveva occhi innaturalmente rossi, o almeno così gli sembrò. Lui stesso sapeva di presentare un aspetto spaventoso: barba di tre giorni, capelli lunghi e selvaggi, bocca dalle labbra screpolate che si rifiutava di aprirsi se non per emettere sentenze irreali, ecc. Ma doveva tornare a tutti i costi ad occupare quello che considerava il suo posto legittimo.

Volse la testa verso le pupe. Emaciate e silenti, assistevano alla scena grattandosi distrattamente i riccioli del pube.

«Giù gli occhi dalle mie sorelline!» scattò allora Nicu Due, con voce affilata. Probabilmente credeva di avere un diritto di prelazione sulle ragazze.

«Quelle sono le mie sorelline», proclamò Nicu. Poi, lottando contro gli stimoli della ragione, che lo inducevano a risvegliarsi, ebbe un sorriso d’intesa per il suo gemello e, ammiccando, gli puntò un dito sulle costole.

Il gesto sembrò far rinsavire di colpo Nicu Due. Lasciandosi andare a un abbraccio (Nicu si sentì accapponare la pelle), Nicu Due disse: «Dunque non era un sogno! Eccoti tornato, Nicu Jota!»

 


Nicu Jota si destò. Un filo di bava bagnava il guanciale. Si sentiva decisamente grullo, e riuscì ad abbandonare la brughiera dell’oblio solo dopo aver risalito un lungo, lungo declivio. Le sorelle investigarono: «Che cosa hai sognato, Nicu? Sei così triste!»

«Ho sognato di trovarmi nel giardino e…» Si interruppe per toccarsi i buchi che scoprì di avere sul collo. Poi studiò perplesso il dito sporco di rosso. «Mi sono risvegliato in uno strano posto», aggiunse.

«Che cosa vuoi dire?»

Alzò lo sguardo, ma le ragazze non c’erano più. Forse, magre com’erano, erano passate attraverso le intercapedini… Inforcò gli occhiali da sole, si sollevò dal suo letto di morte e andò a guardare dagli spiragli delle persiane. Le vide correre in mezzo alle ortiche, entrambe nude: come ninfe, come naiadi. Tornò a girarsi e… scorse qualcuno sul suo letto.

«Speravo ardentemente che tu venissi, Nicu Jota!» trasmise il giovane, stiracchiandosi sotto le coperte.

Nicu Jota lo scrutò disorientato. Per l’arco di un secondo capì di essere intrappolato in qualche dilatazione einsteiniana della dimensione temporale. Prigioniero di una situazione che si rimandava all’infinito. Ma non sarebbe servito a nulla tentare di opporvisi: non c’era altra esistenza che quella.

Il giovane continuava a guardarlo; la contentezza gli bruciava le pupille con gli occhi di mille soli. L’evidente goffaggine che contraddistingueva ogni suo gesto sanciva una gioventù incompiuta e inutile. Non era che un guitto poco talentuoso, una scimmietta vegetante nella dimora paterna.

Nicu Jota non gli replicò alcunché. Tornò a spiare dalle persiane. Fuori era più caldo e più soffoco che mai. Quelle prugnette delle sue consanguinee si mordevano a vicenda la gola: il loro trastullo preferito. Il cagnone se ne stava buttato come sempre sull’erba rinsecchita. Sull’orizzonte sempre più vicino si innalzavano nuovi casamenti popolari, ennesime sedi di illusioni e speranze irrancidite. Sul muretto del cortile antistante qualcuno aveva scritto:

RED ARMY GO HOME.

 

 

Il sole cominciava a declinare. Finalmente! Una comitiva di turisti, di quelle che Nicu dileggiava spesso e volentieri, si arrampicava su per un viottolo fino al famigerato castello. La loro scalata sembrava simboleggiare lo stesso percorso doloroso dell’umanità. Dal castello proveniva un’esalazione misteriosa con cui la gente dei paraggi non si sentiva di competere e che gli stranieri non erano mai veramente in grado di percepire. Ma il giorno si avviava alla conclusione: presto sarebbe scoccata l’ora in cui Nicu fosse tornato sereno, l’ora in cui si ricompattava la sua personalità dissociata.

“Domani è un altro giorno e nella clessidra non scorre sabbia, ma sangue miscelato a una sostanza indefinibile: piccole cellule microscopiche, ministrutture; larve di insetti invisibili.”

Intuì che sarebbe stata una notte lunga, molto più lunga del solstizio d’inverno.

 

(Dai “Racconti Sborror” (C) di franc’O’brain)

#letteratura #horror #fantasy #romania #povertà

TheCoevas Official: http://thecoevas.wordpress.com

“Musicians of words / Strumentisti di parole”

“We are TheCoevas: the first band literature composed by Maurizio Verdiani, Maria Pia Carlucci, Fiorella Corbi and Stefano Capecchi. We consider ourselves Musicians of Words and choose a daily presence in the global village. We write as a score of symphony, modulating and arranging idioms. Artistic languages conjugates. The blog itself is a work of art: a melting pot of visual arts, thoughts, theater performances and staves; confluence of new ideas and stimuli.”

 

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Coeva: il romanzo [in italiano e inglese!]: http://romanzocoeva.wordpress.com/

Luke's ENGLISH Podcast

In this episode I challenged myself to talk for 30 minutes. I ended up talking for 1 hour.

Right-click here to download this episode.
Here is a moment by moment tracklist for this episode:

1. The kinds of food we eat
2. Japanese sushi
3. Tsukiji Market
4. Green tea
5. Korean food
6. Chinese food at markets
7. Weird things I’ve eaten
8. First time I tried sushi
9. Sushi in London
10. The Japan Centre
11. American food
12. South American food
13. French bread
14. German food
15. Russian food
16. Chicken Kiev
17. Indian food
18. Birmingham’s Balti
19. Curry
20. African food
21. Other episodes about food
22. Buying a new kitchen
23. Homebase rant
24. Share price gamble
25. Finding another topic
26. My Dad bought me a watch
27. Obey
28. Banksy
29. Advertising
30. Half way point
31. Conclusions?
32. Memory loss

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Going To The Pub

14 luglio 2012

Luke's ENGLISH Podcast

This is your 100% guide to how to go to the pub in the UK.

Right-click here to download this episode.
In this episode you’ll learn everything you need to know about going to the pub, including:
-what does a pub look like?
-types of pub
-are you welcome?
-opening times
-how to order
-where to stand
-how to get served
-the order of being served
-buying drinks for others
-tipping
-what to say to the barman
-making conversation with locals
-types of drink
-useful phrases
-what you will find in the pub
-places to sit
-things to do
-smoking
-food
-trouble
-locals
-banter
-football
-pub lunch
-after work drinks
-night out
-beer garden
-What NOT to do
-binge drinking
-getting drunk
-words for ‘drunk’
-the pub in British culture – films, tv shows
If you find the podcast useful, why not donate some money to help me pay for…

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[Articolo aggiornato il 14 luglio 2012]

Era iniziato ottimamente quel progetto chiamato ‘Letteratura’ e che aveva il link http://www.facebook.com/group.php?gid=29209607140 .

Gli iscritti, lì su Facebook, cominciavano a moltiplicarsi. Poi, qualcuno, qualcosa… lo ha fatto bannare!

Come è potuto avvenire?

Un mio peccato d’ingenuità, evidentemente: avevo dato fiducia, nominandoli “amministratori”, ad alcuni individui forse maggiormente interessati a gestire i loro miseri affari piuttosto che a divertirsi propagando cultura e… Kultura. Ormai da Facebook ho cancellato anche il mio account personale (quello in italiano, almeno), perché amareggiato.

Ciao e… guardatevi bene dai cattivi amici!

falce e mouse, ovvero…

17 maggio 2011

Il romanzo ‘Transits’ gratis online
(file .pdf, a cura delle Edizioni Scudo)

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Chiunque si è trovato a lavorare per una grande azienda, e per di più se multinazionale, prima o poi ha finito per chiedersi quali sono gli scopi reali del lavoro che questa gli chiede di fare, e soprattutto se uno scopo c’è per davvero. Ma il protagonista di questa vicenda finirà per scoprire che la realtà è ancor più complessa di quanto potesse immaginare e che la sua azienda persegue oscuri fini che datano quasi ancor prima della sua stessa creazione. Nonostante tutto lasci presupporre che ogni curiosità sarà pagata a caro prezzo, la ricerca della verità vale ogni possibile salvezza.

 

Transits ,   di   Peter Patti

Copertina di Luca Oleastri, 74 pagine A4, 5 illustrazioni a colori di Giorgio Sangiorgi

 – EBOOK GRATUITO
 

 

 

 falce e mouse