Werner Herzog

31 ottobre 2008

 Vidi Werner Herzog aggirarsi per Monaco di Baviera agli inizi degli Anni Novanta. Era a bordo di un pulmino Volkswagen e tagliava le strade di Schwabing (“il quartiere degli artisti”) come se fosse alla ricerca di qualcosa. Probabilmente era stordito per la morte di Klaus Kinski. Ancora più probabilmente cercava finanziatori per poter produrre Kinski, il mio nemico più caro, docuritratto sull’interprete di cinque suoi film (da Aguirre, furore di Dio del 1972 a Cobra Verde del 1988).

Herzog aveva conosciuto l’attore polacco-tedesco (vero nome: Nikolaus – “Klaus” – Günther Nakszynski) quando, tredicenne, aveva coabitato con lui a Monaco di Baviera, nell’appartamento dei propri genitori, i quali erano troppo poveri per permettersi di abitare da soli. Kinski, allora un giovanotto di ventisei anni, era già un personaggio folle e problematico, e si può capire che Werner Herzog, di per sé una personalità eccentrica, fosse rimasto affascinato dal leggendario e geniale attore, tanto da ricordarsi di lui quando si trattò di girare pellicole su eroi schizofrenici e psicopatici: in Perù e lungo il Rio delle Amazzoni (Aguirre, furore di Dio, e Fitzcarraldo), Africa (Cobra Verde), nonché Mitteleuropa (Nosferatu e Woyzeck). 

Alla “Herzog Connection” appartenne anche il musicista e compositore Florian Fricke, il quale alla fine degli Anni Sessanta partecipò come assistente tecnico e figurante pianista nel film Segni di Vita (Lebenszeichen), primo lavoro ufficiale di Herzog. Poco tempo dopo Fricke fondò i Popol Vuh, band votata a un progressive rock dai toni etnico-meditativi, e la particolarità di quella musica convinse il regista a sceglierla come colonna sonora di molte sue opere (tutte quelle con Kinski e in più Herz aus Glas, del 1976, oltre che per diversi documentari).

Il vero nome del regista è Werner H. Stipetic (le sue origini sono croate; i genitori, Elisabeth e Dietrich, erano biologi). In Germania studiò Storia, Storia del Teatro e Letteratura, ma senza mai terminare gli studi. Si iscrisse alla Duquesne University di Pittsburgh, ma smise di frequentarla dopo pochi giorni. Nel 1961 si mise a lavorare in una fabbrica metallurgica per finanziare i propri film. Già nel 1963 fondava la sua casa di produzione. Nel 1966 venne assunto dalla N.A.S.A., ma diede quasi subito le dimissioni.

Herzog, che da anni vive a Los Angeles, è stato sposato più volte (l’utima sua moglie, Lena, è nata in Russia) e alla sua “connection”, ovvero al suo gruppo di collaboratori fidati, appartengono anche i suoi familiari (in primo luogo il fratello Lucki Stipetic, produttore, e il figlio Rudolph, produttore e regista).

Diversi episodi della sua biografia sono diventati leggendari. Nel 1974 percorse a piedi i 500 km. che separano Monaco di Baviera da Parigi per visitare l’attrice Lotte Eisner, che stava morendo di una grave malattia (la Eisner riuscirà a sopravvivere per altri 8 anni; ma non si sa se il merito sia da ascrivere a Herzog). Un’altra volta apparve a Joaquin Phoenix, che aveva appena avuto un incidente d’auto nell’impervia regione dei canyon; Herzog bussò sul finestrino e disse alla nuova star del cinema americano di non muoversi, di stare rilassato, chiamò al telefono un’ambulanza e sparì misteriosamente, così come era spuntato; ancora oggi Joachin Phoenix ride quando racconta di quell’episodio. A uno studente di cinematografia, Errol Morris, Herzog disse che si sarebbe mangiato una scarpa se il giovane sarebbe riuscito a fare un film; Morris accettò la scommessa e subito dopo diresse un documentario su un cimitero di animali, Gates to Heaven (1978), che gli diede una certa nomea e gli permise di dirigere in seguito anche The Thin Blue Line (1988) e Fast, Cheap & Out of Control (1997); Herzog non volle mancare alla promessa e si mangiò in pubblico una scarpa (il tutto è documentato in Werner Herzog Eats His Shoe, diretto nel 1980 da Les Blank). L’ultimo strano episodio che lo riguarda è di più recente data (2005): durante un’intervista all’aperto con il giornalista della BBC Mark Kermode a proposito di Grizzly Man, che era appena uscito nelle sale, un anonimo cecchino (fenomeno purtroppo frequente negli U.S.A., e in specie a Los Angeles) sparò addosso al regista. Herzog volle a tutti i costi continuare l’intervista, sebbene sanguinasse dal basso ventre… 

Ripercorrendo la sua filmografia, abbiamo la conferma che la sua specialità sono i documentari, oltre ai film che mischiano realtà e finzione; e in quasi tutte le pellicole di Herzog (la cui ambientazione abbraccia tutt’e cinque i continenti) sono inserite lunghe, a volte lunghissime sequenze paesaggistiche. Herzog ha messo tra l’altro in scena diverse opere liriche (a Bayreuth, alla Scala di Milano, all’Arena di Verona, e inoltre a Tokyo, Houston, Bologna, Parigi, Bonn…). Innumerevoli i premi da lui ricevuti, in Europa come in America, anche se Hollywood lo ha spesso accusato di avere un modo di lavorare “semplicemente amatoriale”. La famosa rivista Entertainment Weekly lo ha votato come il 35simo miglior regista di tutti i tempi.

 

WERNER HERZOG – I lungometraggi

Segni di vita (Lebenszeichen) (1968)
Fata Morgana (1970)
Anche i nani hanno cominciato da piccoli (Auch Zwerge haben klein angefangen) (1970)
Paese del silenzio e dell’oscurità (Land des Schweigens und der Dunkelheit) (1971) documentario
Aguirre, furore di Dio (Aguirre, der Zorn Gottes) (1972)
L’enigma di Kaspar Hauser (Jeder für sich und Gott gegen alle) (1974)
Cuore di vetro (Herz aus Glas) (1976)
La ballata di Stroszek (Stroszek) (1977)
Nosferatu, il principe della notte (Nosferatu: Phantom der Nacht) (1978)
Woyzeck (1979)
Fitzcarraldo (1982)
Dove sognano le formiche verdi (Wo die grünen Ameisen träumen) (1984)
Cobra Verde (1987)
Echi da un regno oscuro (Echos aus einem düstern Reich) (1990) documentario
Grido di pietra (Cerro Torre: Schrei aus Stein) (1991) 
Apocalisse nel deserto (Lektionen in Finsternis) (1992) 
Rintocchi dal profondo (Glocken aus der Tiefe) (1993) documentario
Il piccolo Dieter vuole volare (Little Dieter Needs to Fly) (1997) documentario
Kinski, il mio nemico più caro (Mein liebster Feind – Klaus Kinski) (1999) documentario
Invincibile (Invincible) (2001)
Kalachakra, la ruota del tempo (Wheel of Time) (2003) documentario
Il diamante bianco (The White Diamond) (2004) documentario
Grizzly Man (2005) documentario
L’ignoto spazio profondo (The Wild Blue Yonder) (2005)
Rescue Dawn (2006)
Encounters at the End of the World (2007) documentario
Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans (2009), in produzione

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Chi ha seguito la mia attività di scrittore, avrà notato che ho sospeso (momentaneamente?) la pubblicazione di testi horror. Il motivo è che nella vita di ciascuno di noi irrompono periodi contrassegnati dall’orrore: quello autentico, che quasi sempre ha la facoltà di lasciarci senza parole o, se si vuole, di essiccare l’inchiostro della nostra penna. La morte violenta e improvvisa di uno dei nostri cari, l’aver accettato un lavoro umile e duro che avrebbe dovuto essere uno stratagemma di sopravvivenza e invece assomiglia sempre più all’Highway to Hell, il dolore immenso e assoluto del nostro compagno (della nostra compagna), accompagnato dai segni della vecchiaia precoce sul suo volto e nel suo spirito, lo stato d’animo abbattuto e sfiduciato di nostri amici e conoscenti che hanno avuto il coraggio di aprire una qualche attività che avrebbe dovuto renderli liberi e che ha finito per tradirli, scavando profonde rughe sulle loro facce una volta sorridenti… Tutto questo, sì, porta orrore, è orrore, e viene da alzare i pugni al cielo e inveire contro gli dèi e urlare: “In culo anche la Letteratura!”. Ogni tanto si intravede un raggio di sole e intuiamo: “Non bisogna abbandonare le speranze, non devo dire di no alla vita“. Perché forse – forse –  le cose si aggiusteranno, le nubi si diraderanno – o, come cantavano i Dire Straits: “There should be sunshine after the rain”. Intanto però il danno è fatto, la ferita sanguina, gli occhi sono tirati in giù, la schiena è spezzata e chissà se riusciremo di nuovo a chinarci per raccogliere i fazzolettini di carta inzuppati di lacrime che segnano il cammino di chi ci precede. E’ questo l’orrore vero: non la vita ma la sua assenza; questa non-vita con la brutalità dei suoi artigli e delle sue zanne. Quando impareremo a scrivere di tutto ciò, quando saremo capaci di esprimere il velenoso miscuglio di pazzia socialmente organizzata e di atavici mostri che albergano nella nostra stessa ombra, quando riusciremo a fronteggiare l’imprevisto, a sopportare la sofferenza nostra e altrui, ad accettare il lato più oscuro e probabilmente ineluttabile dell’umana esistenza, saremo finalmente scrittori e uomini; più grandi e più autentici di qualsiasi autore di horror e generi limitrofi.

Qualcuno mi ha mischiato il virus del raffreddore, ma non è questo il peggiore dei mali al risveglio dalla lunga kermesse “birresca”: c’è anche un brutto mal di testa da registrare…
Ieri sera ci si è incontrati, me e gli amici di fab, dentro al capannone della ‘Frühlingsfest’ (“Festa primaverile” della birra) di Wasserburg, che è assolutamente paragonabile all’Oktoberfest di Monaco, solo – ovvio – di dimensioni più ridotte. Già nel “Zelt”, nel tendone, molti sono andati fuori di testa, alle note della band (o “Musikkappelle”) che furoreggiava dal palco addobbato con i colori bianco e azzurro della Baviera. Un distaccamento scelto di noi si è poi trasferito nella vicina discoteca, e lì ne sono accadute di cotte e di crude. In mezzo alla massa di ragazzini che erano anche loro fatti (più che di birra, di ‘alcopops’ e di chissà che altre sostanze), ci siamo messi a ballare/saltare con Markus e Benjamin che avventavano strofinamenti e io e l’irriconoscibile Ioannis a ridere a crepapelle. In un momento di improvvisa lucidità, mentre i bicchieri e i boccali che erano sul nostro tavolino volavano a terra (ma se ne è accorto qualcuno?), ho pensato che un tipo qualsiasi, solo con meno scrupoli di me, di noi, potrebbe facilmente farsi una scorpacciata di queste deliziose bambine… bambine, sì: altro non sono… le quali sera per sera affollano la discoteca e si sballano in maniera paurosa.
Ad un certo punto ci siamo persi di vista, poi (verso le due del mattino) finalmente ritrovati… quasi tutti: di Markus infatti non c’era più traccia. Lui, Stakanov culturista che dichiara di avere, come unico hobby, la propria donna e la propria figlia, era il più “partito” del gruppo, e ha cercato a più riprese di innescare una rissa, scegliendosi comunque come “avversari” alcuni soggetti ormai non più di questo mondo. Lo abbiamo cercato ovunque, su, giù, in fondo ai cortili e finanche all’ombra dei camion dei giostrai (per vedere se non si fosse addormentato per terra), ma niente da fare: era sparito. Probabilmente procedeva parallelamente a noi, o appena davanti, aprendosi varchi nella folla con la sua massa muscolare alla velocità di uno schizzo impazzito. Spero tanto per lui che non abbia combinato casini e/o che gli uomini della ‘Security’ lo abbiano lasciato in pace.
Dovevo accompagnare a casa con la mia auto Ioannis e Benjamin, ma quest’ultimo ha deciso in extremis di restare insieme a Sandra (ragazzina tosta, capace di sembrare lucida nonostante avesse consumato come e più di noi). Ho detto dunque a Sandra di prendersi cura di Benjy e di non farlo bere più (lui mi ha ringraziato con un bacio umido e nicotinico sulla guancia) e mi sono recato insieme a Ioannis verso la macchina: operazione difficile, dato che lui ondeggiava con faccia da zombi e cercava a ogni passo di deviare verso un locale all’aperto dove la Festa della Birra continuava a impazzare.
Lasciatici alle spalle i caroselli dalle luci colorate, abbiamo ritrovato la mia “Camilla” e, con Ioannis che voleva sapere da me quello che Benjy e Markus avevano combinato di sopra insieme a Timo (episodio di semi-rissa nelle latebre celesti del locale ‘Universum’, scena che mi son goduto divorando un panino al tonno), e mentre io gli raccontavo di come Daniel prendeva a schiaffi la sua ragazza per “spiegarle” le ragioni del suo assenteismo (“Che colpa ne ho io se Irina e tutte le altre mi corrono dietro?”), ho portato l’amico-collega su per la stretta serpertina del colle Burgau fino a casa sua, dove lo attendevano (o forse non più!) moglie e tre figli. Poi, stando bene attento a non incappare in un controllo della polizia (decine e decine le patenti ritirate in questi giorni…) sono ritornato a casa.
In altri tempi mi sarei invece ricatapultato ai luoghi del “divertimento”, ma persino io ho certe regole da rispettare.
Mi sono risvegliato alle tre del pomeriggio con il cranio spaccato in due: cosa prevedibile e prevista.